Giornata magra, oggi. Nel senso che di carne vecchia non ne ho trovata. Ho già fatto il giro dei primi tre ospedali della città. E niente. Non che avessi molta voglia di lavorare. Mi bastava la solita chiappa indesiderata o un nasone con la gobba trovato per caso tra un bisturi e un ago da sutura.

– Oggi non ce n’è – mi rispondevano i miei amici dei reparti di chirurgia estetica – prova in macelleria – continuavano, ridacchiando lungo i corridoi della clinica – alle tue clienti non piacerebbe un bel grugno di porco?

Spesso mi sono chiesto fino a che punto il loro fosse soltanto un po’ di sano senso dell’umorismo. Eppure il mio è un lavoro come un altro. Lo sanno tutti, in tempo di crisi bisogna avere immaginazione, capire da che parte va il mercato, sapersi reinventare. E io l’ho fatto. Non da solo, lo ammetto, ma grazie alla mia ragazza.

Ogni tanto ci ripenso a quei suoi rotolini sui fianchi. A me tutto sommato piacevano. Pratici appigli per i fondamentali del kamasutra. Purtroppo le amiche di Claire la pensavano diversamente: impugnare è diverso da essere impugnati. Forme passive a parte, la colpa è delle riviste patinate, dei cartelloni pubblicitari, dei programmi televisivi. Quelle immagini sono così perfette, così terribilmente perfette, che basterebbero per farti rinunciare alla brioche del mattino, e a tanti altri piaceri della vita. Bombardata dalla plastica, dimentichi photoshop, le luci di scena e le lacrime che quelle donne da copertina versano giù copiose quando si rendono conto che quella riflessa dallo specchio, maledizione, è la loro vera faccia. Le immagini sono più vere della realtà. E sei tu stessa a sentirti finta. Sonia, Debora e Vanessa, ci si volevano tuffare a pesce trascinando con loro mia moglie. Una sana grigliata mediterranea, senza scampo. Quelle tre sirene furono tra le pioniere della chirurgia estetica. Ne sono certo. Non mi sembra di aver mai toccato prima dei seni tanto sodi come quelli di Debora, che tutta contenta dopo un mese di cicatrizzazione mi disse:

– Tocca, eddai tocca, senti che meraviglia!
– Sì – le risposi senza voler turbare il suo sorriso nervoso. All’epoca non ne ero così convinto. Ora, a bocce ferme, e non solo quelle purtroppo, mi ripeto “Tanto meglio per me”. Ricordo ancora quando ho piantato il naso di Sonia. Glielo avevano sostituito con uno artificiale. Il suo aveva una leggerissima gobba. Ma il problema erano le narici. Troppo grandi. Troppo visibili. Troppo tutto, secondo lei. Ora è felice. Eppure io, sotto sotto, sapevo che ci sarebbe stato qualcuno a cui quel naso sarebbe potuto piacere. E le chiesi se potevo tenerlo.
– Tienilo pure questo schifo – mi disse, – Via, via, lontano da me!
Chi non ama sentire l’odore della primavera o della pioggia, pensai, quello della pelle di un innamorato o di un buon vino fruttato. E con quelle narici, solo con quelle narici potevi goderteli in stereofonia. Così mi sono detto: questo naso è meraviglioso. Tutti devono avere il diritto di vederlo, di indossarlo, di provarlo. E l’ho piantato in un vaso. Sì, in un vaso. Una pianta di nasi, tutti come quello. Un grande raccolto. E così dissi addio al rosmarino. Basta condimenti, qui c’è il piatto forte.

Sapevo che la mia Claire non avrebbe resistito a lungo. Le sue amiche continuavano a perfezionarsi. Al diavolo Picasso! Passavano ore davanti allo specchio, mirandosi e rimirandosi. E lei lì, a guardarsi i fianchi. Un velo nero le era sceso sugli occhi. Non rideva più, non mangiava più e a letto non chiudeva più occhio. Addio sesso, naturalmente.

– Ma io ti piaccio? – mi chiese una sera.
– Sì, da morire – le risposi.
– Non è vero, lo so che non è vero! Come ti può piacere una donna con questi cazzo di fianchi?

In quel momento capii che se ne fotteva del mio parere. Lei voleva essere bella per le sue amiche. Voleva essere bella perché bisogna essere belle. Prese un appuntamento e qualche giorno dopo la accompagnai alla clinica. Nell’attesa, delle mie unghie non rimasero che dei moncherini.

Ma speravo che ne sarebbe valsa la pena, che sarebbe stata felice. Che avremmo ricominciato a sorridere e a fare l’amore. Poi mentre pensavo a tutto ciò, la testa tra le mani, gli occhi socchiusi, una voce incerta ma perentoria interruppe il flusso.

– Non so come sia potuto accadere – disse, – una complicazione. Una complicazione imprevista. Mi dispiace.

Quando realizzai che non era una soap opera, ma la mia vita, persi i sensi. Ma del resto, che senso aveva tutto ciò? Quei suoi deliziosi rotolini ora sono al centro del mio orto. Ci ho costruito attorno un recinto colorato. Sono la mia edizione limitata. Ogni mattina raccolgo tutto questo ben di dio, questi frutti della terra e li porto nella mia bancarella al mercato. Chi l’avrebbe mai detto, dopo tanti anni, che orde di fanatiche impiallacciate di acido ialuronico e gonfie di protesi, tutte uguali, volessero trovare un modo per tornare a essere diverse.

– Dove sono quelle orecchie meravigliose… quelle con quegli enormi lobi… non le avrà già vendute!? Guardi che mi aveva promesso di mettermele da parte! – mi accusano talvolta. Poi vanno dal chirurgo estetico e si fanno reimpiantare i miei prodotti. L’ho sempre saputo, il vintage è il futuro. E non mi venite a dire che sono un genio. Sono le leggi del mercato e io non ne sono che un umile servo.

– Vorrei un paio di quei deliziosi rotolini, – mi dice una ragazza che sembrava aver vissuto per vent’anni in una scatola di sardine – sono per i fianchi, vero?
– Sì – le rispondo io.
– Perfetto, allora li voglio -, mi fa lei.
– Mi dispiace -, ribatto serafico. – non sono in vendita. Sono per la mia ragazza. Le ho promesso che glieli avrei riportati.

© Federico Iarlori

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