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Il profumo del Glicine

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Presto gli occhiali non mi serviranno più. Potrò finalmente liberarmi di questi pezzi di vetro che deformano il mondo per metterlo più a fuoco. Presto non avrò più nulla davanti ai miei occhi. Spariranno anche quei fastidiosi segni sul naso.

Presto gli occhiali non mi serviranno più. Potrò finalmente liberarmi di questi pezzi di vetro che deformano il mondo per metterlo più a fuoco. Presto non avrò più nulla davanti ai miei occhi. Spariranno anche quei fastidiosi segni sul naso. Sarò più bella. Tutti dicono che senza occhiali sono più bella, compreso mio marito. Tra poco il mio viso non avrà più bisogno di accessori: né occhiali, né lenti.

 

Sono impaziente di tornare a casa, la giornata è ancora soleggiata, ma è già tardi per i miei esercizi. Non posso saltare neanche un giorno gli esercizi di regolazione. Sono molto importanti e lo saranno ancor più quando getterò via questi pezzi di vetro.  Fisso il sole per alcuni secondi, poi tolgo lo sguardo. Fissare il sole troppo tempo fa un po’ male. Dicono che sia normale. Ho fretta di tornare, devo fare gli esercizi. La strada verso casa oggi è piena di particolari, le strade piene di particolari sembrano più lunghe e la mia fretta non fa che aumentare. Guido per tornare a casa dopo una giornata in banca, il sole a mezz’aria provoca riflessi colorati sulle lenti cromatiche. Vorrei togliere gli occhiali, ma non posso toglierli ora, non con questo sole. Presto non né avrò più bisogno.

 

Intravedo il glicine in fiore, è una meraviglia. L’arco di fiori pendenti gira proprio sopra il portone d’ingresso formando una piccola galleria di colore.  La attraverso per entrare in casa, il violetto dei fiori mi accompagna fino al cortiletto interno del palazzo. Qui la luce è poca e posso togliere le lenti scure. Sono due anni che io e mio marito abitiamo qui e ancora non ho imparato a memoria la strada per salire nel nostro appartamento. Mi tolgo gli occhiali e li ripongo con cura nella borsa. Presto questi occhiali non mi serviranno più. Presto avrò il buio davanti ai miei occhi.

 

Mio marito mi aspetta a casa per aiutarmi negli esercizi. Sono esercizi molto utili per la vita a cui vado incontro.  Vanno fatti quotidianamente. Ogni giorno dedichiamo più di un’ora ai miei esercizi. Ci sediamo uno di fronte all’altra e, mentre io tengo gli occhi chiusi, lui mi passa oggetti di vario genere che devo riconoscere senza vedere. È un meccanismo che sviluppa i sensi e permette di regolare la mia percezione dello spazio e delle forme.

 

Dopo il piacevole percorso sotto il glicine raggiungo l’ascensore, salgo al quinto piano ed entro in casa. Mio marito è seduto al tavolo della cucina con accanto un grande scatolone nel quale ha raccolto oggetti di ogni tipo per il mio allenamento. Lo bacio e mi siedo di fronte a lui.

 

–        Roba stramba oggi?

–        Vedrai, oggi non ne indovini uno.

–        Bene allora, cominciamo.

 

Chiudo gli occhi e tengo le mani in avanti muovendo impazientemente le dita. Mio marito tira fuori il primo oggetto. Deve essere grande, non riesce a sfilarlo dalla scatola.

 

–        Ecco, prendi.

 

Mi consegna una specie di valigetta rigida, moto più lunga che larga. La tela sintetica è tenuta chiusa da una lampo che percorre tutto il perimetro lasciando libero solo un lato. La forma sinuosa è inequivocabile.

 

–        Questa è facile – dico io.

–        Davvero? E cos’è?

–        È la custodia di un violino.

–        Accidenti.

 

Io rido. Sono troppo brava nei miei esercizi. Cerca di fregarmi, ma sono troppo brava in questo gioco.

 

–        Dove l’hai preso un violino?

–        Lascia stare, adesso prova ad indovinare questo!

 

Sento che si china per recuperare un nuovo oggetto dalla scatola, ma ci mette più tempo del solito e non provoca alcun rumore di cartone.

 

–        Indovina questo.

 

Mi avvicina qualcosa.

 

–        Ma sei scemo? Dall’odore direi che questa è senza dubbio una tua scarpa.

 

Ora ride anche lui.

 

–        Rimettila subito per pietà.

 

Lui continua a ridere e rimette la scarpa. Poi con tono di sfida mi dice.

 

–        Bene allora. Visto che sei così brava aspetta qui. Giù in macchina ho una cosa che non puoi proprio indovinare.

–        OK.

–        Ma non sbirciare.

–        No, promesso.

 

Mi molla un bacio esplosivo ed esce di casa.

 

Sento che la porta si chiude ed apro gli occhi. Aprirli dopo averli tenuti troppo tempo chiusi fa un po’ male. Mi capita di guardare le figure e vedere solo le ombre. Dicono che è normale con la retina in queste condizioni. Ad occhi aperti mi alzo dalla sedia e vado verso la scatola.

 

Cerco sempre di scoprire cosa mio marito prepara per gli esercizi, prima di iniziare.

 

Imbroglio, sempre. Non voglio deluderlo. Vorrei riuscire a mostrargli che sono brava, che ce la posso fare, che ho un talento naturale, che posso vivere senza vedere. Devo stare attenta che lui non lo scopra. Non voglio rovinare questo gioco. In realtà non vorrei neanche giocare, ma so che lo rende felice. Da quando abbiamo scoperto la mia malattia non fa altro che dedicarsi a me. Mi coccola, mi consola. Cerca di essermi utile.

 

Rovisto nella scatola che ha preparato e cerco di imparare a memoria la forma degli oggetti. Ne osservo i particolari, finché posso. Tra le stramberie che mio marito è riuscito a procurarsi trovo la sua vecchia cintura di karate. Una cintura nera con ideogrammi in oro. Una di quelle cinture di stoffa per chiudere il kimono.

 

Stendo la cintura davanti al volto e la poggio sui miei occhi. Continuerò l’esercizio. Lego le estremità strette dietro la nuca e mi bendo. Ora davvero non vedo più niente. Mi poggio alla tavola e seguendone il profilo raggiungo il centro della stanza. Devo imparare la percezione dello spazio. Devo riconoscere la casa. Devo imparare a muovermi senza vedere. Cammino verso direzioni che mi sembrano giuste, ma mi portano da tutt’altra parte. Mi poggio con i palmi a tutto ciò che incontro. Frano sopra un bicchiere che va in mille pezzi. Cerco di trovare la concentrazione, la percezione dello spazio. Inizio fidarmi dei suoni, degli odori, dei brividi della pelle che sfiora le cose.

 

Raggiungo la camera da letto. Poggiata sul comodino riconosco la cornice che gli ho regalato, quella con la foto del nostro matrimonio. La ricordo perfettamente. Nella foto siamo abbracciati e ci baciamo. Lui mi stringe forte e mi guarda il volto. Ci baciamo come abbiamo sempre fatto, con passione. Il bacio è forte, intenso. Lui tiene gli occhi aperti e guarda il mio viso, io li tengo chiusi e gusto il sapore delle sue labbra. Mi viene in mente che è sempre stato così, che lui ha sempre visto i nostri baci ed io solo immaginato. Mi viene in mente che sarà così, per sempre.

 

Il buio dietro la benda è quasi completo, ma nella direzione della finestra intravedo un lieve chiarore. Raggiungo il balcone. C’è odore di primavera. Con facilità scavalco la ringhiera e rimango con le gambe poggiate alla parte esterna. Mi reggo sui talloni, in bilico sulla soglia. Sento il mio cuore che batte e una voce lontana che mi chiama. Sento la porta che si apre ed una voce allegra che pronuncia il mio nome. Sento il cuore che sta per esplodere e una voce che mi cerca, che mi invoca. Lascio la ringhiera che reggevo con le mani e mi lancio nel vuoto. Sento il corpo leggero ed una voce che grida Amore! Sento l’aria che corre sulla pelle. Amore! Sento il vento. Amore! Sento il vento che copre la voce. Vedo il vento. Vedo il vento invisibile, lo vedo con la pelle. Sento i profumi dei fiori. Amore. Sento il profumo del glicine.

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