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Poca gelatina e niente grasso

di

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– Dammene un altro, Joe, e stavolta fallo triplo. – OK Mike. Il vecchio, massiccio ex-marine, dai capelli a spazzola ormai più che brizzolati, prese sotto il bancone la bottiglia  che teneva da parte per gli amici,

– Dammene un altro, Joe, e stavolta fallo triplo.
– OK Mike.
Il vecchio, massiccio ex-marine, dai capelli a spazzola ormai più che brizzolati, prese sotto il bancone la bottiglia  che teneva da parte per gli amici, versandone una dose generosa nel bicchiere di Hammer. Tutt’intorno foto di ragazzi in divisa, in gruppi, con didascalie tipo: ‘Iwo Jima’, ‘Guadalcanal’ ‘Omaha Beach’, nelle quali Joe e Mike erano sempre presenti.

Hammer buttò giù d’un fiato il vecchio Kentucky Bourbon, godendo della sensazione di calore che l’alcool gli dava nello stomaco. Seguendo i suoi pensieri si trovò in mano la quarantacinque, come per un riflesso. La guardò, come si guarda un vecchio amico, poi la rimise sotto l’ascella. Cavò di tasca una banconota e la mise sul bancone. Uscì senza aspettare il resto.

La strada era deserta, ed i suoi passi risuonavano come se sotto di essa il mondo fosse cavo, di un antro senza storia e religione. Avanzava senza particolare fretta eppure sembrava che il suo cammino lo portasse spedito verso il suo obbiettivo. Incominciava ad essere consapevole, dopo tanto cammino e tanto parlare e interrogare e scavare. Sentiva di essere vicino alla soluzione, ma non più di tanto. Era solo. Lo avevano lasciato solo. La prospettiva di rischio era terrorizzante, e soltanto lui non se n’era curato.

Mike sentiva che tutta la città aveva incominciato a marcire partendo da alcuni quartieri di per sè già morti, mentre altri erano in attesa della fine a cui s’erano rassegnati, e il fetore che sentiva altro non era che l’antesignano di una più massiccia e inevitabile putrefazione.

Sotto di lui il piancito del vecchio marciapiede era logoro e rotto, punteggiato di sommarie riparazioni, quasi che la redenzione di un completo rifacimento fosse lontana, un premio per il pentimento; dalle crepe, in basso, emanava un forte odore di marcio, un segno di morte e di vita insieme, come se tutto ciò che vive ad un certo punto debba manifestare la propria esistenza con la fine di essa, passando il testimone ad altri in un gesto di generosità, gettando la propria vita al di là dell’ostacolo insormontabile che è la sua stessa fine. Una pioggerellina sottile, quasi una nebbia solida, cadeva su tutto e tutti, contribuendo a uniformare i colori in quell’universo soltanto grigio. In fondo alla via, illuminata a intermittenza da neon colorati che spandevano una finta allegria, vide una figura venire verso di lui ancheggiando, e il suo cuore accelerò i battiti.

– Finalmente! – dice fra sé. Calza meglio il feltro dalla tesa larga sulla fronte, quasi tema di doverlo perdere. Sbottona il primo bottone della giacca. La grossa automatica che è ormai un prolungamento del suo avambraccio gli pesa sotto l’ascella sinistra.

Continua a camminare verso quella figura, come se tutto e nulla dipendano dal fatto che la raggiunga, o che lei raggiunga lui. Non si affretta, ed in questa sua risoluzione c’è tutto ciò che può riguardare il tempo passato. Le mani affondate nelle tasche del lungo impermeabile, la sinistra stretta attorno ad un coltello a scatto, la destra pronta a schizzar fuori e tramutarsi in una sputafuoco. E’ capace di estrarre e sparare in meno di un secondo, senza mancare il bersaglio. Si ferma. Guarda quel volto, quei corti capelli biondi alla paggio, leggermente umidi di pioggia, quegli occhi verdi che più d’una volta hanno acceso dentro di lui un desiderio che mai aveva conosciuto con altre donne. E ancora la magia si ripete, nonostante tutto.

– Ciao, Velda – dice alla donna che gli è ormai a non più di due metri di distanza, e la sua bocca si stira in sogghigno cattivo che mostra i denti a chi li deve vedere, mentre le sue labbra si fanno ancora più sottili e crudeli.

Lei lo guarda, ed il suo sguardo è stranamente vuoto e profondo al tempo stesso, come se non le importi nulla di ciò che potrebbe accadere, eppure lo tema e lo desideri. La conclusione di qualcosa che nel vortice di quella storia potrebbe essere importante. Come se temesse la sua reazione, eppure l’aspettasse, la chiamasse.

– Ciao, Mike – dice lei. E quel tono di voce di velluto pare spingerle i seni fuori dal corpetto allacciato sulla schiena, come se volesse sedurlo già solo con quel saluto. I capezzoli appaiono turgidi sotto il sottile tessuto, le sue labbra si fanno più tumide e rosse, le cosce scivolano fuori dalla corta gonna che le fascia i fianchi, dove le calze finiscono con un contorno ricamato nel reggicalze, e dove poco più su si intravvede la pelle nuda, appena al di sotto dell’inguine. Il movimento dei fianchi è sensuale, sugli alti tacchi a spillo. In passato questo ha sempre funzionato, pensa Mike. Questa volta è diverso. Ora lui sa da quale nemico formidabile deve guardarsi.

Parve che il tempo si fermasse, mentre i due rimanevano così, uno di fronte all’altro. Ambedue consapevoli di sapere ciò che c’era da sapere, ambedue consapevoli che l’altro conosceva perfettamente l’avversario. Ambedue sapevano che non era possibile mentire.

Mike era sulla bocca dell’antro, pronto ad entrarvi, senza sapere se sarebbe riuscito ad uscirne vivo. ‘Al diavolo!’ pensò ‘non è importante quanto si vive, ma come si muore, alla fine!’ Non avrebbe mai tradito sè stesso. Aveva vissuto diverse vite, e questa era soltanto una delle tante che lui metteva in gioco. L’abisso era lì di fronte a lui, nelle sembianze di una sua vecchia amica, una donna che non aveva per lui segreti, nè lui per lei. Una donna speciale, che lo aveva amato e che lui aveva amato, una donna di cui conosceva il corpo centimetro per centimetro, e che sapeva far vibrare di piacere come un musicista esperto fa con il suo strumento. Si avvicinò a quella figura seducente, guardandola negli occhi verdi, cercando di penetrare nel tempo e nello spazio delle sue pupille per trovare la vera storia di quel popolo, di quella nazione sconosciuta. Colse come un lampo di fuoco, qualcosa che gli parlava di distanze intersiderali, lontano milioni di anni luce.
La sua mano, grossa e pesante, scatta improvvisa, colpendo con il dorso quelle labbra rosse ed invitanti, facendone sgorgare un filo di sangue. Continua a colpire quel viso con forza, avanti e indietro, con il dorso e il palmo alternativamente, finchè essa incomincia a dolergli, mentre lei lo guarda stupita, e la sua espressione diviene una maschera d’odio; finchè la persona che gli sta dinanzi incomincia a cambiare, a trasformarsi, e Mike capisce d’aver raggiunto il suo scopo. I capelli neri a caschetto scompaiono, sostituiti da una capigliatura maschile, le labbra sono sottili e cattive, i corti abiti seducenti divengono abiti maschili. Mike ha di fronte un uomo adulto che lo guarda odiandolo dal suo volto sconfitto, tumefatto dai colpi. Un volto grigio illuminato a tratti dai neon colorati che con la loro intermittenza nei grigi canyon fra i grattacieli spandono un senso d’angoscia, dove tutto è ormai dello stesso colore grigio di morte. L’approssimarsi di una nemesi mortale e inesorabile, dove la pietà non ha casa. Mentre l’abisso si spalanca in una voragine senza fine sull’entropia del senza dove e senza perchè, il tempo non esiste più, e la sua voce è il ruggito  famelico del Moloc che attende la sua preda, la chiama, nel fetore del suo alitare  millenario.

Intorno, i grattacieli della Grande Mela protendono le dita adunche di artigli verso un cielo vuoto di piombo e zolfo che si perde nello spazio, verso la resa dei conti finale. Un luogo dove la stanza del domani è vuota d’ogni speranza.

– Lo sapevo – disse Mike – sei un mutante. Ma sei sfortunato. Ho sepolto Velda, quella vera, non più di un’ora fa. Dopo che uno di voi l’ha uccisa, e prima che poteste mandare a prenderla per farla sparire come avete fatto in tutti questi anni con migliaia di persone. Ma ora la festa è finita. Sto per mettere fine ai vostri crimini!

Prese l’altro per il bavero, e gli parve di sollevare un pezzo d’eternità, sentendo sul viso l’odore orribile dell’alito di un corpo senza età. Mike represse un conato di vomito, tanto era il ribrezzo che gli dava la vicinanza di quell’essere. Lo prese con le due mani per il bavero della giacca e lo scosse in modo violento, per fargli capire chi era il più forte, finchè la sua testa parve disarticolata, come quella di una marionetta, e lui potè sentire i suoi denti sbattere gli uni contro gli altri. Poi estrasse la 45 e glie la mise sotto il naso, spingendo forte nella narice, che incominciò a sanguinare. Sapeva che i mutanti erano in pratica immortali e che la minaccia di una palla di quel calibro in pieno viso non lo avrebbe spaventato. Il suo gesto era il riflesso di una vita passata a raddrizzare torti, a punire i cattivi, a togliere di mezzo chi non meritava di stare al mondo, trasformandosi lui stesso in giuria, giudice e boia. E il mutante non mostrò paura, nè si poteva dire che non temesse d’essere devastato da quell’ogiva di rame piena di piombo che aspettava solo d’esser chiamata a compiere giustizia.

– Ora mi porterai alla centrale, dove fate sparire i corpi, e… bada! – disse, estraendo una curva fiaschetta di vetro dalla tasca interna dell’impermeabile, piena a metà di un liquido incolore – ho preso l’antidoto, quindi non pensare di poter fare con me i tuoi giochetti! Sono vaccinato contro il vostro potere!

L’altro lo guardò, sorrise, e Mike lesse qualcosa che non riuscì a decifrare, eppure  sentiva che era importante, vitale. Qualcosa che gli accese un ‘warning’ rosso che gli lampeggiava nel cervello, e le sue orecchie poterono sentire una sirena d’allarme scattare con un suono acuto nel vuoto del tempo e dello spazio. Non poteva più tirarsi indietro.

Si sentì come quando, in un lungo, lungo giorno d’estate, inchiodato sulla sabbia della Normandia, non avendo altra scelta, s’era gettato con il suo plotone di marines contro una mitragliatrice tedesca, giocandosi una delle vite a sua disposizione, e nulla aveva avuto più peso ed importanza. Anche allora non aveva potuto tirarsi indietro. ‘L’inferno non mi vuole’ si era detto quel giorno. Avevano fatto a pezzi quei dannati crucchi, e distrutto la casamatta. Per quell’azione aveva avuto anche una medaglia, quando tutto era finito e i capi si erano messi attorno ad un tavolo, ed ognuno aveva venduto all’altro ciò che aveva da vendere.

Arrivano allo stabilimento che è quasi l’alba. Nulla fa indovinare l’attività che si svolge all’interno. Il mutante va a una porticina, l’apre con un badge. Passano la zona degli uffici, illuminati e deserti. Sotto le luci al neon la linea di produzione è  in piena attività, senza presenze umane, Mike e il suo prigioniero sono soli. Tutto è completamente automatico. Soltanto il ritmico, ovattato rumore delle macchine rompe il silenzio di quel luogo irreale.

– Così è qui che li fate sparire – dice Mike. Non riesce a comprendere ancora, ma incomincia con raccapriccio a rendersi conto.

– Carne in scatola – dice, prendendo una scatola di latta senza etichetta – li mettete in scatola, dopo averli disossati e bolliti!

L’altro lo guarda senza parlare: sul viso ha stampato un sorriso malevolo, come un grosso pupazzo di cartapesta. Perde sangue dalla narice strappata e dal labbro superiore, tumefatto e gonfio.

Mike incomincia a capire. Impugna la grossa Colt, ma essa gli scivola di mano e cade a terra. Cerca di aprire il coltello a serramanico, ma non riesce a spingerne il bottone. Si sente senza forze, come disossato da vivo, eppure è pienamente cosciente di ciò che accade.

Prende la fiaschetta dell’antidoto dal cappotto, l’apre con uno sforzo e beve ciò che rimane.

– Non puoi fare questo! – dice all’uomo accanto a lui – Non puoi fare i tuoi giochetti con me! Ho preso l’antidoto! Con me non funzionano!

L’altro lo guarda, come si può guardare un grosso pesce preso all’amo quando è già nel retino del pescatore.
– Chi te l’ha venduto? – chiede, biascicando a fatica fra le labbra gonfie.

– Stinky – risponde Mike, pensando che la domanda è stupida “un vecchietto che vende i giornali all’angolo della Broadway con la Quinta, piccolo e puzzolente. Uno dei miei informatori” prosegue.

L’altro non risponde. Mike capisce che qualcosa è cambiato, nel cielo della sua esistenza, e che qualcosa di irreparabile sta accadendo proprio in quel momento. Sente un puzzo che gli è familiare.

Si volta. Il vecchietto è accanto a lui, o almeno quella che ne è una buona imitazione.

– Sai, Mike – dice con voce chioccia – è stato divertente venderti dell’acqua fresca!

Mike capisce che è arrivato al capolinea. Ha consumato anche la sua ultima vita. Non ha paura, sapeva da tempo che prima o poi sarebbe successo, che troppe volte ha gabbato la dama con la falce. Alla lunga è come al casinò, il banco vince sempre. Si guarda intorno. L’ultima cosa che vede prima di chiudere gli occhi è la marca della carne in scatola, molto famosa.

Sorride. ‘Al diavolo!’ pensa ‘Certo sarò all’altezza della pubblicità! Chiunque avrà la fortuna di trovarmi nella scatola non sarà deluso!’

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