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Il libro postumo: Il Re Pallido di David Foster Wallace

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Autunno 2011: questo sarà il periodo in cui i lettori italiani di David Foster Wallace potranno sfogliare le pagine della sua ultima opera, postuma e incompleta...

Autunno 2011: questo sarà il periodo in cui i lettori italiani di David Foster Wallace potranno sfogliare le pagine della sua ultima opera, postuma e incompleta, “Il re pallido”. In attesa di questo momento non resta che dare un’occhiata alla critica letteraria che, al di là dell’Oceano, se ne sta occupando da mesi. Tanta era infatti l’aspettativa per il 15 aprile, data in cui la Little, Brown and Company lo ha fatto uscire nelle librerie.

 

“Postumo” e “incompleto” sono appunto le keywords che emergono dalla quasi totalità delle recensioni. Impossibile da inquadrare e da riassumere, incomparabile con i lavori precedenti, la fama di “The Pale King” (questo il titolo originale) è innanzitutto basata su una storia dalla quale i giornalisti partono e nella quale ricadono non appena fallisce il tentativo di dare un’interpretazione coerente ai microcosmi rappresentati in ogni capitolo, a volte quasi non coordinati fra loro. Una storia complessa e ineludibile, proprio perché causa di quel “postumo”, di quell’ “incompleto”.

 

Due mesi dopo il suicidio di Wallace, la vedova Karen Green e l’agente Bonnie Nadell entrarono in punta di piedi nel garage adibito a studio nella sua casa a Claremont, in California, sotto il cui portico si era impiccato. Ordinatamente impilate sulla scrivania e illuminate da un fascio di luce, segno che non erano state casualmente dimenticate, riposavano le bozze di 12 capitoli. La restante parte del libro (quasi 5000 pagine scritte tra il 1996 e il 2008, come aveva anticipato David Foster Wallace all’amico Jonathan Franzen) era sparsa in quaderni, appunti volanti, cd, files, floppy disks. Una borsata di materiale grezzo che il suo editore, Michael Pietsch, chiamato in tutta fretta, racconta di aver raggruppato e portato a New York. Lì, con il supporto di alcuni aiutanti e di un foglio excel, Pietsch, già noto per il suo lavoro sull’opera postuma di Hemingway, “The dangerous summer”, si dedicò per più di due anni alla revisione del volume, cercando innanzitutto di rintracciare negli scarabocchi dell’autore una linea guida e soprattutto di modificare il meno possibile l’impianto di base. L’impresa sembrava talmente complessa e limitativa, essendo ogni capitolo un mondo a sé stante (tanto che alcuni estratti erano anche già stati pubblicati come racconti), che al team venne perfino l’idea di rinunciare a un assemblaggio definitivo e, anzi, di rompere ancora una volta gli schemi della letteratura classica. Si pensò di proporre ai lettori un e-book che lasciasse la libertà di ricomporre i 50 capitoli e di predisporli in un ordine non necessariamente prestabilito. Il progetto, però, naufragò ben presto, a fronte di complicazioni tecnologiche; ma ciò non impedisce, come suggerisce Jennifer Schuessler sul New York Times (http://artsbeat.blogs.nytimes.com/2011/04/11/david-foster-wallace-self-help-reader/), di procedere nella lettura in modo disordinatamente autonomo.

 

E così, poco più di due anni dopo il suicidio di Foster Wallace, quello che lui aveva spesso definito “The Long Thing” o “The Project” viene chiuso, impaginato e dato alle stampe, assumendo quindi una forma e una completezza in realtà solo superficiale. Qui finisce la storia, che scivola a tratti nella leggenda, e inizia, con difficoltà, il tentativo di dare un senso al contenuto del libro in sé. Quasi inesistente (eccezion fatta per un tentativo di truffa), la trama può essere riassunta in poche righe: si tratta della descrizione della vita scialba e monotona degli impiegati nell’ufficio locale dell’IRS, ovvero il corrispettivo della nostra Agenzia delle Entrate, a Peoria, Illinois. Tutte le recensioni sono d’accordo su un punto centrale: per certi versi  è forse il libro più noioso che sia mai stato scritto. Perfino i fan più appassionati, tra cui Benjamin Alsup dell’Esquire, si possono sentire autorizzati ad addormentarsi, a saltare a piè pari interi paragrafi, oppure a chiudere del tutto il libro. Ma, attenzione, invece di essere un fattore negativo, questo non è che un pregio. “Il Re Pallido”, infatti, è un libro che dalla descrizione quasi paranoica e maniacale del concetto di noia cerca di far emergere alcuni tratti distintivi di un’epoca (gli anni Ottanta del XX secolo), di un mondo (gli Stati Uniti appena entrati nella rivoluzione tecnologica), di un luogo circoscritto (il profondo Midwest, con le sue limitazioni e piccolezze). È il tentativo dell’autore, come dice Jonathan Segura su Publisher Weekely (http://www.publishersweekly.com/pw/by-topic/industry-news/publisher-news/article/46462-the-pale-king-by-david-foster-wallace-the-pw-review.html), di “ficcare tutto il mondo tra due copertine rigide”. Il libro, secondo la prefazione, posta a sorpresa nel capitolo 9, è un’autobiografia che riporta con fedeltà e dovizia di particolari i fatti “realmente accaduti”, i retroscena e le psicologie che riguardano i “wigglers”, la categoria più bassa degli impiegati dell’ufficio dell’Agenzia. In piena epoca Reagan, messi alle strette da una congiuntura economica e tecnologica per loro estremamente negativa (siamo agli albori dell’era tecnologica), trascorrono le loro giornate nella più totale “loneliness, depression and ennui”, invischiati in situazioni psicologiche e sociali di estremo disagio. Uno di loro, per esempio, suda in modo copioso e non riesce a trovare una soluzione, perché più si preoccupa della sua sudorazione più questa aumenta e infastidisce i vicini. Un altro assiste alla morte del padre investito da un’auto, un’altra ancora subisce violenze sessuali, un altro, da bambino, ha la fissazione morbosa di baciare ogni centimetro di pelle del suo corpo.

 

Su tutto, però, domina la noia. La narrazione di ogni atto diventa narrazione della noia, che è sostrato dell’intera esperienza umana, ed è causata dal ripetersi quotidiano degli stessi meccanismi, dalle complicazioni burocratiche che rendono difficili anche le azioni più semplici.

 

Per esempio, un passo che ha colpito tutti i critici (e come non potrebbe?) è il capitolo 25, un lungo elenco di 1300 parole, disposte sulle pagine in doppie colonne senza paragrafi, che descrive l’azione ripetitiva di centinaia di persone che girano le pagine: “…Olive Borden turns a page. Sandra Pounder turns a page. Matt Redgate turns a page and the almost instantly turns another page…”. Oppure, il capitolo in cui vengono citati per intero stralci dei decreti legislativi, che l’autore aveva studiato a fondo.

 

Ma, proprio a causa di questa dimensione esistenziale arida e piatta, riescono a emergere delle qualità straordinarie. Innanzitutto, l’eroismo che sembra prendere forma nella complessità mediocre della vita di tutti i giorni, il coraggio di resistere alle forme sempre uguali di ripetizione che altrimenti porterebbero alla follia.

 

Poi, un grado di “hyperawareness”, come la definisce Jonathan Raban sul New York Review of Books (http://www.nybooks.com/articles/archives/2011/may/12/divine-drudgery/), una “super consapevolezza” di sé e del proprio rapporto con gli altri.

 

Infine, la capacità di prestare attenzione, di concentrarsi su un compito, su un aspetto preciso, senza perderci la testa, ma anzi utilizzandolo come strumento di salvezza. Wallace utilizza uno stratagemma per dimostrare questa capacità: uno dei personaggi, Shane Drinion, ha una così grande capacità di concentrazione che nei momenti di massima attenzione riesce a levitare, inconsapevolmente. In questo modo, però, appare chiaro che la “hyperawareness” e il dono della massima concentrazione è per il lettore un mero sogno, inarrivabile e dotato di caratteristiche supernaturali. Jenna Krajeski, dalla sua “panchina” sul New Yorker (http://www.newyorker.com/online/blogs/books/2008/09/this-is-water.html), spiega che quello è l’”acqua” di cui lui ha parlato nel discorso di apertura al Kenyon College, quando descrive l’inconsapevolezza e l’ignoranza dei due giovani pesci che, incontrando un anziano pesce che fa dei commenti sulla temperatura dell’acqua, si chiedono straniti che cosa fosse, l’acqua. Anche Raban richiama alla mente le parole che lo stesso Wallace aveva usato nella chiusura del celebre discorso per descrivere questa particolare situazione mentale, in grado di cogliere la profonda verità nella vita “BEFORE death“:

 

“La verità, quella con la V maiuscola, riguarda la vita PRIMA della morte. Riguarda il valore vero di una vera educazione, che non ha quasi niente a che fare con la conoscenza, ma semplicemente con la consapevolezza di ciò che è così reale ed essenziale, nascosto tutt’intorno a noi, sempre, e che dobbiamo continuamente ricordarci. Questa è l’acqua”.

 

Eppure, alla fine è inevitabile ricadere nella questione principale: è strutturalmente, intenzionalmente non finito? Quanto conta la storia del David Foster Wallace in quanto persona nella composizione del testo?Il suo suicidio può essere letto come un atto letterario, può entrare a far parte del libro stesso, costituirne la post o la prefazione?

 

Ognuno risponde a modo suo. Richard Rayner del Chicago Tribune pensa che sia solo l’immagine “luccicante”, che trascina con sé i “segni della grandezza che avrebbe potuto avere” (http://articles.chicagotribune.com/2011-04-29/entertainment/sc-ent-0427-books-the-pale-king-20110429-25_1_infinite-jest-girl-with-curious-hair-david-foster-wallace), con qualche rimpianto per quella conclusione mancata.

 

Di diverso parere è, invece, Sam Anderson del New York Times (http://www.nytimes.com/2011/04/10/magazine/mag-10Riff-t.html), che si sorprende dell’armonia e della finitezza che il libro esprime, nonostante tutto.

 

Infine, c’è chi invece rintraccia nella complessità e nella frammentazione della struttura un’incancellabile predestinazione all’incompletezza. Come se quando Foster Wallace ebbe modo di affermare che “significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore”, volesse davvero indicare una possibile fine, anch’essa inglobata nell’economia della narrazione.

 

Eppure, conoscendo la maniacalità con cui curava le sue opere, lo stesso Pietsch (http://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2011/04/the-pale-king-david-foster-wallaces-editor-on-the-books-path-to-print/236925/) afferma che lui non era il tipo che “avrebbe voluto pubblicare il libro in una forma imperfetta, se avesse vissuto il tempo necessario per finirlo, ma non era vivo per farlo”.

 

Forse, che “Il Re Pallido” sia finito oppure no, non ha così tanta importanza. Forse, più che un libro che risponda ai canoni coerenti della letteratura, è una sfida, un esercizio che vuole trascinare il lettore nello stesso mondo di “hyperawareness”, vuole portarlo a levitare e aprire gli occhi su quello che è l’ “acqua”. Come un “non finito” michelangiolesco, non ha tanto importanza ciò che si vede, ma ciò che si riesce a immaginare.

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