Condividi su facebook
Condividi su twitter

La piramide del passerotto

di

Data

L’uomo uscì dall’auto ed estrasse da un fodero un modernissimo fucile finemente cesellato, con scene di caccia talmente accurate da poter distinguere il ghigno del cacciatore che spara e lo sguardo del cervo terrorizzato assalito dai cani.

L’uomo uscì dall’auto ed estrasse da un fodero un modernissimo fucile finemente cesellato, con scene di caccia talmente accurate da poter distinguere il ghigno del cacciatore che spara e lo sguardo del cervo terrorizzato assalito dai cani. Un’opera d’arte, unica e letale. La cosa a cui teneva di più al mondo. Prese dalla tasca il tesserino venatorio e con bella calligrafia tracciò una croce sul giorno corrispondente. Quella fu l’ultima concessione alle leggi degli uomini. Caricò il fucile e quando lo richiuse questo emise una nota argentina, una specie di campanella che avvisava l’universo che da quel momento si sarebbe ripreso il posto che gli spettava di diritto in cima alla piramide alimentare. Si vide riflesso nella vernice nera della sua auto, si sentì bello e invincibile. Sorrideva mentre si dirigeva verso i filari di vite, quando un suono stridulo lo fece girare di scatto. Vide un passerotto minuscolo sul cofano della sua auto intento in una specie di danza razzolante. Preoccupato che gli potesse graffiare il cofano urlò contro il passerotto. Quello lo fissò, alzò di scatto la coda e rilasciò sulla sua auto una cacatina degna di un piccione. L’uomo represse a stento l’istinto di sparargli, a quella distanza avrebbe disintegrato mezza auto, ma quel passero doveva morire. Col viso contorto dalla rabbia sussurrò:

– Ok, piccolo bastardo, stai fermo lì che ti vengo a tirare il collo!

E cominciò ad accucciarsi sulle gambe e ad avvicinarsi il più possibile. Il passerotto si accorse di quell’uomo con lo sguardo assassino che gli veniva incontro, piegò la testolina per  vederlo meglio, con le alucce scostate dal corpo pronte alla fuga. Con un balzo l’uomo tentò di schiacciarlo ma il passerotto schivò il colpo e volò via, lasciandolo col cofano abbozzato e la mano dolorante e sporca di sterco. A quel  punto la bestia prese il sopravvento e mandando a fanculo migliaia di anni di evoluzione, l’uomo cominciò a roteare il fucile a mo’ di clava facendosi spazio tra la sterpaglia verso l’ingresso al casale dove si era rifugiato l’uccellino. Credendolo finalmente in trappola, si precipitò sulla soglia per impedirgli di uscire ma  perse l’equilibrio cadendo verso il basso.

Appena riprese i sensi si rese conto che era caduto sulle scale di una cantina e adesso si ritrovava con il petto dolorante sui gradini e i piedi impigliati nei rovi. Di fronte a lui c’era il suo fucile, poggiato in equilibrio tra due sassi e lo teneva curiosamente sotto tiro. Questo fatto assurdo e riprovevole dal punto di vista venatorio non lo spaventò, anzi gli confermò quello che aveva sempre saputo: e cioè che quel fucile aveva un’anima. Infatti cadendo avrebbe potuto sparargli uccidendolo ma non lo aveva fatto. Con il cuore colmo di riconoscenza l’uomo tentò di accarezzarlo per farsi perdonare per l’uso improprio che ne aveva fatto, ma riuscì solo a sfiorarlo, trattenuto com’era per le gambe da quell’intrigo di rovi.

I raggi di un sole prossimo al tramonto illuminavano la scena dandogli un’aura epica, e in quell’idillio irruppe con un frullar d’ali il passerotto che si posò sul calcio del fucile e continuò a saltellare fino all’impugnatura dove era raffigurato il cacciatore che abbatteva il cervo. Fu allora che sembrò accorgersi dell’uomo sdraiato a terra davanti a lui con gli occhi iniettati di sangue. Il passerotto però fu distratto da qualcosa di familiare che stava nella parte bassa del fucile. Fece un paio di saltelli e raggiunse quello che dal suo punto di vista assomigliava a un vermetto impettito. Così comincio a saggiarlo con colpetti via via più decisi. L’espressione dell’uomo cambiò dalla rabbia al terrore puro. Quello che sembrava un vermetto impettito per il passerotto, per il cacciatore non era altro che il grilletto del suo fucile. Tentò di togliersi dalla linea di tiro alzandosi sulle braccia, offrendo però un bersaglio maggiore.

Ci fu un’esplosione e il cacciatore vide alzarsi davanti a lui una miriade di piccole piume. Per un attimo sorrise. Il fucile in piena autonomia venatoria doveva aver fatto il suo dovere spappolando quel passerotto infame che pretendeva di invertire i ruoli della caccia. Quando il cacciatore realizzò che le piume svolazzanti erano uscite dall’imbottitura della sua giacca, il passerotto era già entrato nel foro lasciato dai pallini del fucile per pizzicargli il cuore col suo beccuccio delicato. Un cuore, purtroppo per il passerotto, tutto rovinato.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'