Riempire i vuoti. Le lezione di Don De Lillo al Festival delle Letterature di Roma

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Non fa ancora caldo, e il vento che s’intrufola tra le rovine della Basilica di Massenzio, dove ha luogo la decima edizione del Festival delle Letterature, fa spuntare giacche e maglioncini tra il pubblico.

Non fa ancora caldo, e il vento che s’intrufola tra le rovine della Basilica di Massenzio, dove ha luogo la decima edizione del Festival delle Letterature, fa spuntare giacche e maglioncini tra il pubblico. Ma non c’è sciarpa che tenga: nulla può proteggere dai brividi di piacere e di emozione che attraversano la platea, mentre sul palco si avvicendano scrittori, attori, musicisti e artisti di fama internazionale. Uno dopo l’altro danno vita a personaggi e luoghi che s’intrecciano seguendo il filo conduttore della serata: il rapporto tra la Storia (con la esse maiuscola) e le storie (con tante esse minuscole). Appena il tempo di abituarsi alle campagne giapponesi postfukushima di Sandro Veronesi e Andrea Bosca, accompagnate dal pianoforte di Rossano Baldini, che è già ora di piombare nelle strade piene di detriti e polvere di Manhattan, dove si aggira sconvolto il protagonista de L’uomo che cade, con la voce di Asia Argento e il sottofondo di violino di Daniel Palmizio.

Inutile dire, però, che il re della serata è Don De Lillo. Alto e mingherlino, incomincia a parlare con un tono di voce sommesso, come se stesse leggendo un articolo di giornale tra sé e sé. Eppure la sua presenza scenica è senza pari. Il racconto inedito che regala al pubblico del Festival, La vecchia e il nano, parte da una citazione di Lewis Sinclair che, nel 1930, parlava degli scrittori statunitensi come di coloro che “cercavano di produrre una letteratura degna della vastità del paese, delle sue montagne e praterie infinite, città enormi e capanne sperdute”. Ma l’America non è soltanto questo, e Don De Lillo lo spiega da un punto di vista molto particolare. Sempre con quel tono basso, intimo, porta sotto le arcate della Basilica la storia di una delle tante famiglie di migranti che all’inizio del secolo hanno lasciato le coste del Sud Italia per raggiungere gli Stati Uniti. È la famiglia di suo nonno che, nell’ottobre del 1916, ignara dei grandi avvenimenti che sconvolgevano il mondo occidentale, s’imbarcava sulla Giuseppe Verdi, a Napoli. Con loro, nello squallore e nel sudiciume della terza classe, dove più forte pulsavano le speranze, viaggiavano una vecchia e un nano, poi persi chissà dove nelle strade della Grande Mela.

La narrazione prosegue fluida, attraversando rapidamente i giorni e gli anni passati dalla famiglia nel quartiere della working-class di Manhattan, Hell’s Kitchen, e poi nel Bronx, tra venditori di granchi, gatti randagi, dialetti incomprensibili e in continua evoluzione, fabbriche, anziane signore chine sulle macchine da cucire, santi in processione, case dai mattoncini rossi in cui vengono stipate nidiate di bambini, cespugli di rose. Perché l’America è anche questo.

Scivolando da uno all’altro di questi frammenti visivi, “sottili schegge di memoria” indispensabili secondo De Lillo per restituire “fin nei minimi dettagli l’impressione di una data epoca e di un dato luogo” (così come era stato per la vecchia e il nano sulla nave), il racconto continua ripercorrendo la vita dello scrittore e mostra come la Storia abbia plasmato la sua esistenza, dettando i ritmi e i temi delle sue opere. Abbandonando di colpo l’ambiente familiare del Bronx, salta al centro di Dallas, lungo il percorso dell’ultimo viaggio di Kennedy. Lì sembra risiedere l’inner motivation che chiude il capitolo conclusivo di Americana ed è alla base di Libra. L’urgenza, il bisogno quasi fisico di capire uno dei fenomeni che ha segnato la storia statunitense degli ultimi anni (come sarà poi il crollo delle Torri Gemelle ne L’uomo che cade), partendo dalla biografia di uno dei suoi protagonisti: Lee Harvey Oswald, l’assassino del Presidente, che per uno strano caso del destino è cresciuto a pochi isolati di distanza da De Lillo. Lo sforzo di indagare il mondo in cui ha vissuto “l’ego sconfitto” di Oswald, di ricostruire le strade su cui ha camminato e gli occhi delle persone che ha incontrato, diventa in un certo senso una missione: quella di riempire i vuoti che la Storia lascia dietro di sé. L’emblema di questo tentativo è la figura del secondo cecchino, che appare in Libra non tanto per dare una spiegazione definitiva della teoria del complotto, ma per esserci: “Lui è semplicemente l’uomo che sta nello spazio vuoto”.

Rapiti dalla narrazione, gli occhi pieni di Kennedy e strade americane e proiettili e anziani migranti e radio che gracchiano e Joe DiMaggio, provoca un certo straniamento guardarsi attorno e vedere l’immobilità delle rovine dei Fori Imperiali, e pensare a quanta Storia (con la esse maiuscola) e quante storie (con tante esse minuscole) ci sono tra il mondo evocato dalla parlata stretta di De Lillo e quello reale, che si staglia contro il cielo pieno di stelle e grida di gabbiani.

Forse è la stessa strana sensazione che ha provato Peter De Lillo, suo padre, quando lo ha portato a vedere il quartiere dove avevano inizialmente abitato, quel quadrato di America in cui la sua storia e l’amore per le storie altrui avevano avuto origine. Il racconto si chiude così, con due uomini soli, in piedi all’angolo di una strada di Hell’s Kitchen, West Side of Manhattan:

“Non diceva nulla, vedeva e sentiva ogni cosa col cuore. Quanta Storia, quante storie”.

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