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L’Italia, un paese Senza Scrittori

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Dura appena 75 minuti e sta facendo il giro dell’Italia. Uno dei due autori, Luca Archibugi, scrittore e regista, lo definisce "un grido di dolore". L’altro, Andrea Cortellessa, critico letterario, si "limita" a sviscerare, con ironia,

Dura appena 75 minuti e sta facendo il giro dell’Italia. Uno dei due autori, Luca Archibugi, scrittore e regista, lo definisce “un grido di dolore”. L’altro, Andrea Cortellessa, critico letterario, si “limita” a sviscerare, con ironia, fatti e misfatti, della  “merce-libro” all’interno di quelli che sono i rapporti tra mondo della narrativa e  mondo dell’editoria, della distribuzione e delle librerie. Si tratta di Senza Scrittori (2010), un documentario, forse anche “scomodo” che senza incespicare si pone la domanda se i libri che si trovano impilati all’ingresso delle librerie e quelli che scalano le classifiche sono realmente “letteratura”.

 

“Un grido di dolore” che mostra come le cose sono cambiate nel corso degli ultimi decenni e come, addirittura, i premi letterari, tanto attesi dagli autori,  si sono trasformati innescando sottili meccanismi conosciuti solo dagli “addetti ai lavori”. Il documentario prende avvio nel ninfeo di Villa Giulia, location del Premio Strega. “Fino a un certo momento non c’era la candidatura di scuderia,  vale a dire non era l’editore a scegliere il libro che avrebbe partecipato. Si partecipava con più libri per editore”. C’era realmente un gruppo di lettori  “che selezionavano le uscite più significative e questo consentiva di avere anche delle lotte fratricide”. Il problema, allora, non è la qualità del libro vincente, né la trasparenza della votazione, ma la selezione dei titoli da votare. In altre parole, quelli che vengono spacciati come i migliori romanzi non sono l’espressione più o meno concorde, discutibile ma sincera, di una élite di lettori, ma il prodotto “scelto” dalle grandi case editrici.

 

Sembrerebbe quasi una “commedia all’italiana”. La letteratura, quella che viene sventolata nelle classifiche, nei premi, nei salotti è solo merce. Un bene di consumo come un altro ma non letteratura. O forse, la letteratura ha assunto, negli ultimi anni, un altro significato?

 

L’inchiesta di Andrea Cortellessa avanza inesorabile e instancabile nel suo cammino di destrutturazione-salvagente  della “merce-libro” e lo fa attraverso i quattro “gironi” della vanità: il falò delle vanità, la fabbrica della vanità, il mercato della vanità e la fiera della vanità. Chiude il percorso, quasi come una favola a lieto fine, “verso l’uscita”, con il Festival della Stazione di Topolò.

 

La ricerca dei veri scrittori diventa, per Andrea Cortellessa, un gioco a lotto. Difficile se non impossibile. Allora non resta che stanarli nei luoghi di produzione: le case editrici. “Siamo diretti a Milano, nella capitale dell’imprenditoria italiana, e in particolare dell’imprenditoria che a noi ci interessa. Il nostro tentativo inevitabilmente avrà qualcosa di grottesco o picaresco. La nostra meta naturalmente è Segrate. Segrate è la culla dell’editoria italiana, la sede fortemente voluta da Arnoldo Mondadori per la sua casa editrice che venne costruita negli anni ’80  ma soprattutto è la città dove si fanno i  grandi giochi della nostra letteratura”.

 

L’incontro è con Antonio Franchini, responsabile del settore narrativa della Mondadori. E’ colui che prende decisioni importanti “che possono cambiare la vita dei suoi autori e in particolare, gli spetta un compito molto difficile, quello della tiratura iniziale”.

 

Sul fatto che la “letterarietà è una idea molto discussa, molto allargata, il fatto che uno la tira da un lato e uno la tira dall’altro e non c’è più una condivisione assoluta”, Antonio Franchini risponde: “la società è diventata più civica nella letteratura, nel cinema, nella musica.  Sono caduti tanti muri, sono caduti tanti blocchi, tanti luoghi comuni. Io ho degli archivi storici della casa editrice e si vede che il quantitativo del materiale che arrivava in Mondadori negli anni ‘60 e ‘70 era tanto più basso rispetto a quello che riceviamo oggi. Sostanzialmente, ogni dattiloscritto riceveva almeno due letture e qualche volta tre, quando le prime due letture erano discordanti. Quindi, si aveva il tempo di dibattere sui testi, di far prevalere delle visioni. C’era poi uno scontro con le opinioni opposte della scrittura e della letteratura. Oggi, non sia ha più il tempo di fare questa cosa. La quantità delle cose che arrivano è di 50 volte superiori. Il livello medio si è enormemente alzato e la consapevolezza è diventata molto più profonda. Per cui, tutto può succedere”.

E per il caso Saviano, cosa è successo?  “E’ facile immaginare che quando il successo di Saviano è cominciato a diventare eclatante ci sono state tutta una serie di persone, di giornalisti in particolare, che a Napoli, essendosi occupati di questo  fenomeno, dicevano ‘Saviano che ha scritto alla fine? Sono 30 anni, 40 anni, 50 anni che noi ci occupiamo di queste cose e allora, dove è la differenza?’ La differenza è l’occhio, cioè, lui ha guardato quella materia con occhio letterario”  a detta di Antonio Franchini.

 

Ed ecco, di nuovo, il “mercato dell’editoria” e la sua scissione quando si parla di sconti sul prezzo di copertina. Un mondo a due marce o, se si vuole, a due velocità, dove da un lato ci sono coloro che possono permettersi, grazie alla forza della distribuzione e al controllo delle librerie di catena o dei megastore, un maggiore sconto, e coloro che invece, piccoli e medi editori, privi di importanti sbocchi sul mercato librario rischiano addirittura di dire addio al loro sogno.

 

Gli interrogativi e i  dubbi si infittiscono e come in un labirinto si continua a girare tra librerie di catena, dove ordinare un libro di dieci anni fa diventa quasi o addirittura impossibile, e l’ottimizzazione delle scelte nell’immenso universo di titoli che ogni giorno arrivano  nelle librerie. E poi collane che si alleggeriscono e classici che si fossilizzano intorno a pochi titoli. Ma la via d’uscita dove è?

 

E nell’ultima parte del documentario, “verso l’uscita”, Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, su indicazione di Franco Arminio, scrittore, poeta e paesologo, si avventurano in Friuli, fino ai confini con la Slovenia, alla ricerca di uno strano “festival”, che si svolge nella Stazione di Topolò. Qui scrittori e lettori si incontrano per dar vita, gratuitamente, a una utopia letteraria, in cui non è in ballo vendere libri ma interrogarsi sul senso della scrittura.

 

Allora, esiste ancora un’altra letteratura da raccontare, in cui gli scrittori non cercano solamente il successo tra il pubblico e il libro non è solo un mero prodotto commerciale? E che cosa salva la letteratura dalla commedia del gioco delle “vanità”? Che cosa salva il lettore dalla sua ingenuità, ovvero dal lavoro che critici “addestrati ad arte” sanno suscitare?  E mai possibile pensare che siccome non viviamo nel migliore dei mondi, allora non ci è dato neanche leggere la migliore delle letterature possibili?

 

La risposta, forse, sta nelle ultime considerazioni che Luca Archibugi regala al pubblico che ha assistito alla proiezioni di Senza Scrittori, alla Casa del Cinema nel cuore di Villa Borghese: “leggere è quasi un bisogno fisiologico e con la lettura bisognerebbe riuscire a suscitare delle passioni. Di questi tempi non è semplice. Per questo dicevo che il documentario è proprio un grido di dolore. Secondo me il problema vero è quello della carenza del passato. Noi sapevamo, quando leggevamo la letteratura popolare, che cosa era e sapevamo anche che c’era un’altra letteratura che magari non vendeva  tante copie, una letteratura che non aveva mercato, però, era importante per quello che sarebbe rimasto. C’era comunque qualcosa che riusciva a mobilitare le energie minoritarie sui valori della letteratura. Oggi tutto questo è diventato molto difficile”.

 

A questo punto, mesto e stanco, il testimone passa al lettore. Non un lettore  in balia degli eventi, delle classifiche, dei premi, ma un “degustatore” del vero, diretto artefice e gestore del suo bisogno fisiologico: la lettura.

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