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L’amore non muore

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Era così perfetto. C’era un bianco caldo, non il gelo di quel giorno d’inverno. Sì, quel giorno d’inverno. Quello in cui io ero morta, quello in cui ciò che ero stata era sparito in un soffio, e il vento s’era portato via il singulto di una vita spezzata sul nascere.

Era così perfetto.
C’era un bianco caldo, non il gelo di quel giorno d’inverno. Sì, quel giorno d’inverno. Quello in cui io ero morta, quello in cui ciò che ero stata era sparito in un soffio, e il vento s’era portato via il singulto di una vita spezzata sul nascere. Come un fiore che cresce piano piano, germoglia, e mentre inizia ad aprirsi la sua corolla di petali gli viene reciso il gambo. Così, la mia vita stava appena cominciando a prendere forma, si delineavano i primi obiettivi, si creavano amicizie più forti; ma poi tutto era finito, così com’era cominciato.
E nel nulla eterno riposo adesso, calma e leggera e felice della mia immunità al dolore. C’era lì una nebbia rassicurante, fatta di tutto e pace, di anima e spiriti legati in un’unione di sentimenti ed emozioni.
Poi successe. Un nome, il mio, e svanì tutto.
Flavia! Flavia!
Cosa? Cosa c’è?
Al suono di quel mio nome sussurrato ricordai tutto, la mia identità si staccò dal prato di anime. Però io non volevo andare via da quella calma eterna.
Ancora un pianto, folle. Non potevo ignorarlo. Alzai il manto di brina sotto il quale riposavo placida. Inspirai a fondo e uscii dal magnifico torpore, sollevando una danza di pulviscolo dorato.
Una scena spezzò il mio cuore già fermo da giorni.
Lei piangeva. Non doveva piangere, Lei. Lei, quella che amavo più di tutte e che spesso avevo odiato anche per troppo amore.
Vedevo la sua faccia dolce e buona pigiata sul cuscino, deformata dal dolore. Sembrava avesse di nuovo tre anni e non i tredici che per l’altezza dimostrava ampiamente. Ricordavo i tredici anni passati insieme, prima di quel giorno. L’amore che c’aveva legate e quello che ancora legava la mia anima viva in corpo morto, e la sua viva e viva davvero, ma straziata.
Non lo potevo permettere. Urlai di no, che non doveva essere triste. Però come se non avessi voce, la bocca era ferma perché non avevo più bocca. Strillavo il nulla e più vedevo che non usciva suono, più strillavo d’ansia e agonia nel vedere lei piangere per me. Smisi; non potevo ottenere nulla. La frustrazione che provavo era immensa. Ironia: ero io la protagonista, la causa di quelle sofferenze; ma non potevo recitare, muta e atona, assente. Mi avvicinai, semplice spirito e mi posai sulla sua guancia calda. Premetti contro le pareti di quel confino assurdo e straziante per cui non si poteva più vivere. Premetti il muro che mi separava da lei con tutta la forza che riuscii a racimolare da semplice anima impalpabile. Qualcosa esplose in piccoli lampi, scoppiettando di troppa carica e amore. E mi sentì. Mi sentì vicina e il pianto si fermò. Lei aprì gli occhi ma non vide nulla. Si toccò la guancia ma non c’era niente. Però lei sentiva le mie carezze nella mente e nel cuore, poteva percepire la mia presenza in quell’amore sprizzante. Sentiva che ero morta però non me ne ero andata. Sentiva me, anche se io non c’ero. Così, quando nella sua vita fu sola e persa, le bastò un gesto. E la mano posata sulla guancia in un ricordo di quel giorno in cui, disperata, aveva ritrovato la speranza.

© Flavia Levrero (questo racconto è stato scritto durante il workshop di scrittura creativa realizzato da Scuola Omero presso la Scuola Media Statale Settembrini di Roma)

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