La sveglia sul comò segna le 03.00 del mattino. Sono passate quasi ventiquattr’ore dal delitto e dal sopralluogo della scientifica sulla scena del crimine. La scena del crimine è la camera da letto di un appartamento signorile. La vittima è una donna sui trentacinque anni, uccisa per strangolamento. Il corpo è stato trovato a terra, sul parquet, vicino al letto, in posizione supina. Lì, in quel punto preciso, dovrebbe esserci la sua sagoma di gesso. Ma la sagoma di gesso non c’è. Pochi minuti fa s’è alzata da terra, e ora siede ai piedi del letto, triste, perché le manca il suo cadavere. Le manca terribilmente. Adesso si troverà in qualche asettico obitorio, pensa la sagoma malinconica, disteso su un lettino allineato ad altri lettini di altri cadaveri, coperto da un lenzuolino bianco, con solo i piedi fuori e una targhetta attaccata all’alluce a indicarne generalità e causa di morte. Ancora se la sente ben chiara nella testa, la voce del medico legale che poche ore prima ordinava a qualcuno di portare via il corpo. O quella del commissario che chiedeva a qualcun altro informazioni sulla vittima. E poi tutto quella confusione, quel vociferare, quel rumore di passi avanti e indietro di poliziotti e uomini della scientifica.

La sagoma di gesso, sempre più angosciata, si stringe forte per qualche minuto la testa tra le mani. Poi si alza dal letto. Alzandosi sposta alcune lettere segnaletiche disposte sulla scena. Si china e le rimette a posto. Quindi si volta, esce dalla stanza e inizia ad andarsene in giro confusa e triste per la casa. Entra in cucina, nel bagno, nella camera degli ospiti e infine nel soggiorno. Lì si ferma. Si avvicina a una finestra. Fuori piove. Molto. La sagoma poggia il contorno bianco della sua testa sul vetro umido. Sì, mi sento davvero inutile e vuota senza il mio cadavere sdraiato sopra di me, torna a ribadire a se stessa con dentro un senso di solitudine diventato ormai un peso insopportabile; così insopportabile quel peso che di colpo, in maniera del tutto naturale, il temporale le appare come un bellissimo modo per liberarsene.

Senza starci a ragionare tanto apre decisa la finestra e fa qualche passo indietro. Sta per lanciarsi, quando si sorprende lei stessa, per un istante, a pensare alla faccia che farà quel commissario quando tornerà (semmai tornerà) sulla scena del crimine e non la vedrà più distesa sul parquet, né in nessun altro angolo della casa. E cosa potrà mai pensare quando vedrà tutte quelle impronte di gesso sparse per il pavimento, e che finiscono proprio lì, in prossimità della finestra, che naturalmente troverà aperta. Ma come ho già detto, questi pensieri attraversano la sua testa solo per un istante.

La sagoma fa un respiro profondo, e con uno scatto rapido, fa quello che deve fare. Lo sapevo, pensa tranquilla poco dopo esser balzata fuori, farsi cancellare dalla pioggia non fa male.

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