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MAUDE, il movimento delle lavoratrici dello spettacolo

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Se l’8 marzo scorso a Roma vi è capitato di prendere un tram della linea 8 tra le tre e le cinque del pomeriggio, la scena che si è presentata davanti ai vostri occhi era la seguente...

Se l’8 marzo scorso a Roma vi è capitato di prendere un tram della linea 8 tra le tre e le cinque del pomeriggio, la scena che si è presentata davanti ai vostri occhi era la seguente: donne che raccontavano le testimonianze di alcune operaie, con immagini a corredo del recitato. Il tutto salendo e scendendo dai tram nelle varie fermate. Se vi è successo, forse sapete che erano attrici, sceneggiatrici, registe, costumiste, operatrici, assistenti. Erano le donne di MAUDE, il movimento delle lavoratrici dello spettacolo. Che si sono ispirate, per dar nome al loro movimento nato su internet, al personaggio tratteggiato da Colin Higgins in Harold e Maude.

Se non le conoscete, Valia Santella, regista e sceneggiatrice tra le genitrici del collettivo, le racconta ad Omero.

 

Valia, come e quando ha scoperto Harold e Maude?

Di Harold e Maude ho un ricordo legato alla mia adolescenza. È un film che ho visto a Napoli in un cinemino di quelli che adesso non esistono più (di seconda e terza visione). L’avrò visto intorno ai sedici-diciassette anni. Fu un film abbastanza sconvolgente per diversi aspetti. Le cose che mi colpirono di più furono l’originalità dei personaggi e la colonna sonora, meravigliosa, di Cat Stevens. Per anni ho cantato quella canzone dicendomi ‘Vorrei tanto rivedere Harold e Maude!’. Ma non ne avevo l’occasione.

 

Cos’è MAUDE, il movimento delle lavoratrici dello spettacolo?

MAUDE è un movimento nato l’inverno scorso, verso novembre-dicembre del 2010, nel momento in cui è stato evidente che in Italia c’era una politica ben precisa di tagli alla cultura e alla scuola pubblica e che questo apparteneva in qualche modo a un disegno di “ristrutturazione” culturale, chiamiamolo così. Abbiamo iniziato a fare delle riunioni, ed è stato creato il movimento Tutti a casa (l’assemblea permanente dell’audiovisivo italiano, n.d.r.). All’interno di queste riunioni ci siamo guardate in faccia. Siamo donne che lavorano con diverse professioni e con diversi ruoli nel cinema e che hanno sentito l’esigenza di prendere in mano il punto di vista femminile all’interno del mondo che produce spettacolo e cultura. Perché c’è una crisi profondissima, perché il ruolo e l’immagine delle donne sono stati così sviliti e impoveriti. Noi pensiamo di doverci prendere la responsabilità di cambiarli e quindi ci siamo dette che dovevamo essere le prime a raccontare diversamente le donne.

 

A questo proposito, come commenterebbe Maude la storia del “bunga-bunga”?

Beh, il commento di Maude sarebbe meraviglioso! Però purtroppo non ho la sua genialità. A livello puramente personale credo che dobbiamo ridare dignità allo Stato perché è diventato sempre più qualcosa che non ci rappresenta. Penso che questo non sia un caso, che ci sia un progetto dietro. Sono gli stessi uomini che dovrebbero rappresentare gli italiani a delegittimarsi. Penso che noi, come cittadini, dobbiamo ridare credibilità e senso alla nostra democrazia.

 

Quali obiettivi ha raggiunto il collettivo finora?

Abbiamo due progetti abbastanza ambiziosi.

Una ricerca dati, perché stranamente in Italia non c’è n’è una sull’occupazione femminile all’interno dello spettacolo. Abbiamo trovato dei collaboratori, grande sensibilità da parte di un gruppo di donne che ci stava già lavorando all’interno del Ministero della Comunicazione e alcuni interlocutori in un nuovo sindacato che sta nascendo adesso e che si chiama S.A.L.A. (Sindacato Autonomo Lavoratori Audiovisivo). Ma questa ricerca ha un costo. Quindi per ora faremo una sorta di focus group su quelle che sono le cento-duecento persone più vicine a MAUDE, ma vorremmo farne un progetto più ampio.

Dall’altra parte c’è il lavoro sul documentario. Stiamo promuovendo una ricerca di storie, raccontate in prima persona dalle donne, per fotografare, in qualche modo, l’Italia di oggi attraverso lo sguardo femminile, attraverso quella che è la realtà delle donne di tutte le età, di tutte le generazioni. È un invito rivolto a tutte, non solo alle donne che lavorano nel cinema o fanno per mestiere le scrittrici o le sceneggiatrici. Ci piacerebbe raccogliere diari, epistolari, testimonianze. Per ora abbiamo una trentina di storie, arrivate direttamente a MAUDE. Molte vengono da persone che fanno già questo lavoro. Ma ci piacerebbe che le persone avessero il desiderio di raccontarsi, indipendentemente dal lavoro che fanno. La diffusione del nostro bando (che scade a fine maggio, n.d.r.) è solo attraverso internet, quindi è per canali non ufficiali e chiaramente un po’ più lenta. Ma abbiamo la tenacia e la pazienza per aspettare.

 

Avete in progetto anche un libro. Di cosa si tratta?

È collegato al film. Il nostro desiderio sarebbe raccogliere queste storie, sceglierne dieci/quindici e farne un film a più registe, fatto esclusivamente da donne, in tutti i ruoli e per tutte le mansioni tecniche. Cosa che, oltre a dare un’occasione professionale a persone che magari lavorano come assistente-operatore da una decina d’anni, diventa in qualche modo anche una sorta di censimento professionale. Contemporaneamente, tutte le storie che non vengono raccolte nel documentario, le vorremmo raccontare in un libro che sarà poi supportato da contributi fotografici.

 

Dal nome che avete dato al vostro collettivo, ispirato dalla Maude di Colin Higgins si intuisce l’energia che vi caratterizza. Cos’altro vi accomuna a questo personaggio?

Maude è autoironica, ha un’immagine che si è costruita da sola. Ecco, questo secondo me è un elemento molto importante: ritrovare la propria identità, il proprio modo di raccontarsi, la propria immagine e la propria femminilità in maniera autonoma e al di fuori degli stereotipi. La grande forza di Maude è che è una donna meravigliosamente seduttiva, meravigliosamente femminile senza appartenere a nessuno stereotipo. Perché è meravigliosamente libera.

 

Quando e come è nata l’idea di chiamarvi MAUDE?

L’idea di chiamarci MAUDE è stata una genialata di Paola Randi (regista e tra le prime a partecipare al collettivo, n.d.r.). Quando abbiamo fatto la prima assemblea non avevamo minimamente pensato al nome. Poi Paola ci mandò uno schema di ordine del giorno ed aveva già scelto MAUDE. Nome che non è stato minimamente discusso, l’abbiamo accolto subito e in maniera assolutamente naturale.

 

Qual è stato il motivo scatenante che vi ha spinte ad unirvi in questo movimento?

In un’assemblea che si è fatta al Teatro Eliseo, ad ottobre, quando il mondo dello spettacolo ha iniziato a reagire, c’è stata un’immagine che ci ha colpite molto. Sul palco c’era una serie di sedie occupate dai rappresentanti delle diverse associazioni di categoria dello spettacolo. Erano praticamente tutti uomini. C’era soltanto una donna che era lì per sostituire un uomo. Questo tipo di rappresentanza ci ha fatto riflettere. Perché il fatto che nel nostro lavoro ci siano tantissime donne, ma che non siano nella rappresentanza, ci è sembrato molto stonato. La questione quote o rappresentanza è un tema su cui si è molto dialettici. Non dovrebbe esserci la necessità di avere delle quote perché, proprio per Costituzione, l’Italia è un Paese in cui tutti i cittadini dovrebbero avere pari opportunità. Però, purtroppo, nella realtà dei fatti non c’è una situazione del genere. Una maggiore rappresentanza significa anche una maggiore capacità di parola e di potere. Al di là di quelle che possono essere le cose che noi comunque facciamo e continueremo a fare, che nascono più dal basso e sono più legate ai movimenti, è chiaro che dovremmo porci il problema di fare anche una battaglia di rappresentanza.

 

Quante eravate all’inizio e quante siete oggi?

È difficile contarci, perché non siamo ancora un’associazione strutturata, con un tesseramento. Abbiamo una sorta di coordinamento che oscilla tra le dieci e le venti persone. Poi, ciclicamente, facciamo delle assemblee allargate in cui cerchiamo confronto con l’esterno. In queste assemblee siamo sempre state intorno alle cento persone, ogni volta diverse. La necessità adesso è proprio quella di passare, per certi versi, da una forma movimento a una forma più associativa perché c’è la necessità di organizzare il lavoro. Il nostro è un lavoro di volontariato. Dividendolo ed organizzandolo, magari riusciamo anche ad essere più produttive.

 

Dopo la vostra partecipazione attiva alla manifestazione dello scorso 13 febbraio, il “Tram Mob” dell’8 marzo. Cos’è, com’è nato e quale seguito ha avuto questo evento?

Ci è sembrato che la manifestazione del 13 febbraio potesse segnare una data significativa, in prospettiva, e abbiamo lanciato un invito a filmaker di tutta Italia, e non solo, per documentare questo momento. Un momento in cui le associazioni di donne si stanno rimettendo in gioco rispetto a dei progetti legge come la chiusura dei consultori o  al grandissimo problema delle donne che, non solo vengono escluse dal mondo del lavoro, ma rinunciano addirittura ad entrarvi. Ci è sembrato che il 13 febbraio fosse un punto di partenza e molto probabilmente quelle immagini andranno nel nostro documentario.

Rispetto alla “festa della donna”, la domanda che ci siamo fatte è stata: che significato ha l’8 marzo oggi per noi? Il senso che volevamo dare a questa giornata era di legarla alla storia e a come la storia è importante e necessaria oggi. Per quanto riguarda l’incendio della fabbrica tessile, siamo andate a cercare delle testimonianze delle operaie. Erano quasi tutte minorenni, non c’erano le banali norme di sicurezza e non esistevano le scale antincendio. Queste ragazze subivano turni pesantissimi e venivano perquisite all’uscita perché i padroni della fabbrica temevano che rubassero dei pezzetti di stoffa. Ci è sembrato molto attuale in un momento in cui il lavoro non è più un diritto assodato ma farlo diventa la possibilità per i lavoratori di essere ricattati, di essere sfruttati. Ci è sembrato molto importante aprire attraverso la storia una riflessione su che cos’è il lavoro oggi. E abbiamo scelto di farlo su un mezzo pubblico, scegliendo una chiave emotiva, perché crediamo che l’impatto sia molto forte. Una serie di attrici hanno detto, raccontato, interpretato le testimonianze delle operaie della fabbrica sopravvissute all’incendio, raccontandole col loro linguaggio. Abbiamo usato le nostre cadenze, i nostri dialetti, i nostri accenti, in modo da parlare direttamente alle persone che in quel pomeriggio salivano sul tram. E ci sono stati dei momenti molto emozionanti. Un signore si è commosso, altri ci hanno detto “grazie per questa grande lezione di storia”. Pensiamo che in queste date sia importante manifestare, ma la cosa fondamentale è ridare il senso alle nostre azioni e parlarci. Abbiamo scelto un mezzo pubblico per poter parlare con le persone. Il tram faceva la sua linea normale e noi salivamo e scendevamo alle fermate, una volta finita la serie di testimonianze. Utilizzavamo anche le testimonianze visive, una serie di foto di lavoratrici dall’Ottocento ad oggi. Al di là dello spiazzamento che si creava, alcuni si chiedevano ‘ma questa fabbrica allora sta chiudendo? avete bisogno di soldi?’. Pensavano stessimo facendo una colletta. Ma poi si sono interrogati sul futuro del lavoro oggi.

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