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Il film: Venere nera

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Spacciata come artista, Saartjie Bartman (Yahima Torres) – alias "Venere Ottentotta" – è esposta a Piccadilly Street a mo’ di bestia esotica per via della sporgenza eccessiva...

Spacciata come artista, Saartjie Bartman (Yahima Torres) – alias “Venere Ottentotta” – è esposta a Piccadilly Street a mo’ di bestia esotica per via della sporgenza eccessiva dei suoi genitali e delle sue natiche. Dopo aver declinato l’appoggio dell’ “African Institute” di Londra e aver scagionato il suo “proprietario” Réaux (Olivier Gourmet) dall’accusa di maltrattamenti, la donna viene venduta ad un imbonitore, Caezar (Andre Jacobs), che  introdurrà gli scandalosi freak show nei salotti della Parigi “bene” del primo Ottocento.

 

Non solo in vita, ma anche post-mortem, il corpo di Saartjie – sezionato dallo scienziato Cuvier che individua negli ottentotti la razza più vicina alla scimmia – verrà messo alla berlina sottoforma di calco di gesso al Museée de l’Homme.

 

Quello che il regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche riporta in Venere nera è l’excursus di una “carriera” che decolla da fenomeno circense e termina da reperto probatorio di deliranti teorie razziali. Passando attraverso la prostituzione, l’indigenza e una malattia mortale, la donna-prodigio scivola dentro l’ineluttabile rovina, denudata letteralmente ma, soprattutto, dei propri diritti. Dinnanzi a tale abietta vicenda realmente accaduta, Kechiche vira il pubblico verso la totale conoscenza di dettagli, senza per questo farlo entrare in empatia con la protagonista, che resta – anche nel lungometraggio – un mero esemplare da mostra. Come spesso accade nelle opere di Kechiche, la narrazione è interamente affidata a se stessa e ciò che emerge da essa è un esame oggettivo, in questo caso ancor più prosaico in quanto la storia è stata ricostruita attraverso documenti. In effetti, il regista in Venere nera non necessita di figure retoriche per impressionare il pubblico, qui il realismo si svela, ahimè, da solo.

Quello che separa Sartjie dalla moltitudine delle prigioniere degli uomini bianchi borghesi del suo tempo, è il suo implicito avallo degli oltraggi subiti.
Kechiche – mediante un’impostazione circolare che viene reiterata in maniera asfissiante – fa sì che non venga celata responsabilità alcuna, sia che coinvolga l’inciviltà del popolino sia la lascivia delle classi più facoltose, sia che investa le autorità giudiziarie, politiche, scientifiche e religiose.

 

Il comun denominatore della “messa in scena” allaccia indubbiamente l’ultimo film di Kechiche a La schivatain cui lo stesso regista traspone la struttura della piece teatrale nelle dinamiche di un gruppo di adolescenti dei sobborghi francesi  – e a Cous cous, dove un’esibizione estemporanea di danza del ventre ha la funzione di allietare una sconveniente attesa. Ma in Venere nera il legame con lo spettacolo si fa portavoce del potere violento e del sadismo imperante alla nascita di una società voyeuristica. Non è una coincidenza se già la sequenza dell’incipit ha luogo in un anfiteatro. “L’immagine da sola – dice Abdellatif Kechiche – rivela a volte molte più sfumature nella natura umana di tutti i tentativi di spiegazioni psicologiche”. Con la macchina a mano, i dialoghi serrati, l’indugiare sui primi piani e sul gesticolare  delle mani, il regista arriva a sposare il razzismo con le pratiche delle spettacolo, un’arena ove l’assistere non è un’attività di svago bensì complicità in reato.

 

Soltanto nel 2002, a seguito di un lungo scontro legale che vede protagonista Nelson Mandela, le spoglie di Sartjie vengono restituite alla sua patria, Città del Capo, con tanto di riconoscimento di colpevolezza delle personalità politiche francesi.

 

Titolo originale: Venus Noire Regia: Abdel Kechiche Genere: Drammatico Paese: Francia, Italia, Belgio 2010 Durata: 166′ Produzione: MK2 Productions, Lucky Red Distribuzione: Lucky Red Cast: Yahima Torres, Olivier Gourmet, André Jacobs,  Jonathan Pienaar, Jean-Christophe Bouvet, Olivier Loustau, Diana Stewart, Gilles Matheron, Philip Schurer, Violaine de Carne, Jeanne Corporon

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