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Non habemus Nanni

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Io, quando avevo quindici, sedici anni, io amavo soltanto un regista… Nanni Moretti. Amavo quel personaggio sconclusionato di Bianca che seduto a tavola con dei perfetti estranei...

Io, quando avevo quindici, sedici anni, io amavo soltanto un regista… Nanni Moretti. Amavo quel personaggio sconclusionato di Bianca che seduto a tavola con dei perfetti estranei, dichiarava strafottente: “Lei non faccia il tunnel… lei mi sta scavando sotto, mi toglie la panna, la castagna da sola sopra non ha senso… il Mont Blanc si regge su un equilibrio delicato… non è come la Sachertorte… la Sachertorte… cioè, lei non ha mai assaggiato la Sachertorte… Vabbè, continuiamo così, facciamoci del male!”. L’uomo che nello stesso tragi-comico-disperato film camminava per una spiaggia dove tutti si baciavano e si lasciava andare contro il corpo di una donna stesa al sole, venendo scacciato dal gruppo come un depravato. L’attore con quella voce afona che parlava delle scarpe, e di come in fatto di calzature era ormai un casino totale, mentre prima tutto era più chiaro, più semplice. Amavo lo smemorato di Palombella Rossa che si aggirava per quella piscina, a chiedersi del perché, del come eravamo potuti arrivare a così tanta bruttezza. Sentivo in quei film di poter dialogare con un fratello maggiore che aveva i miei stessi dubbi, le mie stesse idiosincrasie per un Paese che stava già marcendo. Sogni d’oro, film dell’81, che ho visto solo in seguito, era già una perfetta disamina di quella società dell’informazione e dello spettacolo che con i suoi metodi cialtroni ci avrebbe divorato negli anni a venire. Ecce Bombo, Sogni d’oro, Bianca, La messa è finita, Palombella Rossa, Caro diario… Sei film per me imprescindibili, con i quali sono cresciuto, che mi hanno fatto pensare ed emozionare, piangere e ridere. Il primo episodio di Caro diario potrei vederlo all’infinito, con quel suo magnifico girovagare per Roma, fino all’emozionante epilogo all’Idroscalo di Ostia, il luogo del martirio di Pier Paolo Pasolini, con la musica di Keith Jarrett a far da splendido contrappunto.

Poi è arrivato Aprile. E lì sono cominciati i primi scricchiolii. Era troppo esibita la paternità; ma non era lui che ne La messa è finita urlava quasi: “Ogni volta che parlate di lui vi luccicano gli occhi… ma che vi credete che è il primo figlio del mondo?”. Una copia sbiadita di Caro diario. Poi nel 2001 La stanza del figlio. Palma d’oro a Cannes. Secondo me il film più brutto di Nanni Moretti. Fin troppo costruito, fin troppo d’autore, senza però avere in testa una propria personale idea di cinema. Un film trattenuto, quasi stitico che non poteva neanche assurgere alle vette delle pellicole di Kieslowski che su quei temi aveva creato veri capolavori (basterebbe un solo minuto del Decalogo per provarlo). Nel 2006 Il caimano, film a cui sono affezionato per il suo messaggio “politico”, per la sua aperta presa di posizione contro il berlusconismo e per quel finale surreale e mai come oggi così attuale, con il Palazzo di giustizia messo a ferro e fuoco dai supporter del caimano. Ma l’incrocio con la storia privata del protagonista e con quella degli altri personaggi secondari… a tratti imbarazzante, così banale… così tagliata con l’accetta. Un senso tremendo di “già visto”… E adesso Habemus Papam… una campagna pubblicitaria da far invidia a quella di Obama per le presidenziali. Manifesti in tutta la città; le mani incrociate del pontefice, dietro la schiena, a far da sfondo a questa primavera un po’ estate e un po’ inverno. Copie a go-go per le sale italiane. Tutti sanno della trama. C’è questo Papa appena eletto che non si sente adatto al compito e fugge per le strade di Roma. Il Vaticano chiama un analista, il più “bravo di tutti”: Nanni, appunto. Grande spunto, ma poi? Quali sono le sofferte prove di un uomo, le sue domande, le sue paure, quali i suoi demoni interiori? C’è soltanto un grandissimo Michel Piccoli, i suoi occhi disperati e mobilissimi, che cercano qualcosa e non sanno neanche loro cosa, simboli perfetti di questi anni alla deriva. Il fatto grave è che poi non c’è profondità. La sceneggiatura è debole. Sembra una palafitta che non riesce a sorreggere i grandi temi messi sul tappeto. I birignao degli analisti (tra questi il più bersagliato è “deficit di accudimento”) servono soltanto per strappare qualche risata, senza un reale sforzo di approfondimento su quello che è diventato il linguaggio tra le persone nel nostro Paese. Questo sì è da analisi. È come se Moretti svolgesse il suo compito diligentemente, ma mai con quel guizzo “da matto” della Sachertorte, con quel guizzo “di pura poesia” dell’Idroscalo di Ostia. Sì, c’è la riflessione sul potere e sulla visione del potere, ma è sempre quella già vista, già masticata cento volte. L’incrocio di destini con il teatro è da temino di terza media (e poi con il solito Cechov…). Ancora una volta, tutto sa di troppo costruito, di troppo soffocante. Siamo così lontani dalla riflessione profonda de La messa è finita. E poi ancora i cappuccini, e le bombe con la crema, e quel suo intercalare e quei suoi ammicchi che ormai sono diventati stanchi, sfiniti. E le partite a scopa con i cardinali, la partita di pallavolo in Vaticano…  addirittura con il rallenty… no Nanni, il rallenty no… tutto, ma non questo… troppo furbo… troppo all’Alberto Sordi… L’unica cosa veramente bella, ancora una volta, il finale… l’uomo che rinuncia… ma in tutto questo il cinema non c’è… c’è più cinema e più passione nel minuto del trailer del nuovo film di Terrence Malick, Tree of life, che in tutta l’ora e quaranta di Habemus Papam… Vabbè, continuamo così, facciamoci del male…

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