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Siamo pronti a mediare?

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A tre mesi dall’introduzione dell’obbligatorietà nella procedura di mediazione in molte materie del diritto civile appare interessante promuovere una riflessione sull’entità di quel cambiamento

A tre mesi dall’introduzione dell’obbligatorietà nella procedura di mediazione in molte materie del diritto civile appare interessante promuovere una riflessione sull’entità di quel cambiamento che alcuni, forse sollecitati da un moto di entusiasmo, definivano “epocale”.

I primi a confrontarsi, per forza di cose, con questo strumento sono stati gli avvocati. Essi hanno accolto la mediazione dapprima con diffidenza che, per inciso, in molti ancora permane, poi con curiosità; numerosi sono stati coloro che ne hanno apprezzato le potenzialità, basti pensare all’altissimo numero di avvocati che hanno conseguito il titolo di mediatore.

Successivamente, nel momento in cui si delineava la figura del mediatore civile quale nuovo elemento interlocutorio nel panorama giuridico italiano, ma soprattutto come una figura professionale che non prevede una specifica preparazione giuridica, questo richiamava l’attenzione anche di professionisti con competenze diverse, come ingegneri o psicologi, sociologi o architetti.

Questa “apertura” rappresenta sicuramente uno degli aspetti più controversi: si può mediare senza avere una preparazione giuridica?

La risposta a questo quesito prevederebbe almeno due possibilità: o il Legislatore è stato superficiale nella definizione delle caratteristiche professionali del mediatore, critica ricorrente di una parte della classe forense, oppure aveva in mente qualcos’altro.

Come postulato io proporrei di considerare che ciò che prevede la recentissima normativa in meteria di mediazione sia frutto di un operato competente, le polemiche e le illazioni le lascio ad altri; per cui focalizzando la nostra attenzione sul secondo punto, proverei a riflettere sulle competenze di un buon mediatore.

Uno degli elementi chiave che caratterizzano la procedura della mediazione è il raggiungimento di un accordo equo per le parti. Questo presupposto, costantemente ribadito nei corsi di formazione per aspiranti mediatori, risulta spesso appreso concettualmente, ma meno agito sostanzialmente.

La possibilità di mantenere un atteggiamento neutrale non potrà corrispondere ad un’assoluta mancanza di emozioni, sensazioni e vissuti che andranno ad incidere su di un assetto valutativo del quale dobbiamo essere consapevoli. É esattamente attraverso questa consapevolezza che il mediatore può individuare quegli elementi personali che caratterizzano il proprio stile, che potrà arricchire di strategie e tecniche utili al raggiungimento dell’accordo.

Concentrandosi su questo assunto appare palese come la competenza del mediatore sia un processo in fieri, propedeutico ad una pratica attenta e costante.

La mediazione, nella sua linearità si manifesta come una procedura molto più articolata di quanto appaia nell’immediato. Durante i corsi di formazione, infatti, si pone molta importanza alle simulazioni, poiché rappresentano l’ambito elettivo nel quale far emergere l’atteggiamento del mediatore inteso come un elemento che presenta una forte connotazione personale.

Spesso ci si sorprende delle difficoltà nella gestione del conflitto, nel mantenimento di un atteggiamento quanto più possibile neutrale, nella ricerca di informazioni che facciano emergere gli interessi che generano la controversia; insomma ci si confronta con un mondo in cui si è professionisti, ma anche esseri umani a contatto con le nostre emozioni, che è fondamentale imparare a conoscere e gestire per ottimizzare il proprio lavoro.

Ecco che tutto l’assetto giuridico, tutti i riferimenti ai Codici appaiono secondari, se non a volte eccessivamente interferenti nel riuscire a costruire un atteggiamento che in filosofia viene abilmente descritto con il concetto di epoché, termine che indica quella “sospensione del giudizio” dalla quale partire per portare alla luce il conflitto delle persone coinvolte, le LORO ragioni, i LORO interessi, le LORO posizioni.

Essere mediatori significa anche imparare a valutare la posizione dell’altro come intrinsecamente differente, che si costruisce su valori e significati diversi-da-me, condivisibili o meno e che costituiscono i presupposti che possono generare il conflitto.

Questa posizione non ha lo scopo di tracciare il percorso verso un processo di deresponsabilizzazione, tutt’altro: essere coscienti dell’alterità, implica innanzitutto essere consapevoli dei nostri meccanismi relazionali e di quelli dell’altro, ed agire per facilitare il raggiungimento dell’accordo.

Proseguendo la riflessione, potrebbe essere interessante analizzare il costrutto della mediazione rispetto al contesto culturale e sociale.

Di chiaro stampo anglosassone, l’istituto della mediazione mira a promuovere un percorso alternativo nella risoluzione delle controversie, in cui le persone coinvolte siano totalmente protagoniste di questo percorso. Accanto a ciò, e non secondario, emerge l’aspetto di deflazione del sistema Giustizia, sempre più ingolfato da procedimenti lunghi e costosi.

Ma siamo pronti a tutto questo? Ancora oggi la conoscenza della normativa in materia di mediazione, risulta essere sommaria se non totalmente carente in buona parte. Il mediatore civile viene assimilato, per una questione di assonanze, con la figura del mediatore familiare, che ha tutt’altra funzione.

Laddove le informazioni sono più approfondite, sorgono invece incomprensioni circa il ruolo che assume all’interno della controversia: come decide? Cosa decide?

Ciò che sembra difficile metabolizzare è l’assenza dell’aspetto decisionale. Il fatto che il mediatore abbia lo scopo di facilitare il raggiungimento dell’accordo suscita non poche perplessità. Parafrasando la questione potremmo affermare: come posso mai decidere su quali siano i miei interessi in merito alla questione in cui sono coinvolto?

Messa in questi termini appare evidente come molti sarebbero pronti a considerare pleonastica una domanda del genere; ma in effetti è proprio quello che ha rappresentato, fino ad oggi, la principale modalità attraverso cui affrontare una controversia di carattere civile.

Delegare ad un terzo le sorti del proprio procedimento nasce, innanzitutto, dal fatto che i conflitti, alla base, non hanno mai avuto modo di esprimersi se non attraverso attacchi reciprochi, in una situazione di stallo in cui solo un intervento esterno può porre fine alle ostilità.

Questa situazione è assimilabile a quella in cui due nazioni sono in lotta tra loro per una supremazia il cui obiettivo è quello di dominare l’altro, di essere superiore, di incutere timore, in altri termini l’obiettivo non è ottenere qualcosa, ma annientare l’altro.

Questa condizione mi allontana molto dalla capacità di cogliere quegli interessi e bisogni che potrebbero emergere grazie alla mediazione, il mio scopo è vincere a scapito dell’altro.

Appare chiaro che un sistema in cui la mediazione sia efficace implica un radicale cambiamento non solo nella Giustizia italiana, ma nel modo di percepire l’esperienza conflittuale; la cui elicitazione è rappresentativa di dinamiche relazionali che devono trovare un assetto diverso, per poter permettere a quella relazione di assestarsi su un nuovo equilibrio costituitosi proprio alla luce della risoluzione della controversia.

A differenza di altri contesti, in mediazione ci si parla, ci si confronta, si espongono le proprie ragioni, si discute, ci si arrabbia e tutto questo agevola la ripresa della relazione irrigidita da quella situazione di stallo reciproco che descrivevamo in precedenza.

Non a caso lo slogan che meglio rappresenta questo assunto è: mediare conviene!

E’ vantaggiosa in termini di rapidità, di economicità, di riservatezza, di soddisfacimento dei propri interessi e di prosecuzione dei rapporti interpersonali.

La mediazione

La mediazione è una procedura di risoluzione alternativa delle controversie amministrata da un terzo imparziale (il mediatore) e finalizzata ad assistere due o più soggetti nella ricerca di un accordo amichevole per la risoluzione di una controversia.

Rapidità, costi certi e contenuti, controllo delle parti sul contenuto dell’accordo (conciliazione), riservatezza e assenza di rischio sono tra i principali vantaggi del ricorso alla procedura di mediazione regolata in Italia dal recente Decreto Legislativo 28/2010 e dal D.M. 180/2010 – Ministero della Giustizia.

La durata della mediazione non può avere durata superiore a 4 mesi e l’esito positivo, o accordo conciliativo, ha il valore di una vera e propria sentenza. La richiesta di avvio della mediazione può essere presentata in uno dei circa 400 organismi di mediazione, pubblici e privati, soggetti alla vigilanza da parte del Ministero della Giustizia.

Si richiede l’avvio della procedura di mediazione obbligatoriamente quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale per controversie in materia di: diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi e contratti bancari e finanziari.

La mediazione, così come normata dal legislatore, può essere avviata volontariamente per iniziativa di una o di tutte le parti, per invito del giudice o in seguito ad una clausola contrattuale.

Il nostro paese è stato tra i primi in Europa ad introdurre la mediazione quale strumento di risoluzione alternativa delle controversie, in attuazione di una Direttiva europea e con scopi principalmente deflattivi del contenzioso civile italiano, in coda alle classifiche mondiali.

Gli autori

Emanuele Guarracino

Psicologo. Specializzato in psicoterapia cognitiva presso l’Associazione di Psicoterapia Cognitiva in Roma. Docente nei corsi per mediatori. Studioso dei sistemi motivazionali interpersonali applicati alla mediazione.

Renato Fossati

Studioso ed esperto in procedure ADR – Alternative Dispute Resolution, docente nei corsi per mediatori, è fondatore di Mediazioni e Arbitrati, un organismo di mediazione privato italiano.

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