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La Fiction: The Kennedys, la serie che l’America non vedrà mai

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«L’ambizione non è un vizio da gente di poco conto». La citazione di Montaigne apre la prima puntata di «The Kennedys», la miniserie...

«L’ambizione non è un vizio da gente di poco conto». La citazione di Montaigne apre la prima puntata di «The Kennedys», la miniserie in otto puntate che ha debuttato martedì scorso in Italia su History Channel. La serie è stata creata da Joel Surnow e vede come protagonisti Greg Kinnear, nel ruolo di John Fitzgerald Kennedy e Katie Holmes, moglie di Tom Cruise e indimenticabile protagonista di Dawson’s Creek, è la moglie Jackie, mentre Berry Pepper è il fratello Robert F. Kennedy.

Una delle serie più costose mai prodotte. Per mesi al centro di polemiche e di critiche. È il ritratto senza censure di uno dei presidenti più amati dagli americani. È il racconto senza peli sulla lingua di una dinastia che ha segnato la storia del ventesimo secolo. Una serie che l’America non vedrà mai. Commissionata all’inizio da History Channel Usa una volta visto il risultato il network ha rifiutato la messa in onda a causa della ricostruzione storica giudicata inesatta e per focalizzarsi sugli aspetti più oscuri, nebulosi e scandalistici della famiglia Kennedy. Un debutto davvero choc per la rete, che si è lanciata sul mercato fictional con un prodotto decisamente complesso, costato circa 30 milioni di dollari.

Surnow ha respinto ogni accusa dichiarando che: “ci siamo basati su documenti storici: ovviamente le conversazioni private non le potevamo sapere ma tutte le decisioni prese nella Sala Ovale, comprese quelle circa la crisi dei missili di Cuba, sono provate. Non esprimiamo giudizi sulla loro politica. La nostra miniserie ha gli ingredienti del grande dramma; ambizione, gelosia, lealtà e intrighi. È una storia di famiglia, è la storia della famiglia Kennedy”.

La storia di una importante dinastia americana caratterizzata da lotta per il potere, tradimenti, sesso, tragedie. Si parte dalle elezioni del 1960, alle quali Jack corre supportato dal fratello Bobby (Barry Pepper, “Salvate il soldato Ryan”), giovane determinato ed ambizioso, la cui sorte in politica sarà altamente influenzata dal padre Joe (Tom Wilkinson, “Full Monty”). Il rapporto dei due fratelli col padre è uno dei temi portanti della miniserie, e ci mostra come la volontà di Joe nell’affermare la propria famiglia tra le più potenti d’America abbia avuto degli effetti sia su Jack (che si dovette candidare dopo la morte del fratello Joe, su cui la famiglia inizialmente puntava) che su Bobby e sulle loro famiglie.

In realtà la serie da un lato appare troppo romanzata e drammatizzata che le quinte della Storia non riescono a riequilibrare: Jfk che si sarebbe buttato in politica per accontentare le ambizioni di un padre padrone; Jacqueline Bouvier, sua moglie, anche lei vittima di genitori dispotici. Dall’altro a danneggiare la dignità storica del prodotto, sembra intervenire anche l’atmosfera artefatta e melodrammatica che immerge e affoga il biopic in un climax da feuilleton. Anche il look degli interpreti che insiste su una mimesi plastica risulta infondo manieristico e un po’ ingessato.

Tutto si gioca sul vedo e non vedo: le relazioni extraconiugali di JFK si percepiscono ma non sfociano mai in scene esplicite, il coinvolgimento della famiglia Kennedy (e in particolar modo del padre Joe) con la mafia di Boston del boss Giancana è palese, ma sfuocato dal dubbio che fosse dovuto a un equivoco piuttosto che a un reale interesse da parte del padre di entrare in contatto con la criminalità organizzata.

Come si vede a far discutere è la sceneggiatura ed il problema, ancora oggi centrale, della scrittura storica attraverso la televisione. A tale proposito, Todorov in “Retorica e Storia” afferma che nessun racconto è naturale e che una scelta e una costruzione presiedono sempre alla sua formazione: “è di un discorso che si tratta, non già una serie di accadimenti”.

La fiction storica, nello specifico, rappresenta una formula di narrazione che si allinea con facilità alle logiche proprie della televisione del giorno d’oggi, caratterizzate dalla ricerca di forme di serialità e di contenuti accattivanti. Ma non si tratta solo di scrittura e narrazione dei fatti. L’elemento più interessante che emerge è un altro: al termine della serie vengono mostrati filmini amatoriali girati dagli stessi Kennedy (amavano apparire in maniera smodata). Ed proprio la combinazione tra finzione e documentario, fictional e factual, a creare un effetto sorprendente, una vicinanza che fa esplodere entrambi i generi.

E tra lati oscuri e tendenze al drama-soap (che poco si presta alla mission di fedeltà storica della rete) la serie non appare in grado di restituire una cosa che deve essere propria e unica delle narrazioni storiche: le emozioni. O meglio ancora la storia delle emozioni.

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