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Il pendolo misterioso

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Conosceva quel nome, ce l’aveva proprio sulla punta della lingua, eppure, per quanto si sforzasse, era incapace di ricordarlo. Purtroppo, negli ultimi anni, gli capitava sempre più spesso di ritrovarsi in quella situazione così incresciosa:

Conosceva quel nome, ce l’aveva proprio sulla punta della lingua, eppure, per quanto si sforzasse, era incapace di ricordarlo. Purtroppo, negli ultimi anni, gli capitava sempre più spesso di ritrovarsi in quella situazione così incresciosa: ovvero di non riuscire a richiamare alla mente il nome di qualche oggetto o di qualche persona, e, immancabilmente, quell’incertezza aveva il potere di scuoterlo: addirittura fino a spaventarlo. Intanto l’oggetto pendolava. Sembrava trovarsi più o meno sopra di lui, seguiva traiettorie improvvise, era semitrasparente, e in modo del tutto casuale poteva andare avanti o indietro, di sguincio o di taglio. Certamente pendolava, ma altrettanto certamente, non era un pendolo.

Provò a distinguerne qualche dettaglio in più senza però riuscirci: con rammarico  si accorse,  vuoi per dimenticanza, vuoi per sorte avversa, di non indossare gli occhiali.  Se voleva risolvere quell’enigma, quindi, e liberarsi così dell’ansia crescente, non gli restava che procedere per altre vie. Provò a muoversi, scoprì di non poterlo fare, e l’ansia divenne paura.
Spaventato, ma non ancora sconfitto, si fece coraggio e cercò di giocare d’astuzia: sapeva per esperienza che il nome di moltissimi oggetti può essere facilmente dedotto dalle funzioni che l’oggetto stesso svolge all’interno di un determinato contesto. La prima cosa da fare, allora, era scoprire dove si trovasse in quel momento, in modo da inserire l’oggetto misterioso in un contesto preciso. Partendo da quel presupposto, a suo parere, il metodo più razionale per capire dove fosse consisteva nel ripercorrere mentalmente la sua intera giornata, passo passo, facendo mente locale, appunto, allo stesso modo in cui si fa mente locale quado ci si perde qualcosa. Lui, tutto sommato, si era perso un nome. E, una volta ritrovato il nome di quel pendolo che non era un pendolo, tutto sarebbe tornato a posto, in ordine, chiaro.

Cominciò dalla sveglia mattutina: ciabatte, vestaglia, caffè, radiogiornale, barba, canottiera e camicia, giacca pesante, ascensore, edicola, mercato. Lì aveva discusso con la padrona del banco del pesce per una sogliola guasta acquistata il giorno precedente. Rivoleva indietro il suo denaro, ma la cosa si era risolta con un niente di fatto e con la promessa solenne che mai, neanche costretto con la forza, si sarebbe più servito in quel posto. L’episodio l’aveva indispettito, ma non esisteva, anche a cercar bene, alcun nesso logico con la situazione incomprensibile in cui si trovava, per cui non gli restava altro se non  continuare nella sua analisi.

Panchina, passeggiata, pranzo. A quel punto venne distratto da un dolore alla mano destra che lo richiamò al presente, simile a un pizzico. Ma, deciso a portare avanti la sua ricostruzione, ignorò tanto il dolore quanto la sgradevole impressione di avere un corpo estraneo sottopelle dove gli aveva fatto male la mano. Continuò: lavapiatti, riposino in poltrona, lettura. Quel pomeriggio si era sicuramente messo a riguardare una novella di Verga che da ragazzo lo aveva tanto appassionato. E poi ?

Venne interrotto di nuovo: aveva avvertito una pressione strana partire dall’osso nasale e arrivare giù fino al mento. Si rese conto, che mentre era distratto, qualcosa gli si era appiccicato saldamente alla faccia, togliendogli il fiato all’istante. Venne preso dal panico, poi, con un grosso sforzo, fece un respiro profondo e si sentì meglio. Se l’era vista brutta.

Ormai comprensibilmente suggestionato si stava anche convincendo di essere in grave pericolo, eppure l’istinto lo richiamava continuamente all’ordine, dicendogli che doveva scoprire il nome del pendolo misterioso, solo quel nome avrebbe risolto tutto. Preso da un inaspettato moto d’orgoglio giurò a se stesso che sarebbe riuscito nell’impresa, fosse l’ultima cosa che avesse fatto in vita.

Nel frattempo la situazione continuava a modificarsi, tanto che intorno a lui tutto cominciò a vibrare. Adesso che ci faceva caso, però, forse non era esatto dire che quegli scossoni erano appena cominciati, diciamo che lui li stava notando solo in quel momento, e, del tutto inaspettatamente, ricevette un primo indizio. Il pendolo misterioso andava sempre nella medesima direzione degli scossoni, per cui, se si sentiva spinto verso destra, ecco che il pendolo andava a destra, e, se lui si sentiva andare all’indietro, il pendolo subito andava all’indietro. Quel successo lo rincuorò di molto e, con rinnovato impegno, si fece più attento pronto a cogliere altri dettagli.

Sarebbe difficile spiegare con quale entusiasmo si accorse della presenza di due suoni. L’uno molto forte, strillato, composto da toni diversi che si inseguivano l’un l’altro evocando una certa idea di fretta. L’altro più piccolo, una qualche specie di fischio ritmico che pareva molto simile ad un metronomo, quello strumento con cui i musicisti si esercitano a tenere il ritmo giusto nell’esecuzione di un brano.

Era ancora vagamente spaventato, ma inanellare quei tre successi di fila lo aveva reso più battagliero, quasi avventuroso: pensava che anche se si era ritrovato travolto da quella situazione tanto assurda, era sulla strada giusta, e alla fine avrebbe senz’altro ricevuto la sua ricompensa.

Continuava a sobbalzare al ritmo di quello strano metronomo, accompagnato dal suo pendolo senza nome, in attesa, quasi in agguato, ed ecco che arrivò un altro cambiamento che lui intercettò immediatamente. Mentre il ritmo scandito dal suono più piccolo scese di intensità, aumentarono vigorosamente le vibrazioni dell’ambiente circostante, tanto che ormai il pendolo si agitava come se fosse in preda alle convulsioni. Finalmente aveva capito le regole del gioco e di lì a qualche secondo, lo scenario cambiò ancora una volta. Senza vergogna di sembrar paranoico immaginò che una qualche forza a lui ostile stesse provando a disorientarlo di nuovo, ma lui era pronto a deluderla, adesso aveva capito e non si sarebbe fatto sfuggire più nulla.

Come a raccogliere l’immaginario guanto di sfida, una decina di tentacoli bianchi apparvero nel suo campo visivo sbucando da dietro le sue orecchie. Per cominciare strapparono via l’oggetto che aveva appiccicato in faccia, sostituendolo con una sorta di cannello ricurvo che sentì prima in bocca e poi in gola. Si mise una gran paura, ma al tatto riconobbe che non erano tentacoli, bensì dita umane. Si disposero in modo simmetrico e speculare ai due lati del suo viso, le traiettorie precise dei loro movimenti richiamavano alla mente gli schemi coordinati utilizzati delle truppe d’assalto in battaglia, e il vigore della loro presa confermava quell’impressione. Si ritrovò con la testa tutta tirata all’indietro, ma non perse l’occasione di seguire la linea delle braccia blu cobalto che manovravano quelle dita bianco latte, arrivando così a fissare lo sguardo sul petto di un uomo in divisa seduto alle sue spalle.

La miopia è un problema molto serio per chi abbia voglia di guardar lontano, ma da vicino, al contrario, si riesce a vedere così bene da essere indiscreti. E lui vide una toppa attaccata con il velcro: recitava: “ M. Costa, 118, emergenza sanitaria”. Eccola la soluzione, ma che pendolo e pendolo, si chiamava flebo! Una flebo, sì, si sentì finalmente rilassato, la paura era passata e tutto era tornato al suo posto.

Mentre la sirena continuava a chiedere strada disperata e l’elettrocardiogramma ormai piatto fischiava fisso, il vecchio professore chiuse gli occhi per ripensare alla sua ultima avventura, e in quel modo trovò la sua pace.

© Pier Fabrizio Salberini

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