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Mani mi toccano e mi sollevano, tocchi di farfalla che percepisco appena sulla pelle. Sono nuda, qualcuno mi ha tolto il vestito bianco a fiori. Erano ranuncoli gialli, continuano a cadere dall’alto verso la vertigine.

Mani mi toccano e mi sollevano, tocchi di farfalla che percepisco appena sulla pelle. Sono nuda, qualcuno mi ha tolto il vestito bianco a fiori. Erano ranuncoli gialli, continuano a cadere dall’alto verso la vertigine. La gente si sporge dalle finestre e dalle terrazze per afferrarli ma niente, piovono inesorabilmente sui miei occhi chiusi.

Le mani parlano di ferie – Vado alle Canarie, a Fuerteventura – le parole mi feriscono le orecchie,  non posso chiuderle. Altre mani parlano di gelato, tre palline di nocciola mi perforano il cervello.

Le mani mi sfiorano e si parlano

– Mi sostituisci tu ? Hai già lavorato in terapia intensiva?

– Da un anno, questa da quanto è in coma?

– Da sei mesi, più o meno.

– Che ha fatto?

– Dal terzo piano, per uno che non si è mai visto…

Se ne vanno.

– Ciao bella.

E’ il vuoto, il battito del cuore percuote le ossa, il flusso del sangue è un sibilo, la voce di mamma un’onda incessante che mi culla in acqua. Smetto di respirare.

Non posso smettere di respirare. Ho un tubo in gola.

Una bambola rotta su un materassino liquido, non fosse per quel suono continuo come  goccia su un lavandino. Le mani lo chiamano ‘monitor’ e la teiera che fischia sul fuoco ‘allarme’. Ecco che arriva, così forte e spaventoso che le palpebre si aprono nel bianco solare. Non c’è altro.

Qualcuno è intorno

– Bella, ti accendo la musica, così ti fa compagnia.

“Ti prego no!”

La voce si infrange contro un muro, devo imparare a parlare o a trasmettere una preghiera, voglio solo  silenzio. Quella “cosa” irrompe nell’aria. La musica è nausea, è un tuono insopportabile, è rumore di vetri rotti. La musica era la mia vita. Prima di te. Prima del vuoto. Prima di aprire la finestra e fare un passo nell’aria. Prima che il vento soffiasse via i ranuncoli dal mio petto e dalle mie gambe,  ma per un attimo è stato come volare .

Una bambola rotta ferma su una nuvola.

Le mani pettinano i miei capelli

– Dicono che aveva del talento, che peccato!

Le altre mani tagliano le mie unghie

– Guarda come crescono, crescessero a me così! Ma qualcuno viene a trovarla?

– Lui no, il maestro sì; ogni giorno, da mesi, viene con quello strumento e suona vicino al letto, come se sentisse… mah!

Se ne vanno

– Ciao bella.

E’ il nero.

Urlo in silenzio, è un urlo come una galleria infinita senza aria e senza uscita. Dal fondo arriva un suono, piano, poi sempre più presente:  è la mia viola, riconosco il profumo del legno di rosa, le corde che cantano accarezzate dall’arco ma non è un canto, è un’eco straziante, confusa, assordante, fa male. Le palpebre si aprono nel bianco solare, qualcuno è vicino, sento il suo respiro.

– Ciao Francesca, a domani.

Sono sola, continuo a cadere, è una caduta verticale senza fine. Non c’è  terra da toccare, non c’è rete , non ci sono le tue braccia. Le mani mi chiudono in un telo e mi sollevano in alto, lo chiamano ‘il cambio’.

– Mettiamola giù, e un po’ in ordine, il principe si è degnato …

– Bè l’hai visto?

– Non bene, ha  la mascherina e il camice, tra un po’ entra.

“Alla buon’ora!…Tanto…”

Smetto di respirare, non posso smettere di respirare.

Una bambola difettosa da buttare. Vorrei potermi guardare allo specchio e vedermi con i suoi occhi.

Entra, è vicino, lo sento, si muove, mi gira intorno, non parla, non mi tocca. E’ un’assenza. E’ la mano che non mi ha fermato, sono gli occhi dietro la mia nuca un attimo prima di cadere, è lo sguardo altrove.

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