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L’arte di Weiwei: Cina e libertà

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In Cina l’arte non ha il diritto di essere libera. Ai Weiwei è l’artista cinese emblema di questa tragica situazione: il 3 aprile infatti è stato arrestato all’aeroporto di...

In Cina l’arte non ha il diritto di essere libera.

Ai Weiwei è l’artista cinese emblema di questa tragica situazione: il 3 aprile infatti è stato arrestato all’aeroporto di Pechino e da quel giorno non si è più avuta alcuna notizia su di lui.
Nel Paese che tanto fa preoccupare l’Occidente, in accelerazione quasi spaventosa dal punto di vista economico, l’arte e gli artisti non possono cercare, mettere in dubbio, parlare, domandare, a meno che il governo non dia la propria approvazione. Se per arte infatti si intende quella forma contenente in sé la potenza di condurre la mente ad altro, oltre alla materia e all’abilità tecnica, allora l’arte in Cina viene imbavagliata, incarcerata, torturata, zittita.

Le autorità hanno dichiarato che l’artista, ideatore dello stadio Olimpico di Pechino, il “Nido d’uccello”, in collaborazione con gli architetti europei Herzog & de Meuron, è sotto inchiesta per “sospetti crimini economici”, ma le motivazioni sono palesemente altre. È questo infatti l’apice di una persecuzione che va avanti da anni nei confronti di un artista che da sempre ha posto al centro della propria arte la Cina e la libertà.

Risalgono al 1997 le foto in cui egli volge il provocatorio “dito medio” verso Piazza Tienanmen, verso la Casa Bianca e verso la Tour Eiffel: l’arte non può e non deve elargire favori a nessuno, non fa preferenze né distinzioni, non ci sono sconti per nessuno e l’arte di Weiwei sicuramente non ne ha mai fatti.

Ma questo al governo cinese non va bene, soprattutto se l’artista porta alla luce realtà opportunamente occultate. Come ad esempio il numero reale delle vittime dell’incendio in un grattacielo di Shanghai e del terremoto di Sichuan avvenuto nel 2008. L’arte deve aiutarci a non dimenticare: Snake Ceiling è un’installazione di Ai, in cui una serpentina di zaini bianchi e neri di differenti dimensioni (simbolo delle varie età degli studenti vittime del terremoto) si snoda ancorata al soffitto e si fa contemporaneo e poetico monumento per i giovani caduti.

L’arte di Wiewei è dunque, seppur per contrasto, intrisa di quella Cina che oggi, in preda alla modernizzazione e al capitalismo, sta demolendo gran parte del proprio passato. E così Ai si è battuto affinché il Paese non cancelli la propria storia: sedie, tavoli e porte di tutte quelle case distrutte per far posto a grattacieli e centri commerciali sono diventate la materia delle sue opere: una denuncia alla tabula rasa che nelle periferie confiscate di Pechino viene attuata, senza domandarsi però se ci sia la capacità di riscrivere dopo aver cancellato.
L’arte di Weiwei, immediata, acuta, sottile, si manifesta nelle forme più svariate; la sua tecnica non è statica ed è l’approccio metodologico che caratterizza dunque le sue opere.

Cento milioni di semi di girasole, Sunflower seeds, in ceramica, a grandezza naturale, hanno invaso nel 2010 la Turbine Hall della Tate Modern e ogni seme è stato realizzato a mano da artigiani di Jingdezhen specializzati in miniature. Elementi dunque solo apparentemente tutti uguali, proprio perché prodotti a mano, hanno formato una distesa dalle multiple evocazioni: i semi come allusione al problema alimentare della terra, al “made in china”, ai milioni di persone che abitano il Paese, alla retorica di Mao, l’uomo definito “il sole” a cui le masse, come girasoli, volgevano il proprio sguardo.

A distanza di quasi un mese non si sa ancora dove sia, né come stia, l’artista che ha portato la Cina e le sue contraddizioni fuori dalla Cina stessa.

Tutto il mondo continua a chiederne la liberazione: governi Europei e Statunitensi si sono appellati alle autorità cinesi, sabato 23 aprile ad Hong Kong si è svolta una manifestazione con un migliaio di partecipanti, sul web gli appoggi ad Ai sono cresciuti sempre di più, la comunità internazionale delle arti ha redatto una petizione avviata dalla Fondazione Salomon R. Guggenheim e pubblicata sul sito Change.org. Il sito però, lunedì 18 aprile ha subito (casualmente) un attacco hacker ed è rimasto oscurato per alcuni giorni. Gli amministratori del sito web avevano dichiarato: “Tutto quello che sappiamo è che, dopo il successo della campagna, che chiedeva al governo cinese di rilasciare Ai Weiwei, siamo stati vittime di attacchi altamente sofisticati provenienti dalla Cina”. Ora il sito, fortunatamente, è tornato ad essere visibile.
Il governo cinese, tramite il portavoce Hong Lei, aveva non casualmente dichiarato che nessuno può interferire quando si tratta di un sospetto “nemico” della nazione cinese e che la Cina non avrebbe ascoltato pareri esterni. Ma, adesso, il dubbio sorto è che la Cina, i “pareri esterni”, sia addirittura arrivata a metterli a tacere…

E il numero dei dissidenti perseguitati nel frattempo aumenta: dal 1998 gli arresti, le detenzioni e le sparizioni di attivisti per i diritti umani sono state centinaia. Se ne contano 50 solo dall’inizio di febbraio 2010: la maggior parte degli arrestati sono letteralmente “scomparsi”, dissidenti non famosi, che hanno lottato per ottenere i diritti fondamentali nel proprio Paese, ma che sono stati, e continuano ad essere, totalmente ignorati dall’Occidente. È stato necessario l’arresto di un artista come Ai Weiei per portare all’attenzione internazionale l’assenza di libertà cui il popolo cinese è sottomesso.

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