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I ladri di tempo

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Era sabato mattina. Il commissario Lo Bianco era fermo in piedi davanti all’ufficio postale, in mezzo a un robusto dispiegamento di macchine della tempolizia. Guardava dieci uomini in uniforme che trascinavano fuori dall’edificio,

Era sabato mattina. Il commissario Lo Bianco era fermo in piedi davanti all’ufficio postale, in mezzo a un robusto dispiegamento di macchine della tempolizia. Guardava dieci uomini in uniforme che trascinavano fuori dall’edificio, per caricarla su una camionetta blindata, una vecchietta silenziosa, con un vestito a fiorellini e i capelli bianchi raccolti in una crocchia ordinata.

Appariva armata soltanto di borsetta e si lasciava portare via senza reagire, ma veniva tenuta sotto tiro da mitra spianati.

Anche questa operazione era andata a buon fine, eppure, il problema sembrava senza soluzione: i furti di tempo non accennavano a diminuire.

– Il tempo non va sprecato! – disse il commissario ad alta voce, rivolgendosi soprattutto a se stesso.

Del resto, era la legge che lo diceva.

Qualcuno ricordava che molto tempo prima, perdere tempo era considerato semplicemente sconveniente.

Poi era iniziata la pubblicità. La tivù e i cartelloni con modelle poco vestite recitavano i loro slogan e proponevano qualunque tipo di articolo: in cambio del tuo tempo potevi avere un’auto nuova fiammante, un televisore ultrapiatto, un cellulare di ultima generazione.

Certo, se volevi fare carriera non bastavano otto ore al giorno per cinque giorni. Ci voleva molto più tempo. Tutti lavoravano per tutte le ore che avevano a disposizione, e che non bastavano mai.

Si tornava a casa solo per dormire. Insieme agli uomini, anche le città si erano adeguate alla necessità di risparmiare tempo. Le nuove costruzioni sorgevano tutte uguali intorno a strade dritte: non c’erano piazze in cui riunirsi, né parchi dove andare a fare un pic-nic.  Nessuna casa aveva un giardino, perché non c’era tempo per piantare i fiori e tagliare l’erba. E poi, nessuno aveva più un cane, perché non c’era tempo per portarlo fuori a far pipì, né un gatto, perché non c’era tempo di aprirgli una lattina di bocconcini o di patè.

Perdere tempo era diventato reato.

Poi, erano iniziati i furti.

Il commissario lavorava anche venti ore al giorno per contrastarli, ma la situazione non migliorava, e più si andava avanti e più il tempo mancava. Mentre i furti non facevano che aumentare.

La vecchietta appena arrestata, ad esempio, per ritirare la pensione aveva creato una lunga coda, e  in una sola mattinata era riuscita a rubare più di un’ora e mezza a una ventina di persone. Trenta ore perse così, PUFF! sparite nel nulla, senza che nessuno sapesse dove erano andate a finire.

La nonnina, quando gli passò vicino, accennò un saluto e un sorriso. Gli venne in mente la nonna della pubblicità, quella che prepara la crostata genuina con la frutta vera, come si faceva una volta. Gli parve di sentirlo il profumo di quella torta, mescolato al profumo e al suono della campagna, il vento fra gli alberi, il frinire dei grilli, il campanaccio delle mucche che pascolavano poco lontano. Era di certo una scena vista alla tivù, ma gli venne per un istante il dubbio che potesse trattarsi del ricordo di qualcosa che aveva veramente vissuto.

Quando la donna fu a bordo e il portello richiuso, il commissario si avvicinò alla camionetta e sbirciò attraverso la fitta grata. La dolce signora lo fissava.

– Lei è il commissario Lo Bianco, non è vero? – chiese. – L’ho riconosciuta subito, l’ho vista alla tivù. Ma non voglio farle perdere tempo. Chissà quante cose importanti la aspettano!

Il commissario pensò che avesse ragione. In quel periodo non aveva tempo per nulla, con tutte le cose che aveva da fare.

Riepilogò mentalmente gli arresti condotti quel giorno: un vecchietto, fermato nell’ufficio dell’anagrafe per aver richiesto per la quinta volta il duplicato della carta d’identità. Una giovinetta, che in un atelier di moda aveva misurato centinaia di abiti da sposa senza sceglierne uno. Un dirigente di una grossa compagnia telefonica, che aveva convocato una riunione di due ore dell’intero staff, per decidere dove posizionare una mensola. Un guidatore di tir, che aveva incastrato il suo autoarticolato a cavallo del guardrail, rendendo impraticabile un’intera autostrada.

– Commissario, guardi qua! – un agente sfilò un volantino da una intera risma – Nella borsa della vecchia c’erano questi.

Lui lesse: “Il tempo è in via di estinzione. Unisciti all’organizzazione per la salvaguardia del tempo.”

Guardò ancora dentro la camionetta. La donna non aveva smesso di fissarlo.

– Lei fa parte di questo gruppo eversivo, di questa congrega dissidente, di questa masnada terroristica, di questa banda sediziosa, di questa compagine rivoluzionaria? – le chiese.

La nonnina annuì cinque volte.

– Non si rende conto che questo aggiunge il dolo al suo reato? E che posso incriminarla anche per associazione a delinquere?

La nonnina annuì ancora, poi fu il suo turno di parlare.

– Lei si ricorda sua nonna commissario? Preparava un’ottima crostata di mirtilli, se non sbaglio!

Ecco che cos’era quel profumo delizioso: erano mirtilli.

– Sua nonna è morta di crepacuore quando la frutta ha smesso di avere sapore, e ha scoperto che le marmellate sintetiche del supermercato erano più buone delle sue. E si ricorda il cane Black, con cui divideva la merenda da bambino? Il panino con la coppa, il lombetto, il capocollo o la finocchiona: un morso per uno, a turno. E poi Black portava il suo osso, e si offriva di dividere anche quello. Se lo ricorda? Black le è stato portato via il giorno del suo quinto compleanno, e sostituito con una console per giochi elettronici 3D, pagata con il tempo di suo padre e di sua madre. E si ricorda del figlio dei suoi vicini di casa, con cui scambiava le figurine dei calciatori?

Il commissario immaginò che fine atroce potesse aver fatto il suo piccolo amico.

– Quel bambino, ora è un uomo della sua età, ed è uno dei pochi a vivere ancora in campagna. Quando torna a casa, ha sempre tempo per insegnare qualcosa ai suoi figli, per essere affettuoso con sua moglie, per accarezzare il gatto, o per leggere un buon libro, perché il suo tempo non è in vendita.

– E con questo, cosa pensa di dimostrare? – ribatté il commissario, mentre si chiedeva come facesse la vecchina a sapere tutte quelle cose su di lui.

– Oh, proprio nulla – rispose la vecchina – solo che il tempo non va sprecato!

In quel momento il motore della camionetta si accese.

– Commissario, posso partire? – chiese l’agente sporgendosi dal finestrino.

Il commissario rispose con un gesto affermativo.

Mentre la camionetta si allontanava, il commissario la seguì con lo sguardo e gli parve di vedere, attraverso le sbarre, la piccola mano della signora che lo salutava.

Il lavoro per quel giorno era concluso. Si diresse verso la sua macchina, sbloccò l’antifurto e salì. Accese il motore e partì verso casa. Guidava mantenendosi scrupolosamente entro il limite minimo di velocità. Attraversò due incroci, poi arrivò al semaforo che dava accesso alla tangenziale. Era giallo, quindi rallentò fino a fermarsi. Dopo i venti secondi previsti, il semaforo fu di nuovo verde. Lui guardò la luce che cambiava colore. Mise a folle, tirò il freno a mano e prese un bel respiro.

I clacson dietro di lui iniziarono a suonare. Lui aprì la portiera e scese. Mostrò la paletta di segnalazione alle macchine della fila che si era formata dietro la sua. I clacson smisero di suonare. Lo Bianco si chinò a controllare una gomma. Poi risalì in macchina e partì.

Il cuore gli bruciava nel petto e sentiva una specie di ronzio nella testa. Nel complesso si accorse di sentirsi molto meglio. Lui, il commissario capo Lo Bianco della tempolizia aveva appena fatto perdere un minuto a dieci macchine in fila.

Non era molto, ma era pur sempre un inizio.

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