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Io e il mondo dei mega animali

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Anche i giorni più comuni nel loro piccolo possono riservare qualcosa di straordinario. Sono uno studente come tanti. La mattina mi sveglio alle dieci credendo sia l’alba. Mando a quel paese la sveglia e già che ci sono gli operai giù al cantiere. È dalle 8 di mattina che martellano quel cazzo d’asfalto.

Anche i giorni più comuni nel loro piccolo possono riservare qualcosa di straordinario. Sono uno studente come tanti. La mattina mi sveglio alle dieci credendo sia l’alba. Mando a quel paese la sveglia e già che ci sono gli operai giù al cantiere. È dalle 8 di mattina che martellano quel cazzo d’asfalto.

Appena svegli, si sa, non è il momento migliore per parlare quindi mando a cagare anche mia zia che sceso dal letto inizia a elencarmi i suoi nuovi dolori. La playlist della giornata vede al terzo posto un dolore al ginocchio, al secondo il solito mal di testa e al primo…(rullo di tamburi)…mal di schiena. Dopo un applauso generale fanculizzo mia zia e vado in bagno.

Il mio dolce bagno. Potrei da grande diventare un progettista di bagni: bagni divertimento, bagni d’ufficio, bagni per bambini e bagni per sane ore di sesso. Potrei inventare un gabinetto con leggio traforato in alluminio, un gabinetto con lettore mp3, un gabinetto insonorizzato (questo costrebbe) oppure un gabinetto con un cuscino adattabile a ogni tipo di sedere. E che ne dite di un microfono impermeabile da mettere nella doccia con tanto di registratore? Se non volete essere denunciati non cercate di copiare le mie invenzioni: potrei incazzarmi.

Ritorniamo al nostro bagno. La finestra è aperta. La tenda azzurrina dona alla stanza un atmosfera celestiale. Chissà se Gesù va in bagno su in paradiso? Avrà gabinetti fatti di luce. I suoi peti (per essere delicati) risuoneranno di melodie angeliche come i cori della chiesa. Gli angeli porteranno in grembo la sua merda fatta della stessa sostanza delle nuvole. Alleluia. Alleluia.

Mi abbasso i pantaloni e le mutande. Dicono che quando ti svegli con l’uccello duro vuol dire che hai una vita sessuale piena…ma chi spara queste stronzate?!

Mi siedo sul gabinetto (ci vorrebbe proprio il mio cuscino anatomico), la fredda ceramica vaporizza il calore della notte creando una condensa proprio intorno ai miei genitali. Se il mio sedere fosse stato più caldo si sarebbe creata una mini nuvola con tanto di pioggia e temporali. Invece non succede niente. Che palle!

Ok, ora è il momento del parto: liquido e materiale. Cinque minuti tutti fuori. Meglio dei vigili del fuoco. Sono libero. Più leggero. Potrei camminare nelle verdi valli con l’andatura da drogato alla Heidi, insieme alle pecorelle che mi sorridono a ogni minchiata che sparo. Peccato che vivo in una città di merda: se mi mettessi ora a correre sulla strada, beh, il primo camion sarebbe mio.

Scarico l’acqua. Mi alzo. Mi rivesto. Mi giro. Ho sempre la perversa tentazione di vedere il mio risultato, o almeno i resti dopo l’alluvione. Sembra tutto pulito. Tranne un piccolo particolare. Piccolissimo ma davvero impressionante. Una piuma.

È lì che galleggia su quella piccola vaschetta d’acqua. Solitaria. Grigia. Con i bordi neri. Tiro di nuovo lo scarico. Rimane lì. Non ha paura. Io invece ne ho tanta. Anche se il terrore la fa da padrone, l’igiene urla a gran voce. Pantaloni e mutande sfiorano di nuovo il pavimento. Due passi e sono sul bidè. Due movimenti e la mano impiastricciata di sapone è li che pulisce tra palle, orifizio e… la coda (una coda?!). Come diavolo è possibile? Vado più giù con la mano. È davvero una coda. Pelosa e lunga. Si muove ma non credo di comandarne i movimenti. Questa mattina sta diventando particolare. Mi alzo. Le palle, il sedere e la CODA sgocciolano ancora bagnati. Non c’è tempo per asciugarli. Chiudo la porta del bagno liberando dall’ombra lo specchio che si cela. Questo non è possibile! Non ci credo! Non ho fumato! Non ho bevuto!

La figura che mi guarda non è quella solita. Peli bianchi coprono tutto il corpo. Le braccia le gambe sono più che altro zampe. Lunghe e muscolose. Mi guardo le mani. Quasi quasi vomito! Le unghie sono diventante artigli, i polpastrelli piccoli cuscinetti morbidosi (non fa ridere, ma quasi). Ora lo sguardo si alza, fermandosi sul volto. Devo aver fumato per forza! Dalla testa sono spuntate due piccole orecchie triangolari. Gli occhi grandi e gialli mi osservano in modo  minaccioso. Il naso e la bocca si sono fusi in un simpaticissimo muso schiacciato con tanti baffi qua e là. Sono un mega gattone! E dire che li odio. Una storia in più da raccontare.

Esco dal bagno correndo per il corridoio. La mia velocità è strepitosa. Perdo subito il controllo e vado a schiantarmi contro il muro. Mi rialzo intontito. Entro in cucina. Sopra al tavolo un mega piccione arrostito! Ecco di chi era la piuma. Il piccione è davvero grande. In parte è stato mangiato. In parte è vivo. Muove la testa chiedendomi perdono. Io muovo la testa chiedendomi cosa mi fossi potuto fumare la sera prima. Povero piccione non sa cosa sto passando. Posso essere stato io a fare tutto ciò? A questo punto credo sì.

Esco dalla cucina. Mia zia è lì che mi guarda. Anche lei è diversa dal solito. Corna lunghe e arrotolate. Un barbetta sotto il mento. Mugugna. È una mega capra.

– Che ci fai così conciato? Ma ti sei visto?

– Fanculo capra!

Con un artiglio recido la sua tenera gola. Il sangue sgorga a spruzzi colorando di un rosso acceso le pareti del salotto. Il contrasto con il divano bianco è meraviglioso.

Lascio morire la capra in santa pace, apro la porta di casa. Corro per le scale. Apro la porta del palazzo. Corro verso la strada, stranamente silenziosa. Le macchine sono ferme. Senza conducente. Parcheggiate. Ammaccate. In collisione. E le persone? Dove sono tutti quanti?

Faccio un balzo. Wow! Ora si che sarebbe bello giocare a pallavolo. Potrei essere ignorante quanto vorrei. Schiacciare in faccia al libero e urlargli SFIGATO! Ma ora non è il momento. Magari oggi pomeriggio ad allenamento. Salto su un tetto. Osservo la città.

È un miraggio. Un dipinto. Un’illusione. Una visione fantastica. Qua e là per i marciapiedi, per le strade, per i negozi, mega animali camminano tranquillamente, senza la minima preoccupazione. Sembra Alice nel paese delle meraviglie senza Alice, senza coniglio con orologio, senza regina di cuori e senza quel drogato del cappellaio matto. Diciamo che non sembra Alice nel paese delle meraviglie più che altro Paura e delirio a Las Vegas. Un grand’insieme di visioni senza senso logico. Mega tartarughe. Mega polli. Mega cerbiatti. Mega topi. Mega vermi. Mega zanzare. Mega castori. Impallidito e felice scendo dal tetto. I polpastrelli attutiscono il colpo rendendomi l’asfalto una soffice distesa di materassi.

Corro verso i mega animali. Voglio parlargli. Voglio ascoltare le loro storie. Il loro risveglio. Qualcuno mi segue. Mi giro. Una folata di alito caldo mi smuove i baffi. Una mandibola del diametro di un metro mi si apre davanti al muso in tutta la sua maestosità. Una lingua altrettanto grande assapora il mio pelo. La saliva lava le mie orecchie. L’essere mi morde. Il suo morso sembra una trappola per orsi. Mi strappa i muscoli. Gli arti. Il sangue sgorga da ogni ferita. Divento un insieme di pezzi di gattone rosso. Rosso come il mio nuovo salotto. La zia capra sarà ancora viva?! Chi se ne frega! Mi mangia. Sono dentro la sua bocca. Mi affetta con i canini. Mi mastica con i premolari e molari. Oramai sono una sudicia poltiglia. Mi deglutisce. Ora aspetto di bruciare tra i suoi succhi gastrici. Cazzo mi  sono dimenticato dei mega cani!

© Davide Bart. Salvemini

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