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Carlo Cannella: “Quel che è più grave è che si sta arrendendo anche la letteratura”

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Attori e spettatori. Protagonisti e lettori. Allineati lungo le "pareti" di un romanzo. Il quotidiano è dietro l’angolo che aspetta. E’ paziente e poi cattura. Corre lineare e scivola via scavando solchi profondi nell’anima.

Attori e spettatori. Protagonisti e lettori. Allineati lungo le “pareti” di un romanzo. Il quotidiano è dietro l’angolo che aspetta. E’ paziente e poi cattura. Corre lineare e scivola via scavando solchi profondi nell’anima. “Di solito i bambini entravano in Italia con documenti falsi, accompagnati da genitori inventati, per poi essere destinati al mercato della pedofilia o al lettino di una sala operatoria. Da un paio d’anni anche le stanze della nostra dépendance erano state attrezzate per l’espianto degli organi” . E’ Carlo Cannella a impugnare la penna a mo’ di sciabola e a lambire l’aria delle ordinarie giornate fino a graffiare l’asfalto nero delle città.  E Tutto deve crollare(PerdisaPop Edizioni, Collana Corsari, 2011) è il risultato spietato del suo lavoro. Non un libro “di altri tempi” e “di altre realtà” ma un libro del presente. Un libro a “maglie strette”, senza spazi vuoti che arriva a frustare, irriverente e senza appello, il cuore  della società. Ed ecco che in Tutto deve crollare trova il suo “corrispettivo” l’immagine che Carlo Cannella aveva “di una bambina india, di un linguaggio crudo che le turbinava intorno, di ogni sorta di male che cercava di venir fuori per seviziarla e ucciderla. Una storia che aveva a che fare con una visione della letteratura che albergava dentro da un po’ e l’idea che per qualche ragione, non molto ben definita, dovesse essere indecente, provocatoria, e oltraggiosa”.

 

Carlo, nel tuo romanzo sei riuscito a “mettere insieme”, nell’agire di un’unica persona atrocità, violenze, cattiverie. Che cosa hai voluto “offrire” al lettore con un personaggio così “forte”?

In realtà questa persona fa delle cose assolutamente ordinarie per un criminale: stupra, corrompe, uccide, sono azioni di cui si occupano ogni giorno i cronisti di nera e che riempiono le pagine dei giornali e di tanti altri romanzi. A rendercelo insopportabile è probabilmente il fatto che è un uomo intellettualmente onesto. Non si limita cioè a compiere dei crimini ma li giustifica in maniera razionale. Nella realtà questo non succede. Siamo abituati a uomini di potere che parlano poco, e che quando parlano mentono. Quest’uomo invece parla in maniera feroce, consapevole, rivendicando la bontà del suo pensiero. E’ questo che ce lo rende così odioso. Perché siamo chiamati a confrontarci con le sue ragioni, costretti a tormentarci nei dubbi che esse generano.

 

Marta, suo padre, Isabel e Fernando, chi è  il vero protagonista del tuo romanzo? 

Il Potere. Un potere vitale e propositivo, economicamente razionale. Un Potere che parla, facendoci partecipi delle sue “buone ragioni”. E’ proprio intorno “ai discorsi” che si sviluppa il tema centrale del libro, la necessità di conquistare, esercitare e giustificare il potere. Ed è la cultura nella sua accezione più vasta, più che la forza, a offrire al protagonista la possibilità di rendere accettabile e comprensibile qualunque abiezione.

 

Marta e suo padre. Due visione del mondo. Esiste salvezza per loro? In cosa la trovano, se la trovano?

No, non esiste salvezza per loro. Il romanzo è stato pensato e scritto senza mettere in preventivo la possibilità di una redenzione, è programmaticamente senza speranza. Tutto deve crollare.

 

Come è nata l’idea di scrivere un romanzo così complesso?

Ho alle mie spalle una storia un po’ particolare. Ho passato più di vent’anni su un furgone scalcinato camminando con le mie bands per centinaia di chilometri al giorno, suonando ogni volta per il solo rimborso delle spese, dormendo sui pavimenti delle case occupate e incidendo dischi sempre più rabbiosi. Insomma non ho mai rinunciato a far sentire la mia voce. Ho sempre pensato che fosse importante. Affrontare la complessità del contemporaneo significa determinarsi a vigilare sui guasti del mondo. Un’evidenza facilmente intuibile è che molti preferiscono invece ridurla il più possibile, smettendo di farsi domande, rassegnandosi a una vita che soddisfi i bisogni primari e che sostanzialmente spenga i loro cervelli. Si può capire. A volte una complessità troppo elevata può portare alla pazzia. Quel che è più grave è che si sta arrendendo anche la letteratura. Molti scrittori pensano oggi solo a soddisfare le esigenze del pubblico, dettate più dal bisogno di evasione che dalla necessità del confronto.

 

Secondo te, che cosa nel tuo romanzo potrebbe “incuriosire” un giovane, un adolescente?

La crudezza dei ragionamenti, la sconfitta del buono e del giusto. Per ovvie ragioni un adolescente ha una percezione ancora confusa della realtà. In compenso la sua sensibilità non è ancora inquinata dalle ideologie, dall’interesse personale o da suggestioni accomodanti. Ha quindi la possibilità di confrontarsi con la pagina senza pregiudizi. Un romanzo che viola lo spazio dell’equilibrio, delle risposte rassicuranti, può avere effetti conturbanti sulla psiche di un ragazzo, acuire la sua crisi, dilatarla nel tempo, ma anche contribuire alla formazione di uno spirito critico, non-omologato ai guasti propri di questo tempo.

 

Quali sono le letture preferite di Carlo Cannella?

Ci sono dei libri che torno a leggere con una certa frequenza: Perturbamento di Thomas Bernhard, Mattatoio nr. 5 di Vonnegut, Morte a credito e Viaggio al termine della notte di Céline. Da un paio d’anni stessa sorte “subisce” 2666 di Roberto Bolano.

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