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I “mutandoni” di Pechino

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"Lo shopping è con tutta probabilità l’ultima forma restante di attività pubblica". C’è un che di responso oracolare, di epifania montaliana in queste parole.

“Lo shopping è con tutta probabilità l’ultima forma restante di attività pubblica”. C’è un che di responso oracolare, di epifania montaliana in queste parole. Sono di un architetto olandese, Rem Koolhaas, classe 1944.

Per chi non lo conoscesse, giusto per dare un paio di coordinate su di lui, ha vinto nel 2000 il Premio Pritzker – per capirci: il corrispettivo del Nobel per l’architettura – e nel 2010 è stato insignito del lagunare Leone d’oro alla carriera della 12 Mostra Internazionale di Architettura. Kazuyo Sejima, architetto giapponese, nonché prima donna ad essere nominata direttrice del settore architettura della Biennale di Venezia, ha motivato così la vittoria dell’olandese, fondatore insieme ad Elia e Zoe Zenghelis e Madelon Vriesendorp, dell’Office for Metropolitan Architecture OMA :”Rem Koolhaas ha ampliato le possibilità dell’architettura, focalizzandosi sulle relazioni tra le persone e lo spazio. Crea edifici che stimolano l’interazione tra le persone, raggiungendo in questo modo ambiziosi obiettivi per l’architettura”.

Già, proprio lui, dichiaratore dello shopping come canto del cigno della condivisone pubblica, ha vinto il Leone d’oro perché “crea edifici che stimolano l’interazione tra le persone”.
Contraddizione?
No.

Koolhaas è uno Tzara dell’architettura contemporanea, mi viene da pensare, e di conseguenza, da scrivere. Apparentemente nichilista, proprio come il fondatore rumeno del Dadaismo, ha in sé, in realtà, un vitalismo dalla forza straordinaria. Perché in lui convivono una lucidità psicanalitica nell’analizzare la conformazione della realtà e quella carica utopica, forse propria delle personalità ambiziose e positivamente presuntuose, di poter cambiare le cose.
E così, la sua opera, teorica e pratica, non contraddice la sua apparente contraddizione.

Nel 1978 (all’età di 34 anni) pubblica Delirious New York (da leggere assolutamente se si ama o se si odia la città di New York), che come lui stesso affermò è “un manifesto retroattivo per Manhattan”.
Perché un manifesto?
E perché per Manhattan?
Perché “la fatale debolezza dei manifesti è la loro intrinseca mancanza di concretezza. Il problema di Manhattan è esattamente l’opposto: una montagna di concretezza priva di un manifesto. Il libro nasce al punto d’intersezione di queste due constatazioni”.
E così, con quella lucidità cui sopra si accennava, Koolhaas, nel manifesto Delirious New York, percorre a posteriori i punti su cui si è basata la possibilità di esistenza di quell’isola cittadina unica, che è Manhattan, e che ha dato origine alla tipologia architettonica emblema del XX secolo: il Grattacielo.

Ma che cos’è il Grattacielo (scritto nel libro sempre con la S – di “skyscraper” – maiuscola)?
È “strumento di una nuova forma di urbanistica iconoscibile. A dispetto della sua solidità, il Grattacielo è il grande destabilizzatore metropolitano: esso promette una perpetua instabilità programmatica […] E’ un solipsismo che celebra soltanto la propria esistenza sproporzionata e la sfrontatezza del proprio processo creativo. Il monumento del XX secolo è un Automonumento, e il Grattacielo ne è l’espressione più pura“.

Koolhaas scriveva questo nel 1978, ma oggi, le sue riflessioni sul Grattacielo, continuano a ripercuotersi sulla parte pratica di quella disciplina, in bilico tra teoria e prassi, e su cui lui, sotto vari punti di vista, molto sta influendo, che è l’architettura.
Un esempio.
Nel 2002 il suo studio OMA vince il concorso per la costruzione della nuova sede della televisione cinese CCTV indetto dalla Beijing International Tendering Co. La costruzione è iniziata nel 2004 e terminata nel 2008.
La relazione di progetto citava:

L’edificio della CCTV sarà, nel nuovo Central Business District di Pechino, una tra le tante torri che cercano di essere uniche nelle più svariate espressioni di verticalità. La tragedia del grattacielo è che esso segna un luogo come significativo, che occupa e che poi esaurisce con banalità… […]. Formalmente, le loro espressioni (dei grattacieli) di verticalità hanno dimostrato di bloccare l’immaginazione: come vola la verticalità, crolla la creatività.

Ed ecco che, a distanza di 30 anni, riecheggiano ancora le riflessioni sul Grattacielo comparse in Delirious New York. Ma Koolhaas, non fa parte di quelli che criticano a priori, non è appunto, solo nichilista, propone alternative, soluzioni.

Invece di competere nella corsa disperata all’altezza massima, il progetto propone una costellazione iconografica di due grattacieli che si innestano attivamente nello spazio della città. […] Due strutture sorgono da una comune piattaforma in parte sotterranea. Ognuna ha un carattere diverso […] e si uniscono nella parte superiore per creare un attico a sbalzo per il management. Una nuova icona si è così formata… non la prevedibile torre bidimensionale in impennata verso il cielo, ma una vera esperienza tridimensionale, una “volta” (una calotta, una tettoia, un baldacchino) che abbraccia simbolicamente l’intera popolazione…

“Mutandoni” lo chiamano i pechinesi. Ironici quasi quanto gli inglesi nei confronti del grattacielo londinese “cetriolone”, opera di Norman Foster.
“In Cina c’è la possibilità di creare una nuova Architettura e dovremmo farne parte”: e anche in questo caso, Koolhaas non smentisce le proprie intenzioni: il progetto per la sede della televisione cinese è un azzardo, sia dal punto di vista strutturale della forma inconsueta, sia per il fatto che la zona su cui sorge è ad alto rischio sismico. L’edificio infatti ha la conformazione di un anello – dalla sagoma rettificata – continuo con il centro aperto. Le due torri (una alta 234m e l’altra 210m) hanno una forma di grande L rovesciata e si uniscono sulla sommità ad angolo retto, a sbalzo rispetto alle strutture verticali. Ma questa forma ad anello, avveniristica? inconsueta? bizzarra? eccessiva? non è casuale:

La fusione dei programmi TV in un unico edificio consente a ciascun lavoratore di essere sempre consapevole della natura del lavoro dei suoi collaboratori – una catena di interdipendenza che promuove la solidarietà e non l’isolamento, la collaborazione invece dell’opposizione. L’edificio stesso contribuisce alla coerenza dell’organizzazione.

È un “hyperbuilding”, come lo stesso Koolhaas l’ha definito, che cerca di opporsi all’idea di grattacielo come “destabilizzatore metropolitano” e che promuove invece la “solidarietà”.
Questo, per lo meno, nelle intenzioni.
Chissà se poi, pur avendo in comune con il non troppo amato Grattacielo, la sproporzione delle dimensioni e la “sfrontatezza del proprio processo creativo”, il CCTV, riesca effettivamente a non essere “un solipsismo che celebra soltanto la propria esistenza”.
Non sarà mai che per la risposta dovremo aspettare un Delirious Beijing?

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