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Cosa c’è dopo la radio? Boris

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"Dopo la tv c’è il cinema, dopo il cinema la radio e poi la morte", cantano Elio e le storie tese nel trailer del film Boris.

“Dopo la tv c’è il cinema, dopo il cinema la radio e poi la morte”, cantano Elio e le storie tese nel trailer del film Boris. Mi tocco, però le cose stanno davvero così se le vedi dal punto di vista di un funzionario Rai. Mi ricordo di uno che lavorava da anni nello spettacolo. Conosceva tutti. Aveva un’agenda telefonica con sopra i nomi di comici, intrattenitori, cantanti, ballerini. Diciamo che a un certo punto lo hanno spostato alla radio culturale. Lui era annichilito. Non sapeva che dire. Non sapeva che fare. Una sera l’ho incontrato che doveva ritirare un premio per un varietà che aveva avuto successo. Era estate, a settembre sarebbe stato trasferito alla cultura radiofonica. Lui era vestito in tenuta da yachtman, gli mancava solo il berretto da comandante. Me lo sono immaginato alle prese con gli occhialetti e i maglioncini, con gli spigati e i vellutini della cultura più seriosa. A un certo punto un quartetto da camera ha attaccato un concerto. Lui ha preso a sbuffare. Si annoiava. Poi i musicisti hanno cominciato a suonare Vivaldi. Insomma era un premio per uno spettacolo leggero, non potevano mica suonare la musica di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič. Si è girato verso di me e ha ammiccato: “Questo gliel’ammolla”. Gliel’ammolla? Spero che abbia imparato a esprimere concetti più raffinati e ipocriti, altrimenti addio cuore…

 

Mi è tornato in mente di fronte al funzionario Lopez che nel film Boris è terrorizzato all’idea di passare dalla sezione fiction al settore cinema. E poi quando ci passa smette i suoi abiti da sartoria per approdare ai temutissimi maglioncini stile proletario e inforca pure un paio di occhialetti alla Gramsci.

 

Il mio barbiere brasiliano ha saputo che lavoro alla radio e mi chiede sempre: “Quando vai in tv?”. È un mondo semplice: la televisione resta il paradiso dei parrucchieri, anche se è spazzatura. E in che modo venga raccolta e smaltita questa spazzatura, si può capire seguendo Boris.

 

Mi chiedo che effetto faccia questa serie televisiva (e adesso il film) a chi non abbia nessuna conoscenza del dietro le quinte della televisione. Chissà se si diverte chi non riconosce nelle facce sullo schermo quelle di chi ci lavora davvero o davvero comanda o davvero imperversa in quel mondo lì, che la serie ha replicato con un’esasperata accuratezza. L’ha distorto questo mondo? Mah, nemmeno tanto. L’ha reso un po’ più scoperto, meno ipocrita. Per il resto è più o meno così. A parte quel poco che ne ho visto io, lo capisco dal fatto che tutti, da sceneggiatori ad attori, da redattori a registi, fanno il tifo per questa fiction italiana sulla fiction italiana.

 

Seduto nella sala cinematografica riguardo tutti i personaggi che ho già visto nella serie tv, intrappolati felicemente in una specie di puntata di due ore che s’intitola Boris il film. Al cinema la troupe di Boris invece di girare terribili fiction tipo Gli occhi del cuore 2 gira un terribile film d’autore che alla fine diventa un terribile Cinepanettone (come si chiamano oggi quei film natalizi che tutti giudicano delle schifezze senza nemmeno bisogno di vederli): Natale con la casta. Rido. Anche per il coraggio di scimmiottare i film d’autore come Gomorra o Il Divo. Anche per la mancanza di riguardo nei confronti dei tromboni che si credono Maestri e irridono il povero regista televisivo Renè Ferretti. Anche per la trovata di Nicola Piovani (quello vero) che perde l’Oscar giocando a carte con i tre sceneggiatori che, nella fiction o al cinema, sono sempre i peggiori di tutti anche se fanno parte di Sceneggiatura Democratica.

 

Tutto comincia perché il regista Renè non vuole girare una scena ributtante: una corsa al ralenti del giovane pretino Joseph Ratzinger in una fiction intitolata Il giovane Ratzinger. Mi chiedo quale regista televisivo si potrebbe opporre oggi a una scena del genere. Chi si opporrebbe? Chi si è opposto? Nel nome di quale estetica? In difesa di quale visione artistica? Ormai ne abbiamo viste di tutti i colori e tutto è possibile.

 

La realtà accelera e lascia indietro la fantasia. Nemmeno gli sceneggiatori di Boris (quelli veri) hanno potuto immaginare l’ultima schifezza. Lo sputo di Pippo Baudo all’autore di Bruno Vespa, Donat Cattin, figlio di un ex ministro democristiano (personaggio che potrebbe starci benissimo nella serie tv). E i particolari ridicoli riportati dai giornali: Baudo non l’ha centrato, l’ha mancato. E le dichiarazioni che sono seguite, tipo: “Non perdonerò mai Pippo Baudo”. Questa scena che sarebbe tagliata in una commedia di terzo ordine si è svolta ovviamente nel mondo della tv pubblica. Durante la riunione per un programma di prima serata. Si celebravano i 150 anni di questa Italia unita dalla televisione e perfino a Boris (il pesce rosso mascotte della serie) non rimaneva altro da fare che nascondersi nelle profondità della sua boccia piena d’acqua.

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