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Dialogo con una zanzara

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È mattino. Quel che resta della notte è solo un segno di cuscino che va dall’alluce fino all’estrema punta dell’orecchio destro (non chiedetemi il perché) e un lampione mezzo illuminato che ancora non è stato avvisato dell’avvenuta alba.

È mattino. Quel che resta della notte è solo un segno di cuscino che va dall’alluce fino all’estrema punta dell’orecchio destro (non chiedetemi il perché) e un lampione mezzo illuminato che ancora non è stato avvisato dell’avvenuta alba. E non chiedetemi nemmeno perché i miei occhi, aprendosi lentamente, scorgono una figura leggiadra e alata che mi fissa.
Morta.
Quella che adesso è una zanzara stecchita, una volta era una creatura aggraziata che succhiava il sangue alla persone. Nella peggiore delle ipotesi era solo una di quelle che si divertiva a ronzarti attorno all’orecchio per non farti dormire, prima di nascondersi non appena tu avessi provato ad accendere l’abat-jour. Io la immaginavo come una zanzarina burlona, timida, innocente. Magari una bimbetta che ancora non era in grado di succhiarti via il sangue ma si divertiva a stuzzicarmi e fare i dispetti.
Con ancora un occhio chiuso, una voce mi risuona nell’orecchio.

– Ehi tu. Zì, tu con l’occhio chiuzo. Mi zpieghi perché zono morta?
– Ma tu non sei morta! Anzi, parli. Sei dunque viva, che felicità.
Ero davvero contento per la tenera zanzarina che poteva ancora parlare e forse svolazzare qua e là, gaia e festante come meritava.
– Ma ze zono zenza ali, come pozzo ezzere viva? Zi può zapere coza zai facendo con quella mano? Zai fermo, caz…

La povera zanzara non riuscì a terminare la sua frase. Povera. Era riuscita a sopravvivere quei pochi attimi in cui era stata zitta. Poi la sua voce fastidiosa mi fece capire quanto in realtà odiassi le zanzare che vengono a rompere quando uno dorme beatamente nel suo letto. Per un attimo mi chiesi anche cosa volesse dire e mi rammaricai di non averle fatto terminare la frase.
“Caz?” Forse voleva dire casa, forse caso, invocando magari lo strano destino a cui stava andando incontro. Non ci pensai più.
Mi rimisi a dormire cercando di dimenticare le mie colpe nel sonno, non curante della mia mano d’assassino insanguinata. Non passò molto prima che sentissi nuovamente un fastidioso “zzzzzzzzzzz”. Non era una zanzara stavolta: ero proprio io che emettevo quel rumore e, non ancora addormentato ma non più sveglio, sentivo il mio stesso russare. Mi girai sul fianco e vidi una grande mano che si avvicinava sempre di più a me.
Pensando al destino e all’ironia della sorte, e guardando la mia di mano – ancora insanguinata – capii che “caso”, probabilmente, non era la parola che aveva detto la povera zanzarina prima che la spiaccicassi al muro.
– Ennò, caz…

© Salvo La Fauci

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