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Cosimo Calamini: “Fino a che punto siamo disposti ad arrivare pur di conservare il quieto vivere che abbiamo raggiunto?”

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L’edificazione di una moschea nei paesi occidentali dà origine, talvolta, a risposte collettive estreme. Mentre i media hanno la facoltà di mettere in luce soltanto alcuni passi...

L’edificazione di una moschea nei paesi occidentali dà origine, talvolta, a risposte collettive estreme. Mentre i media hanno la facoltà di mettere in luce soltanto alcuni passi di un simile avvenimento, Cosimo Calamini, con il suo romanzo Le querce non fanno limoni (Garzanti, 2010) dipinge, invece, tutte le nuances degli stati d’animo degli individui – loro malgrado – coinvolti.

A Montechiasso, un paesino avvolto dalle colline della Toscana, la giunta comunale – in cui è il Pd a detenere la maggioranza – ha deliberato la costruzione di un’”astronave di Allah” proprio al centro dello storico parco. Nell’infuocata guerra che prende avvio tra i concittadini, sarà Attilio Malquori a capitanare le fila dei dissidenti, stilando una lista civica per le elezioni comunali il cui obiettivo prioritario è l’impedimento della costruzione della moschea. Ossessionato dalla sua nuova missione, Attilio trascura i disagi che stanno vivendo sia la moglie Anita che la figlia ventenne, Sara. Eppure il paese le sta “portando per bocca”: Anita frequenta inaspettatamente la chiesa dall’arrivo del bel don Luciano e Sara incontra troppo spesso il figlio dell’imam, il giovane atleta, Averroè.

Ne Le querce non fanno limoni la storia personale, religiosa, politica e culturale dei personaggi principali si intreccia a quella di una comunità che vede minacciati i propri equilibri dopo anni di consolidate quanto rassicuranti abitudini.

Cosimo Calamini (Firenze 1975) lavora a Roma come sceneggiatore cinematografico e autore di documentari per La7, History Channel e RAI3. Con Garzanti ha pubblicato il suo primo romanzo, Poco più di niente (2008).

 

Nel tuo romanzo vengono enucleate tematiche che spaziano dall’attualità alla politica, dallo scontro religioso al razzismo, dalla crisi individuale alle dinamiche familiari. C’è una che prevale sull’altra o hanno tutte il medesimo peso per la funzionalità della narrazione?

Sono del parere che maggiore è il numero di piani di lettura di un romanzo, più forte è la sua presa sul lettore. La complessità non deve spaventare. Comunque alla base di tutto il libro c’è una riflessione sul rapporto con l’altro: possa essere il vicino di casa, la moglie o l’extracomunitario. Il percorso di Attilio alla fine lo porta proprio a rivedere in modo sostanziale il suo rapporto con il prossimo.

 

Ancora è presente, specie nei piccoli centri, la tendenza a salvaguardare le proprie origini e il proprio “mondo” dalla minaccia di possibili cambiamenti. Perché credi che facciano così tanta paura?

In provincia (ma anche in città a volte) le novità spaventano sempre. La conservazione del “piccolo mondo antico” è per molti un valore inalienabile. Il Geraci lo dice chiaro e tondo: “Io voglio vivere quieto, il resto è muffa!”. A volte ho come l’impressione che la provincia viva un’eterna pubertà: quando si è piccoli si vuole sempre che tutto resti uguale, immobile, così da avere sempre punti fermi a cui appigliarsi. L’arrivo di un fratello, la separazione dei genitori, sono eventi che destabilizzano un bambino, che possono portarlo a reagire anche male. Ecco la provincia è un po’ così: l’arrivo del diverso destabilizza e le reazioni possono essere imprevedibili.

 

Secondo Borghezio “l’infiltrazione è molto peggio dell’invasione”. Questo libro è una denuncia verso coloro che a tutt’oggi perseverano nell’intolleranza verso culture diverse?

Più che una denuncia, direi un monito. Il finale amaro serve proprio a questo, a lanciare un grido d’allarme e a far riflettere su una cosa: fino a che punto siamo disposti ad arrivare pur di conservare il “quieto vivere” che abbiamo raggiunto?

 

All’inizio della narrazione, Attilio si fa tagliare il codino che ha portato con orgoglio per tanti anni. Vuole essere, forse, un’anticipazione al giro di boa a cui sta per giungere lui, la sua famiglia e l’intero paese?

Assolutamente si. Però è una scelta sua privata, che lo caratterizza. Attilio è arrivato ad un momento di svolta nella sua vita: la pensione. La pensione è una di quelle tappe (come la nascita di un figlio o il matrimonio) che segnano l’esistenza: c’è un prima e c’è un dopo. E questo momento esistenziale risuona con un momento di vita collettiva: anche Montechiasso avrà un prima e un dopo la moschea, niente sarà più come prima.

 

Hai serbato per tutto il racconto imparzialità e rispetto sia su argomenti spinosi sia sulle debolezze dei personaggi. C’è, in realtà, una figura a te più vicina per cui senti di parteggiare?

Se ti dicessi Attilio sarei scontato. Mentre li costruivo ho amato due personaggi in particolare: Sara e il vecchio Acquavelva. Sono l’opposto l’uno dell’altro, ma rappresentano meglio di tutti l’inquietudine del vivere in provincia.

 

L’utilizzo dei flashback ha conferito al plot più dinamicità e mistero. Quanto è importante la suspense per accattivarsi il lettore?

Io vengo dal cinema. Sono un narratore, prima che un romanziere: la costruzione della trama è una delle cose più divertenti che si fanno quando si scrive. Non sono per la “letteratura concettuale”, ma per quella narrativa. Mi piace il romanzo fatto di storie e personaggi, dove il narratore si mette al loro servizio e non cerca la ribalta. In un tipo di narrativa simile anche la suspense ha una sua cruciale importanza.

 

Sappiamo che nasci come sceneggiatore cinematografico. Qual è il gap più rilevante tra il linguaggio narrativo e quello filmico?

L’importanza delle parole. Il romanzo è un’opera dove ogni parola è importante, ha significato in sé perché “le parole formano l’opera”. Nella sceneggiatura le parole invece sono al servizio dell’immagine, sono un mezzo e non un fine. Non è una differenza da poco.

 

Le querce non fanno limoni è il tuo secondo romanzo. Il primo, Poco più di niente, ti ha permesso di acquisire maggiore confidenza con l’ambiente letterario o ogni romanzo è un’esperienza a sé stante?

Personalmente vivo ogni romanzo, come un’avventura, un viaggio, l’immersione in un “mondo altro”. Di conseguenza se ogni romanzo non fosse un’esperienza a sé, per me sarebbe un problema: non mi divertirei più a farli.

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