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Arturo, cane suicida

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– E’ suo un cane marrone, di stazza media? Il cane suicida… – Cane suicida? Io ho un labrador… è giallo… e poi scusi, ma lei chi è? Richiamai quel numero e mi rispose il canile municipale. Arturo, cane suicida. Non me lo sarei mai immaginato.

– E’ suo un cane marrone, di stazza media? Il cane suicida…

– Cane suicida? Io ho un labrador… è giallo… e poi scusi, ma lei chi è?

Richiamai quel numero e mi rispose il canile municipale. Arturo, cane suicida. Non me lo sarei mai immaginato.

L’ultima immagine che avevo di lui risaliva a tre mesi prima, quando gli comunicai che mi sarei trasferito per lavoro. Non che dovessi chiedere il permesso a un cane per andarmene, ma Arturo era l’unico essere che mi sarebbe veramente mancato e a cui, forse, sarei mancato. E da quel giorno, nella mia mente, Arturo si era cristallizzato nel suo sguardo fiducioso, nell’eterna attesa di un mio pronto rientro per la passeggiata delle sette.

Ma le cose, se non sempre sono come sembrano, mai sono come le ricordiamo, e ora Arturo era un cane suicida.

Era lì, silenzioso, dentro quella gabbia, perso nel suo sguardo assente.

Ma la cosa che mi lasciò sbalordito fu il fatto che non mi riconobbe. Come lo tirarono fuori dalla gabbia iniziò a seguire quel dannato guinzaglio che gli legarono al collo, e se è pur vero che dall’altra estremità del guinzaglio c’ero io, avrebbe potuto seguire chiunque lo trascinasse fuori da quel posto. Ero convinto che se avessi legato quel guinzaglio alla coda di un gatto, il mio Arturo avrebbe seguito docilmente quel gatto, portandosi dietro come unico bagaglio tutta quella rassegnazione che non gli riconoscevo.

Ascoltai distrattamente il veterinario che faceva mostra dei suoi saperi e dei suoi consigli, la mia attenzione era rivolta interamente ad Arturo e al modo in cui avrei potuto ristabilire un contatto con lui. Lo abbracciai, ma era distante dalle mie carezze, quasi indifferente.

Rispettai il suo silenzio, così mi congedai dal veterinario, feci salire Arturo in macchina e partimmo. Non sapevo dove portarlo, così decisi di rispettare un impegno che avevo preso con lui e che avevo rimandato per troppo tempo: una gita al mare.

– Dai Arturo, non è mai troppo tardi per riprendere le vecchie abitudini, reagisci! Fatti una bella nuotata che ti passa tutto; ora ci sono io, sono tornato!

Non feci in tempo a levargli il guinzaglio che subito corse verso la riva, si buttò in acqua e iniziò a nuotare. Che qualcosa in lui era cambiato lo percepii subito. Fu quell’improvvisa obbedienza ad allarmarmi, ancora più del fatto che non nuotava come era solito fare, su e giù per la riva in cerca di un mio sguardo complice. Puntò invece dritto verso il largo. Buttai via chiavi e telefono, mi strappai le scarpe e mi tuffai in acqua.

– Cazzo Arturo, non hai nessuna pietà di me? Ti vuoi ammazzare sotto i miei occhi?

Non glielo avrei permesso, fosse l’ultima cosa che avrei fatto.

Ma non era facile. Forse il contatto con l’acqua gelida lo risvegliò dal torpore in cui era piombato, perché da quando era entrato in acqua Arturo aveva iniziato a nuotare con una vigoria da cane da salvataggio. Ma a essere salvato questa volta doveva essere lui.

– Arturo, torna qui! – urlai, ma non mi ascoltava.

Mi parve chiaro che se avesse continuato così non lo avrei più raggiunto.

Dopo qualche minuto mi fermai un attimo, un po’ per rifiatare, un po’ per calcolare la distanza che mi separava dalla riva e dosare le energie per il ritorno.

Intanto Arturo sembrava volare sulle zampe e vederlo correre così velocemente verso la fine della sua vita mi faceva male. Arturo era un gran cane, più di un amico, era la mia famiglia.

Continuai a nuotare non calcolando più la distanza che mi separava dalla riva ma quella che mi divideva da Arturo. Se quella doveva essere la mia fine, avrei voluto dividerla insieme a lui.

Ma nuotare non era facile, non con quella corrente.

Ben presto iniziai a essere esausto, ad avere freddo e paura. Più avanzavo e più affondavo nella paura e nei ricordi. Il tremore del mio corpo dettava il ritmo del mio pianto, finché stanco urlai istintivamente:

– CALZINOOO!

Calzino.

Non pattino – anche se ne avrei avuto bisogno – o mattino – chissà se ne avrei più rivisto uno. Calzino. Una parola semplice, banale per chiunque, ma non per noi due. Calzino nel nostro vocabolario aveva un significato esatto, il più importante: calzino significava che doveva riavvicinarsi a me, che quello che aveva fatto non andava bene, che non lo accettavo. Come quando mi rubava i calzini appunto e poi scappava via per casa con il suo bottino, e io dicevo  calzino, sia che si trattasse di un calzino che di un pattino o di un mattino.

Lo so, non era la cosa più intelligente da dire, né la più logica, ma era la nostra.

Funzionò.

Infatti Arturo si fermò. Si girò, puntò il suo muso verso di me e indirizzò i suoi occhi nei miei. In quel preciso istante mi riconobbe, ne sono certo, e forse vide nei miei occhi il suo riflesso, come io vidi nei suoi il mio. Eravamo l’uno lo specchio dell’altro e rispecchiavamo i nostri rispettivi cambiamenti. Poi invertì la rotta e iniziò a ridurre la distanza che ci separava. Ma anche lui cominciava a essere stanco e iniziò ad arrancare. Ora Arturo avanzava con la sola forza delle zampe anteriori.

Cercai di non rendere vano il suo sforzo, raccolsi tutte le mie forze residue e trascinai qualche bracciata. Ma ero stanco, troppo stanco, non riuscivo neanche a chiudere la bocca e iniziai a bere acqua salata. Arturo non mollava, si avvicinava lento ma deciso. Vederlo così concentrato mi fece ridere di gioia, o almeno credo, ormai ridevo e piangevo allo stesso modo. Mancava poco, questo era certo, ma Arturo era vicino. Lo capii perché sentii l’odore del suo pelo, che puzzava dell’odore più buono del mondo, il suo.

Quando fu abbastanza vicino, quella massa di pelo mi si gettò addosso. Ci abbracciammo e io affondai il mio viso sul suo pelo e dissi:

– Bravo Arturo, ce l’hai fatta, sei tornato.

Assieme ad Arturo tornò anche un residuo di lucidità. Era evidente che stavamo affogando, e non solo nel nostro ritrovato amore. Ma non ero spaventato. Non avevamo un’infinità di scelte, anzi. Erano ridotte a due: potevamo proseguire e andare dall’altra parte del mare, oppure potevamo tornare a riva. Tuttavia, raramente mi sentii così libero. Eravamo io e lui, ed eravamo di nuovo insieme. Andare o tornare pensai, e poi lo dissi.

– Che facciamo Arturo, andiamo o torniamo?

Arturo mi fissò immobile, pensieroso. Poi si mosse e io lo seguii.

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