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Luca Zingaretti: quando l’attore si “appropria” della macchina da presa

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"Esordi di attori dietro la macchina da presa". E Luca Zingaretti da attore, in tantissimi film di successo, a regista di documentari. La Casa del Cinema è la location della rassegna. "Gulu"(2003) è il documentario di esordio di Luca Zingaretti.

“Esordi di attori dietro la macchina da presa”. E Luca Zingaretti da attore, in tantissimi film di successo, a regista di documentari. La Casa del Cinema è la location della rassegna. “Gulu”(2003) è il documentario di esordio di Luca Zingaretti. Un documentario in cui la macchina da presa, instancabile, curiosa e coraggiosa, immortala una sequela di scene che attraversano una sanguinosa guerra civile, una terrificante epidemia, e la quotidianità di gente che vive in una delle più popolose città nel Nord dell’Uganda, Gulu. Un filmato, suddiviso in quattro parti (i campi dei rifugiati, l’acqua, i bambini soldato e l’ebola) che si fa portavoce delle condizioni in cui vive il popolo di questa città. Le immagini si rivestono dei volti di uomini e donne e risuonano dei loro atroci ricordi: violenze subite, bambini rapiti dai ribelli ed epidemie che non risparmiano nessuno; mentre il caldo e il colore dell’Africa pennellano di fascino e suggestione perfino coloro che sono vittime della loro stessa condizione. Al margine, quasi con un senso di pudore, la testimonianza dei volontari dell’AMREF (African Medical and Research Foundation) che lavorano per aiutare la popolazione di Gulu.

 

Dalla macchina da presa di Luca Zingaretti nasce un documentario e non un film perché come racconta l’attore: “il documentario è un genere che permette di raccontare la realtà attraverso i personaggi coinvolti in prima persona nella storia. Secondo me, in questa società in cui tutto va di corsa ci siamo un po’ persi per strada. Se è vero che hai la possibilità di essere informato quasi in tempo reale su quello che accade è anche vero che questo va a discapito dell’approfondimento. Facendo questo documentario mi sono accorto che proprio questo genere può essere un momento importante per riappropriarsi di questo approfondimento.” L’esercizio è stato molto interessante per l’attore-regista, tanto che ha pensato bene di provare anche con un film: “è circa un anno e mezzo che sto scrivendo questo film. Ci sto girando molto attorno perché se da attore mi lamento spesso e volentieri di sceneggiature scritte in maniera frettolosa – che è un po’ una fretta legata alle scarse risorse che ha il cinema italiano – in questo caso, come regista, non voglio fare lo stesso errore e quindi voglio partire quando sarò assolutamente soddisfatto della sceneggiatura.” A questo punto, inevitabilmente, arriva in sala anche un altro ospite: Salvo Montalbano. Il racconto dell’appuntamento dell’attore con il personaggio televisivo delude, forse, le attese del suo pubblico: “io faccio Montalbano tre mesi ogni due anni. E’ veramente niente. Per il resto faccio tutt’altro. Pensate che in 12 anni abbiamo fatto appena 18 film laddove una qualunque fiction seriale di buon livello fa in media 30 episodi l’anno”.

 

Non delude, invece, quello che l’attore racconta del rapporto con personaggi, realmente vissuti come Pietro Nenni, Don Puglisi e tanti altri, e che ha avuto modo di interpretare: “mi sono venuti incontro delle storie di personaggi realmente vissuti e talmente belli che era difficile non raccontarli. Io penso che quando devi affrontare un personaggio che è esistito veramente, o anche se non è esistito veramente, tu entri in contatto con un universo. E se è un universo gioioso ti dà delle cose, se è un universo tragico te ne dà delle altre. Io ho avuto la fortuna di incontrarmi con personaggi che erano tutti portatori di un universo ricco, molto contrastato e molto frastagliato. E per un attore più è alto il coefficiente di difficoltà del ruolo da interpretare e più diventa interessante.” E così che le parole si legano e scorrono, quasi involontariamente, sulle scene di un film in cui Luca Zingaretti indossa una maschera ben diversa: il ruolo è terribile e lui è un cattivo. E’ Sergio in “Vite Strozzate” (1996): “ruolo meraviglioso dal punto di vista professionale ma il personaggio era veramente orribile. Il segreto di un personaggio cattivo è dargli una profondità, una dimensione alta, rispetto a quella che appare. Dargli cioè sempre un contraltare. L’eroe, se tu lo interpreti come eroe senza paura e senza macchia diventa un cretino. Se tu all’eroe riesci, invece, a dargli una sfumatura di paura improvvisamente quello che fa diventa gigantesco perché diventa uno di noi e perché tu pensi che non faresti mai quella cosa lì e lui, invece, la sta facendo. Quindi, diventa un eroe e non perché non prova paura.”

 

In sala, il tempo è scandito dai secondi e le domande lavorano come “formiche in un formicaio”. Dal documentario al film, dal regista all’attore e poi di nuovo al documentario e al regista: “Gulu era un posto dove da 19 anni c’era la guerra civile. Nel 2001 c’era stata l’ultima grande epidemia di ebola, una febbre emorragica devastante che compare e scompare con grande rapidità e con effetti veramente devastanti. La scelta è stata molto coraggiosa ma anche molto azzeccata perché queste sono le esperienze che al di là del film ti arricchiscono tantissimo.” E se nel “cinema c’è chi decide la storia, chi decide dove mettere gli accenti, piuttosto che le pause, piuttosto che sottolineare un aspetto rispetto all’altro” nel documentario diventa tutto “un’altra storia”.

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