La bambola gonfiabile depressa dal terremoto

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Un palazzo sventrato per metà, ma un balcone è al suo posto. I panni stesi, ancora lì. Qualcuno passerà ogni giorno e guarderà la sua camicia che sventola, come bandiera...

Un palazzo sventrato per metà, ma un balcone è al suo posto. I panni stesi, ancora lì. Qualcuno passerà ogni giorno e guarderà la sua camicia che sventola, come bandiera piantata a testimoniare che lì era la sua vita…

La casa dello studente, Via XX Settembre 46. L’atmosfera è indescrivibile, unica, oggi ha il sapore dei luoghi mistici. Ti toglie ogni parola di bocca. Come quella di Auschwitz, del quartiere ebraico a Roma o del muro di Berlino. È già storia. O almeno dovrebbe esserlo. È giugno, ma un’aria gelida e silenziosa ti invade.

Le chiese, le farmacie, hanno traslocato in container e edifici transitori. Un liceo in un palazzo rattoppato. I luoghi di ritrovo serale sono cambiati.

Il centro storico è interamente puntellato. Non ci sono ovunque i sigilli sui portoni dei palazzi, non c’è nessuno che controlli. Riesci addirittura ad entrare in quella che era la tua casa, in Via ed Arco delle Terziarie, e a recuperare qualcosa che non avevi pensato di prendere quando ci sei tornato, subito dopo. Qualche ricordo, piccoli oggetti, cartoline, fotografie sbiadite da uno strato di polvere e calce. Il superfluo di ieri diventa essenziale per il cuore, oggi. La bambola gonfiabile, che ti avevano regalato gli amici per farti uno scherzo e che avevi relegato su un armadio, ora è lì sul pavimento, sotto una montagna di altri inerti pezzi di vita. Fa tristezza anche lei. È di plastica, inanimata dalla sua creazione, ma capace di suscitare sentimenti vividi in un animo umano.

In tutta la città solo pochi cantieri attivi. Ti aspetti di trovare le imprese edili di mezza Italia lì al lavoro, e invece no. Tutto va a rilento. Sembra che non ci sia fretta…

La sposa. Lascia la casetta che è stata assegnata a lei e ai suoi genitori. È raggiante, bellissima. Sta per iniziare la sua nuova vita. Spostata, rispetto a quello che ne era il centro. Ma lei è determinata, sente che lo rivedrà pulsare quel centro, un giorno. Sono tutti lì, felici con lei. La sua famiglia, gli amici. I vicini di casa, che sembrano viverle accanto da sempre, probabilmente l’hanno vista per la prima volta poco tempo fa. Lei percorre il breve tratto di corridoio tra la porta di casa e le scale esterne in metallo della palazzina a due piani. Le riempie di luce quelle anguste scale scure, con il suo vestito bianco. E, stretta sottobraccio al suo papà, arriva all’auto che l’accompagna verso il futuro…

È un giorno felice. Un giorno di festa. Un giorno in cui si ride, ci si commuove, ci si rincontra.

La vita qui va avanti, se tu decidi di andare avanti. Di non far ostacolare il corso delle cose dall’immobilità della burocrazia. Di non far offuscare la tua visione della vita da promesse incredibili, azzardate, inattuabili. Di non farti annientare dalla provvisorietà. Qui il filo rosso è intrecciato di coraggio e speranza. Qui, semplicemente, la gente che ha ricevuto per la seconda volta in dono la vita, ha deciso di viverla.

Qui è il cuore dell’Aquila, il 5 giugno 2011.

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