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L’ultima goccia

di

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Il sole picchia furioso contro la tapparella abbassata, filtra incandescente attraverso le fessure, surriscalda come un forno la stanza, ma l’uomo steso a letto sembra non accorgersi di nulla. Il suo corpo reagisce sgorgando sudore, ma l’uomo non se ne accorge.

Il sole picchia furioso contro la tapparella abbassata, filtra incandescente attraverso le fessure, surriscalda come un forno la stanza, ma l’uomo steso a letto sembra non accorgersi di nulla. Il suo corpo reagisce sgorgando sudore, ma l’uomo non se ne accorge. Ha la schiena incollata al lenzuolo, le ascelle fradice, l’elastico delle mutande umido e giallastro teso sul ventre gonfio. Il sudore è vivo e scorre, l’uomo è vivo e immobile. Il braccio destro è appena al di qua del bordo del letto, aderente al corpo. Il sinistro è largo, aperto come un’ala grassa e lucida. L’uomo non si fa la barba da giorni e la peluria ispida che gli ricopre il viso fino agli zigomi si confonde con i capelli tagliati cortissimi. La stempiatura è imperlata di goccioline e riluce come vetro bagnato. La fronte è liscia, gli occhi chiusi, le labbra appena dischiuse: una maschera inespressiva, quasi svagata. Ma l’insofferenza presto si trasfigura in sofferenza. Un’increspatura la percorre dalla fronte al mento. Una contrazione improvvisa che scava un solco tra le sopracciglia, raggrinzisce le palpebre, fa avere uno spasmo alle labbra. Sussulta leggermente anche il corpo. Il braccio destro scivola sul lenzuolo, si distacca leggermente dal fianco. È abbastanza per far sì che trabocchi dal materasso, perché spenzoli giù verso il pavimento. Le dita vanno a toccare il collo di una bottiglia di birra. La bottiglia s’inclina, torna indietro, s’inclina dall’altra parte, oscilla. Miracolosamente non cade. Si riassesta sulla sua base. Fosse caduta avrebbe rotolato e sbattuto contro altre bottiglie identiche. Stesse dimensioni e stessa marca. Bottiglie in piedi e bottiglie stese a terra. Solo una di loro è diversa. È di vetro trasparente ed è più grande. È la sorella maggiore, la sorella più dura e glaciale, la sorella russa. Vodka. In totale le bottiglie sono tredici e sono tutte vuote.

La temperatura nella stanza è asfissiante. Perline di sudore si staccano dalla fronte e scivolano ai lati sulle tempie, accelerano e con un guizzo spariscono tra i capelli come pulci nel pelo di un cane. Una pellicola lucida gli ricopre il torace e l’addome, è come un velo sottilissimo di ghiaccio alla radice della peluria sul petto e intorno ai capezzoli, e giù fino all’ombelico. Il sudore si scalda, si arroventa, si asciuga, e poi ne sgorga ancora, e si scalda di nuovo, si arroventa, si asciuga. Resta solo l’odore, acido e appiccicoso, e resta l’uomo, l’uomo che gira la testa verso destra, verso le bottiglie asciutte anch’esse, odorose anch’esse. La palpebra sinistra ha un piccolo spasmo. Ne fuoriesce una lacrima. Scende lungo il pendio del naso e si ferma indugiando sulla punta. Resta lì aggrappata un paio di secondi, come un uomo appeso sull’orlo di un burrone. Poi precipita. L’assorbe la federa del cuscino. È un alone umido. Piccolo ma visibile. Piccolo e sempre meno visibile. Il calore asciugherà anche lui. Quell’inferno si prenderà anche lui. Svanirà senza lasciare tracce.

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