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Giovanni Michelucci: architetto solo o solitario?

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Speravo che molti miei colleghi sentissero, come me, il malessere profondo dell’architettura contemporanea. Si trattava di una proposta di ricerca comune che non fu raccolta.


 [..] speravo che molti miei colleghi sentissero, come me, il malessere profondo dell’architettura contemporanea. Si trattava di una proposta di ricerca comune che non fu raccolta. In seguito ho in qualche modo superato quella crisi creativa, ma mi sembra che, nelle cose da me fatte dopo, resti traccia di quella solitudine in cui mi sentii confinato. Come se avessi voluto orgogliosamente, da solo, testimoniare nella necessità di un dialogo, di uno sforzo creativo insieme alla comunità che, per essere efficace avrebbe richiesto l’intelligenza e le forze di molti costruttori.

Giovanni Michelucci

Giovanni Michelucci: architetto solo o solitario?

quella solitudine in cui mi sentii confinato

La non totale adesione al Movimento Moderno, ma al tempo stesso il non disdegno di appoggi piacentiniani, così come la sua radicata toscanità, che gli ha impedito di appartenere totalmente a città come Milano o Roma (fulcri del dibattito architettonico nel periodo tra le due guerre), sono state probabilmente le motivazioni principali del suo sentirsi confinato. D’altra parte però quella solitudine cui l’architetto accenna nei suoi scritti è la consapevolezza di essere e di voler essere un solitario, un da solo dunque voluto, ma poi rinnegato per la sua paradossalità:

Da solo! Quale presunzione e quante crisi di presunzione nel constatare, con il tempo, che la posizione assunta, senza volerlo, oltre ad isolarmi dall’ambiente professionale, portava a separarmi anche dalla popolazione e da quella coerenza cui mi sarei voluto ad ogni costo attenere.

L’intero lavoro dell’architetto pistoiese, progettista della stazione di Santa Maria Novella a Firenze, è stato così caratterizzato da una solitudine voluta e non, che ne ha fatto una figura controversa, “incatalogabile” nel dibattito architettonico italiano, solitudine che, sebbene non l’abbia escluso dall’essere annoverato tra i Maestri, l’ha inevitabilmente relegato nella retroguardia di quei Maestri stessi.
 Eppure, leggendone le parole e studiandone le opere, emerge palesemente la forza etica del suo insegnamento.

Stazione di Santa Maria Novella, Firenze, 1935

Michelucci, spinto dal gusto della ricerca e della scoperta individuale, con il coraggio di non cristallizzarsi su posizioni raggiunte e di rimettere in discussione le proprie idee, ha indagato le questioni basilari della disciplina architettonica, una disciplina per lui talmente legata ad un’idea collettiva della vita che lo ha portato alla rinuncia, anzi, ad una ricerca mai intrapresa, di un proprio stile personale che fosse elemento distintivo e peculiare della propria individualità.

Michelucci non ha firmato le proprie opere dichiaratamente, la sua firma è riscontrabile non nelle forme, ma nel metodo da cui sono scaturite. Un maestro non imitabile. Un maestro che illumina sulle possibilità, sulle difficoltà, sulle contraddizioni dell’architettura senza imporre l’univocità del risultato.
Ha assunto in sé una serie di questioni che lo hanno reso un architetto totale: in lui sembrano aver convissuto alcune delle principali tematiche, che dell’architettura moderna sono state caratteristiche e che permangono tutt’oggi, in quanto imprescindibili dall’architettura stessa.

Il mestiere di architetto si è manifestato in lui nel suo senso più vasto: è stato urbanista, artigiano (nella fonderia del nonno ha imparato la lavorazione del ferro battuto), architetto di interni, museografo (ha collaborato con lo stesso Scarpa), artista, professore, teorico, uomo di cantiere, scrittore, scenografo, sociologo.
 In lui troviamo la versione italiana del controverso dualismo architettura-ingegneria sollevata da Le Corbusier nel 1923 e che lo ha poi condotto al trasferimento dalla cattedra di architettura di Firenze a quella di ingegneria di Bologna, così come nei suoi scritti emerge la straordinaria assonanza con Rogers. È l’uomo ad accomunare Rogers e Michelucci, entrambi hanno avuto infatti una concezione dell’architettura indissolubilmente legata alla vita e alla storia.

L’architettura deve nascere dalla vita, dalla osservazione del quotidiano, dai grandi processi storici così come dalle piccole cose che hanno a che fare con l’abitudine, la psicologia, le particolari circostanze fisiche naturali e sociali.

Michelucci ha indagato l’architettura giungendone alle radici. Ha portato alla luce le questioni fondative della disciplina. È questo che l’ha reso un maestro al di là del suo tempo. È attuale e lo sarà finché la valenza etica dell’architettura sarà difesa, finché non verrà rinnegato il suo obbiettivo, ossia quello di essere collaborazione di una collettività, espressione di un’unità d’intendimenti di un popolo.
 Se la sua posizione solitaria da una parte l’ha condotto ad essere una figura isolata, dall’altra gli ha consentito di condurre la propria ricerca in modo autonomo nella tensione verso la messa in atto del suo ideale di architetto:

L’architetto è un uomo che deve predisporre gli ambienti di vita per gli altri uomini. Non è cioè un “tecnico” che costruisce un suo modello a cui l’uomo dovrà assoggettarsi. È uomo fra gli uomini, e dà e riceve cordialmente, e si arricchisce dell’esperienza della vita altrui e dà di sé ciò che può, ma semplicemente. Segue la vita e da essa trae elementi indispensabili al proprio lavoro nel quale esprimerà la sua personalità, non ambiziosamente, ma come chi collabora ad un’opera interminabile che, cominciata nei secoli, nei secoli prosegue ininterrotta sottolineando l’ascendere o il decadere dell’uomo, il dilatarsi o il restringersi della sua spiritualità, della sua intelligenza, della sua umanità.

Michelucci non urla, non scalpita, la sua personalità ha fatto volontariamente da quinta alle personalità delle sue opere. L’architettura ha dominato sulla figura dell’architetto che ha rinunciato al proprio narcisismo.
 Si è votato alla collettività della quale si è sentito pienamente partecipe e in ugual misura agli altri.
E gli edifici sacri si rivelano come la massima concretizzazione del suo pensiero. Ne ha realizzati più di dieci. Le chiese, i santuari sembrano avergli offerto la possibilità reale di mettere in campo i propri ideali, di dimostrare la coralità dell’evento architettonico in quanto rappresentante e collettore della collettività e della sua unità di intendimenti.

Santuario della Beata Vergine della Consolazione, Borgo Maggiore, Repubblica di San Marino, 1961-66

È proprio nel confrontarsi con il tema del sacro che l’individualismo di Michelucci e la sua ambizione di uomo sembrano essersi eclissati per dar spazio alla forza dirompente dell’architettura. L’ammirazione michelucciana per il Barocco emerge così in architetture che, sebbene mai lasciate in balìa dell’arbitrio, si rivelano scaturire dalla più libera fantasia.

Chiesa dell’Immacolata Concezione della Vergine, Longarone, 1966-76

Nella chiesa di San Giovanni Battista dell’Autostrada, nel Santuario della Beata Vergine della Consolazione a San Marino, nella chiesa dell’Immacolata Concezione della Vergine a Longarone, progettate nella fase terminale del suo lavoro, tra gli anni ’60 e ’70, le forme travalicano nella poesia, la struttura diviene fortemente evocativa, Arte e Tecnica, portate agli estremi delle loro possibilità, in una fusione totale, conducono l’architettura alla sua più acuta realizzazione. La costruzione è divenuta fiaba.

Chiesa di San Giovanni Battista “dell’Autostrada”, Campi Bisenzio, Firenze, 1960-64

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