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Nessuno sa, nessuno può sapere

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Il Presidente chiuse gli occhi, poi li riaprì. Un fascio di luce sottile trapelava appena dalle persiane socchiuse. Sentì le dita fredde della dottoressa appoggiarsi sul suo polso.

Il Presidente chiuse gli occhi, poi li riaprì. Un fascio di luce sottile trapelava appena dalle persiane socchiuse. Sentì le dita fredde della dottoressa appoggiarsi sul suo polso.

 

Il respiro cominciava a farsi affannoso. A parte i rintocchi del vecchio pendolo nel soggiorno, era l’unico rumore che rimbombava nella casa. Sotto la finestra una macchina sfrecciò, un’altra suonò il clacson.

 

“Sta morendo.” Lo sentiva sussurrare da ogni muro, da dietro le pesanti tende, da ogni scricchiolio delle molle del letto.

 

Richiuse lentamente gli occhi e mormorò:

 

“Sto morendo, dottoressa?”.

 

Glielo aveva chiesto almeno venti volte negli ultimi giorni, e lei aveva sempre risposto di no, di non preoccuparsi. Questa volta non parlò. Le dita fredde si staccarono dal polso e scivolarono lungo il corpo del medico. Il Presidente immaginò le ciglia che si abbassavano e si rialzavano sull’iride azzurra, puntata su di lui. Avrebbe dato tutto ciò che possedeva per conoscere il significato di quello sguardo. Lui, che aveva un archivio enorme sulle più importanti personalità del paese, che con un gesto del capo poteva ordinare agli uomini dei Servizi segreti di raccogliere informazioni su chiunque, non era mai riuscito a carpire il significato di quegli occhi tanto freddi quanto impenetrabili. Cosa pensava di lui, in quel momento? Quell’increspatura sulle labbra esprimeva ribrezzo per il suo corpo vecchio e malato? Oppure era solo tristezza, che in un tiepido pomeriggio primaverile s’insinuava in mezzo ad altri pensieri? O ancora, disprezzo per un anziano politico, che portava sul viso le tracce indelebili dei compromessi che aveva dovuto accettare?

 

Era di un’altra generazione, lei, non poteva capire. E probabilmente pensava, come tutti quanti, che fosse stata solo colpa sua.

 

Il Presidente sospirò e si lasciò andare. Sentì ogni muscolo rilassarsi sotto al lenzuolo, i nervi del collo distendersi e abbandonarsi sul cuscino. Il respiro diventò più regolare. Quanto avrebbe resistito ancora? Da dietro il debole sipario delle palpebre aspettò che le istantanee della sua vita gli passassero davanti, ma non successe nulla. Soltanto, un torpore umidiccio incominciò a risalire le membra, dalle gambe all’addome, fino alle tempie.

 

Il buio si fece totale. Il ticchettio del pendolo si trasformò nel rumore di un battito cardiaco accelerato.

 

Qualcuno (la dottoressa, forse, con le sue dita fredde e i suoi occhi di ghiaccio?) gli sollevò il lenzuolo sopra la testa.

 

“NO!” urlò il Presidente, “sono ancora vivo, ancora, ancora vivo!”, ma la sua voce era ovattata, non riuscì a capire se per effetto del pesante lenzuolo o del sogno.

 

“Non si preoccupi, Presidente, la stiamo liberando”.

 

Una voce di donna, che gli era familiare.

 

Il rumore secco del caricatore riempì l’aria.

 

Il Presidente riaprì gli occhi appena prima che la pistola sparasse il colpo mortale. Si guardò intorno disorientato. Per un attimo scorse il profilo immobile della dottoressa, in piedi accanto al letto, con una siringa nella mano destra. Poi il torpore ricominciò a riempirgli la testa. Provò a opporsi, aggrappandosi con le dita ai bordi del letto. Di tutti i suoi fantasmi, quel ricordo era il meno gradito.

 

“La stiamo liberando, Presidente, la stiamo liberando”, ripeté la voce di donna, con l’eco metallico che a volte hanno i sogni.

 

 

Quando riaprì gli occhi, la dottoressa era ancora in piedi accanto a lui. Il Presidente ne seguì i movimenti rapidi, secchi, quasi spigolosi, mentre armeggiava vicino al comò, forse per riempire la siringa. Gli voltava le spalle, e lui poteva vedere solo una coda di capelli biondi che cadeva sulla schiena, magra dentro al dolcevita nero. Non riusciva a ricordarsi dove e come si fossero incontrati la prima volta, chi gliel’avesse presentata. Eppure avrebbe potuto giurare di averla vista sempre così, con quella coda bassa, le labbra serrate, gli occhi duri.

 

Il Presidente fece scivolare uno sguardo annebbiato sul suo corpo immobile, appena scosso dal rantolo del respiro. Gli sembrava di perdere sempre più inesorabilmente il controllo delle membra. Piedi, gambe, braccia, tutto gli sembrava lontano e irraggiungibile. L’unica sensazione rimastagli era un insopportabile peso sullo stomaco. I resti del suo ultimo pasto pesavano come macigni, appena sotto l’ombelico, dove i succhi pancreatici, la bile e i villi intestinali cercavano inutilmente di smembrarli e assorbirli. In realtà, sapeva benissimo che non c’era un vero e proprio grumo di cibo ingolfato in un’ansa dell’intestino. Che il peso era solo una sensazione, trasmessa dal bolo mal digerito alle pareti circostanti, irrigidite dalla tensione. Eppure a lui sembrava che quel macigno ci fosse davvero, incurante del brulicare dei villi, forse l’unica parte di lui ancora viva. Continuando a fissarsi la pancia, cercò di concentrarsi su quel peso. Non voleva chiudere gli occhi, e ritrovarsi di nuovo nel suo incubo peggiore. Un incubo che finiva sempre nello stesso modo, con quella voce di donna e il rumore del caricatore, e che aveva avuto inizio all’alba di un mattino di maggio, quarant’anni prima.

 

Era presto, ma lui era già sveglio. Non riusciva a dormire più di quattro ore a notte, da quando, più di un mese prima, i terroristi avevano rapito il Segretario del suo partito. Per lui era più di un collega: un amico, con cui aveva trascorso i migliori anni della sua vita politica e umana. Con cui aveva diviso il peso e la gioia delle campagne elettorali, dei dibattiti parlamentari, delle discussioni che duravano fino a tardi nelle grandi stanze della Sede del Partito. Di cui conosceva e stimava la moglie, e i figli che accarezzava come se fossero i suoi. La stessa moglie e gli stessi figli che ora non riusciva più a guardare negli occhi: non sapeva come spiegare loro il perché, anzi i perché. Perché era toccato a lui, perché non riuscivano a trovarlo, perché lasciavano che lo strazio continuasse, sotto lo sguardo attonito di tutto il mondo. Le prime notti erano state le più difficili, trascorse completamente insonni, incontrando prefetti di polizia e uomini dei servizi segreti, nella speranza di trovarlo ancora vivo, prima che il Paese precipitasse nel caos. Con il passare dei giorni la situazione si era ingarbugliata sempre più vorticosamente e, a parte il crollo fisiologico che verso le tre di notte gli imponeva di chiudere gli occhi, il suo organismo si rifiutava di concedergli un riposo tranquillo.

 

Quella mattina di maggio si era svegliato di soprassalto, con il cuore in gola, ricoperto di sudore. Si era sforzato di ricostruire l’atmosfera dell’incubo, come gli aveva insegnato il suo psicologo, mentre con la mano destra cercava a tentoni gli occhiali, che giacevano sul comodino tra una confezione di Tavor, inutilmente sventrata, e un crocefisso di madreperla. Ricordava solo dettagli sfuocati, ma poteva immaginarsi benissimo quale fosse lo scenario, il solito che lo perseguitava da cinquantacinque giorni: lo sguardo dei terroristi da dietro le calzemaglie, le pistole cariche, il puzzo di latrina e le pareti insonorizzate della prigione che gli si stringevano attorno, togliendogli il fiato. Nonostante questi sinistri presagi, la telefonata – quella che non avrebbe mai voluto ricevere – lo aveva colto di sorpresa. Era ancora seduto al tavolo della cucina, con il cucchiaino affondato nel caffè e i bordi del pigiama di flanella che sfioravano il pavimento. Aveva ascoltato con attenzione la voce inespressiva dall’altra parte che gli spiegava dove sarebbe stato ritrovato il cadavere. Non aveva parlato. Poi aveva portato il cucchiaino alla bocca, lo aveva leccato e riposto accanto alla tazzina. La superficie ricurva del cucchiaino aveva catturato l’immagine riflessa del suo viso mentre, involontariamente, sollevava le labbra sopra alle gengive; un tic nervoso che assomigliava al ringhio di un cane a cui avessero rubato l’osso, ma che in certi momenti poteva quasi essere interpretato come un sorriso.

 

Aveva un ricordo sbiadito dei momenti successivi; sicuramente avevano fatto seguito telefonate e lacrime e ordini; sicuramente dispacci d’agenzia. La sua memoria conservava nitida solo alcune sequenze. Ricordava di essere andato di corsa alla sede del partito, attraversando la città ancora addormentata. Ricordava di aver incontrato le facce dei colleghi, bianche di sonno e di dolore. Ricordava di aver trascorso diverse ore (o forse erano solo pochi minuti) a guardare dalla finestra della sala riunioni, all’ultimo piano del Palazzo del Partito, un fiume di vermiciattoli agitati, che accorrevano dalle aule dell’Università, dagli uffici e dalle redazioni, verso il punto nevralgico, la zona x. Con le mani dietro alla schiena li aveva osservati in silenzio, sollevando di tanto in tanto, impercettibilmente, le labbra sopra ai denti stretti. Ricordava che qualcuno gli aveva detto: “Dobbiamo andare Presidente, hanno trovato l’automobile, a pochi metri da qui”. Ricordava la mano grande e nodosa di una guardia del corpo, la più fedele, che gli apriva la porta, e le urla della folla che esplodevano tra gli stipiti, travolgendolo. Ricordava di aver attraversato rapidamente il blocco compatto di persone che riempivano la via principale. Gli occhi dritti davanti a sé, attento a non incrociare altri sguardi. L’intestino che si attorcigliava in spirali sempre più strette, man mano che si avvicinavano al punto in cui i terroristi avevano parcheggiato l’automobile rossa, quella di cui gli avevano parlato al telefono, quella mattina. La gente attorno che scandiva il suo nome con suoni sordi e pieni di odio. Un ragazzo che urlava “assassino!”, un altro che sventolava un pugno sopra alla testa di una guardia del corpo. Il Presidente vacillava, protetto dallo scudo umano della scorta, che respingeva le spinte della folla. Ricordava che, da un certo punto in poi, la foresta di mani protese aveva incominciato a diradarsi, bloccata dalle transenne e dalle spalle dei carabinieri. Le grida della folla, però, rimbombavano altissime, inseguendo i passi veloci del Presidente sui sanpietrini. Altre mani lo aspettavano, pronte a guidarlo fino all’automobile rossa. Il Presidente aveva rallentato. Attorno a lui, in quel momento, c’era un altro tipo di agitazione: frenetica, pulsante, ma quasi silenziosa. Gli alti gradi impartivano ordini con gesti e occhiate, un turbinio di stellette e uniformi perlustrava la via, formava e disfaceva cordoni di protezione nel breve percorso che il Presidente avrebbe dovuto compiere fino all’automobile.

 

Se solo fosse riuscito a muovere un passo. Sembrava che le sue viscere attorcigliate avessero preso il sopravvento sulle capacità motorie. Lentamente, avevano immobilizzato i muscoli delle gambe, giù fino ai tendini tesi sulle caviglie. Nello stesso momento, un enorme senso di vuoto gli si era aperto nel petto, togliendogli il respiro. Qualcuno gli aveva toccato un braccio. Qualcun altro aveva indicato un punto, oltre la barriera di divise scure. Il fragore della folla che ribolliva alle sue spalle aveva incominciato ad attutirsi, risucchiato dall’enorme vuoto. I gesti altrui si erano fatti lenti, sfocati; le bocche si muovevano senza emettere suoni.

 

Il Presidente spalancò di colpo gli occhi, coperto di sudore. La dottoressa gli passò qualcosa di freddo sulla fronte. Un panno? Le sue stesse mani?

 

“Va tutto bene, Presidente” disse. Lui trasalì al suono di quella voce. Dove l’aveva già sentita?

 

Richiuse gli occhi e la strada, l’automobile, le divise, ripresero a turbinargli attorno. Camminava lentamente, rigido, verso l’automobile rossa che iniziava a scorgersi dietro la barriera di divise. Sapeva già cosa ci avrebbe trovato dentro: glielo avevano detto per telefono, quella mattina, facendogli gelare il sangue nelle vene.

 

Non erano stati ai patti, l’avevano ucciso.

 

Dopo averlo rapito, tenuto prigioniero, interrogato e torturato per due lunghi mesi. E lui, il Presidente, non era riuscito a impedirlo. Come non era riuscito a impedire gli scontri, gli attentati, le stragi degli Anni del Terrore. Strinse le unghie contro i palmi, dentro ai pugni chiusi, mentre un ufficiale apriva il cofano e gli mostrava il corpo rattrappito del Segretario del Partito. La testa innaturalmente reclinata verso sinistra, il braccio destro piegato sopra lo stomaco. Il Presidente osservò il disegno irregolare della barba, cresciuta nei giorni di prigionia sul volto dell’amico, di solito perfettamente curato. Chiuse gli occhi, sentendo che gli si stavano riempiendo di lacrime rabbiose e impotenti. L’odore grumoso del sangue gli colpì le narici.

 

Non se lo era dimenticato, quell’odore, quando li aveva visti al processo. Quando li aveva guardati negli occhi, uno per uno, chiedendosi chi avesse premuto il grilletto. Li avevano presi tutti, i terroristi. Tutti tranne una. Quella che lo aveva nascosto, l’ultimo giorno di prigionia. Quella che aveva aperto la porta ai suoi assassini. Quella che lo aveva accompagnato alla fine, illudendolo: “Non si preoccupi, la stiamo liberando”. Con una voce fredda e precisa, che non tradiva emozioni. Una voce di donna, che gli era familiare. Era sparita e non c’era stato verso di ritrovarla. Chi diceva si fosse tagliata i lunghi capelli e avesse seguito un altro gruppo di ribelli in Sud America, chi giurava di averla vista sempre più magra e spietata al soldo dei servizi segreti sovietici. Il Presidente era arrivato a un soffio da lei, una volta, quando ormai il rancore aveva lasciato posto allo sconforto. Voleva solo chiedere, a lei che l’aveva visto per l’ultima volta, che colore avessero i suoi occhi. Con che espressione avesse scelto di morire, quando aveva capito che era rimasto solo davanti a una canna di pistola. Se, come aveva scritto, credeva davvero che i suoi amici l’avessero abbandonato.

 

“Lo sapevo, l’ho sempre saputo’”. Un rantolo rauco, che aveva risalito la gola bloccata fino alle labbra del Segretario del Partito, un attimo prima che il terrorista sparasse. Il Presidente lo sentì rimbombare nella testa, amplificato nei mille riverberi delle terminazioni nervose, mentre l’ago gli penetrava la carne. La dottoressa spinse lo stantuffo fino alla fine, poi gli ripiegò il braccio destro sullo stomaco. Si era sciolta i capelli. A vederla così, pensò il Presidente, sembrava quasi bella. Come se i lineamenti duri, la mascella contratta, si fossero addolciti nell’esaurirsi del suo compito finale. Per un attimo i loro occhi s’incontrarono; il Presidente li sgranò come se, finalmente, avesse capito. Allungò una mano verso il viso della dottoressa e lo sfiorò con un dito. Nello sguardo annebbiato, il volto della dottoressa fluttuò, mischiandosi prima con quello rassegnato dell’amico ucciso, poi con quello duro e tagliente della terrorista. Gli occhi, però, rimanevano gli stessi, velati in ogni passaggio da un’impenetrabile tristezza. Il Presidente si sentì improvvisamente esausto e impotente.

 

“Nessuno sa, nessuno può sapere…”, sussurrò. Poi sollevò le labbra sulle gengive sdentate, riproducendo quella sua smorfia abituale, che qualcuno diceva fosse un sorriso, qualcun altro un ghigno. Infine voltò la testa dall’altra parte, e richiuse gli occhi.

 

Era di nuovo davanti all’automobile rossa, ma sapeva che questa volta non ci avrebbe trovato il volto dell’amico. Passò lo sguardo, lentamente, su un profilo familiare. Rattrappito nel cofano dell’automobile rossa, con gli occhi sbarrati di stupore e gli angoli della bocca secchi di saliva, c’erano il suo viso, il suo corpo, le sue mani dalle dita lunghe e affusolate.

 

Il vuoto che poco prima gli aveva tolto il respiro si sciolse, esplodendogli nel petto.

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