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Source code: il figlio di David Bowie e i figli dell’oca nera

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Meglio essere il figlio dell’oca bianca o il figlio del Duca Bianco? Dopo aver visto il film Source code non ho dubbi. Ha fatto un buon lavoro nel figlio...

Meglio essere il figlio dell’oca bianca o il figlio del Duca Bianco? Dopo aver visto il film Source code non ho dubbi. Ha fatto un buon lavoro nel figlio Duncan Jones, il Dna di David Bowie, la star che per la sua eleganza veniva appunto chiamato white duke (“The return of the Thin White Duke…” cantava lui in Station to Station). In effetti siamo circondati dai figli dell’oca bianca. Mettono paura a chi spera di farcela in qualunque settore della vita lavorativa o artistica. Chi non ne ha mai incontrato uno? Se porti le pizze, alla cassa c’è il figlio della proprietaria. Se fai la donna cannone nel circo, il domatore è il rampollo della famiglia circense. Se vuoi andare all’isola dei famosi (i gusti sono gusti), ci sta il figlio di Adriano Pappalardo. E in azienda? C’è Piercoso… La casa editrice? C’è Piermarina… E il figlio del senatore? Sta in senato con il fratello del ministro. Fratelli d’Italia oggi è un brano alla moda, ma si può aggiornare: sorelle d’Italia, figli, zii, generi, cugini d’Italia. Del resto lo diceva Ennio Flaiano: “Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti, di cognati…”.

 

Quindi non avevo molta voglia di vederlo, Source code, dopo che Enrico Valenzi mi aveva detto che il regista Duncan Jones è il figlio di David Bowie. Mi basta Facchinetti, ho pensato, lui e gli altri figli dei Pooh. Se penso a quelli che frequentano i laboratori della scuola Omero e sono figli dell’oca nera, studiano, s’impegnano, si fanno il mazzo e poi troveranno sulla loro strada, chessò, il figlio di Fabrizio Corona o di Lele Mora… vabbè lasciamo perdere che mi sembra di fare il libro Cuore. Forse ha ragione Marco Presta quando propone la vasectomia dei vip.

 

Poi mi sono ricordato che Marco Caponera una volta ci ha detto che avrebbe voluto scrivere un romanzo insolito e potente come il film Moon di Duncan Jones. E Marco è un uomo d’onore, un autentico figlio dell’oca nera. Ho dato un’occhiata al trailer. Dove l’ho già visto questo tizio, Jake Gyllenhaal? In Donnie Darko. Ah, film culto dei trentenni di oggi. E anche nel melodrammone gay I segreti di Brokeback Mountain. Comunque pure lui è figlio dell’oca bianca, cioè del regista Stephen Gyllenhaal e della sceneggiatrice Naomi Foner (e pure sua sorella Maggie cosa pensate che faccia? La commessa da H&M? Sbagliato, fa l’attrice e recitava anche lei in Donnie Darko). Ma l’America non dovrebbe essere la terra del talento individuale e delle opportunità per tutti? Macchè, tutto il mondo è famiglia. E Hollywood è il paradiso dei clan famigliari.

 

Insomma sono andato a vederlo. Source code. Il film è fantareale nel senso che piace a noi di Omero. Storia d’oggi, un pizzico di fantascienza (fisica quantistica e biologia in una miscela abbastanza incomprensibile ma per fortuna la spiegazione dura molto poco), citazioni sparse, da Il giorno della marmotta a E Johnny prese il fucile, molta narrazione dei sensi, un protagonista un po’ fisso ma teneramente nevrotico, una protagonista brava con un nasino adorabile (Michelle Monaghan), l’attrice Vera Farmiga che interpreta con fredda intensità un capitano dell’esercito, una sceneggiatura che funziona perfettamente fino a cinque minuti dalla fine quando c’è un fermo immagine molto bello. Poi un finale che lascia gli spettatori soddisfatti per forza. Sono stato lì a chiedermi se il pubblico non sia ormai del tutto incapace di affrontare finali meno ottimistici, più oscuri, sospesi e inquietanti oppure decisamente cupi. Chissà se sono stati i produttori a volere che finisse così, magari dopo test segreti con un pubblico selezionato per vedere se funzionava. O se invece sono stati gli autori stessi a chiudere in un bel ricamo tutti i fili della trama. Così ci hanno servito un finale che supera in ottimismo quello che i produttori vollero per Blade Runner: cielo azzurro luminoso e colonna sonora romantica di Vangelis. Tutto il contrario del finale che avrebbe voluto Ridley Scott come si sa. Oggi lascerebbe il pubblico disperato il finale di E Johnny prese il fucile diretto da Donald Trumbo, che negli anni ’50 si era fatto undici mesi di prigione per attività antiamericane e con questo durissimo film contro la guerra vinse il premio della giuria a Cannes.

 

Ha superato l’esame, comunque, il figlio di Bowie. Bel film. E nessuna velleità pop ereditaria. Anzi, forse per non fare torto a papà nella colonna sonora non c’è nemmeno una canzone. Né di papà né degli amici di papà. Sì, a un certo punto c’è una telefonata tra un padre e un figlio che in un modo o nell’altro si giurano di volersi bene ma forse non c’entra niente babbo David, è solo un passaggio melenso della sceneggiatura. Bravo Duncan. Se non avessi saputo che sei il figlio del Duca Bianco, ti avrei scambiato per uno come noi, un forte, determinato, creativo e un po’ sfigato figlio dell’oca nera.

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