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Omicidio allo specchio

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Ogni pomeriggio quando rientrava a casa dal lavoro, prima di togliersi la divisa da guardia giurata, metteva in scena un angosciante rituale: andava in bagno, si posizionava davanti allo specchio,

Ogni pomeriggio quando rientrava a casa dal lavoro, prima di togliersi la divisa da guardia giurata, metteva in scena un angosciante rituale: andava in bagno, si posizionava davanti allo specchio, estraeva la pistola dalla fondina, la puntava sulla sua immagine riflessa nel vetro e, guardandola con profondo disprezzo, fingeva di spararle.

– Fallito! Non sei riuscito mai a fare un cazzo di niente nella vita! – diceva a volte prima di simulare lo sparo.

Oppure:

– Schifoso ciccione! Neanche la più brutta donna del mondo ti si porterebbe a letto!

O ancora:

– Ma guardati quanto sei triste, solo! Guardati! Sei un essere marginale e lo sarai sempre!

L’uomo andò avanti così, a offendere e a far finta di sparare sull’immagine riflessa, ancora per molto tempo; fino a quando un giorno, l’immagine riflessa, stremata fin dentro l’anima da quei continui, pesanti insulti e furibonda per quei continui, bugiardi spari dei quali era continuamente oggetto, non perse la pazienza e reagì.

Quel pomeriggio fu lei a sparare. E non fece finta. Prima di tirare il grilletto rivolse gelida al suo dirimpettaio al di là dello specchio solo due parole.

– Ora basta.

Gliele scandì bene, lentamente, poi sparò.

Il proiettile uscì dallo specchio, mandandolo in frantumi e si andò a conficcare tra gli occhi dell’uomo, che morì sul colpo. Dell’immagine riflessa invece, da ogni pezzettino di specchio sparso a terra, svanì subito ogni traccia.

Solo su un frammento di vetro, finito in un angolo lontano, vicino la vasca, era possibile scorgere ancora due labbra, prossime al dissolvimento anche loro, atteggiate finalmente a un sorriso soddisfatto e liberatorio.

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