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La fiction: Vita, Morte e Libertà. You don’t know Jack

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Siamo davvero liberi di scegliere come vivere e come morire? Di stabilire cosa è giusto o sbagliato per la nostra vita?

Siamo davvero liberi di scegliere come vivere e come morire? Di stabilire cosa è giusto o sbagliato per la nostra vita? Saremo mai in grado di liberarci da tutti quei precetti e quelle imposizioni “imposte e dettate” dalla società, dalla religione, dall’etica e dal buon costume?

Jack è un individuo ossessionato dalla volontà di trasgredire le leggi che regolano la vita e la morte, spinto da una tenace determinazione a rompere questo equilibrio naturale. Jack è un medico statunitense di origine armena che, 61enne, inizia la sua “crociata” a favore dell’eutanasia come soluzione umana e dignitosa allo stato di malattia terminale. Il suo scopo è quello di portare al trapasso malati terminali, ormai stanchi di soffrire e decisi a morire con dignità.

Jack racconta che la madre, malata terminale, volle fargli capire come stesse, invitandolo a immaginare il più acuto mal di denti del mondo e di estendere il dolore ad ogni parte del corpo. Mentre lei avrebbe voluto porre fine all’infinito tormento, i medici le somministravano i più artificiali rimedi per far sopravvivere la tortura vivente che era diventata.

Jack riesce a “far morire” oltre 130 pazienti terminali.

Ma Jack non è un personaggio nato dalla mente creativa di qualche sceneggiatore. Jack è Jack Kevorkian, soprannominato il “Dottor Morte”, che negli anni Novanta raggiunse l’apice della sua popolarità per via dei suoi suicidi assistiti (circa 130). Dopo aver ripreso su vhs le loro volontà mortali, Kevorkian affidava i pazienti a macchine speciali da lui costruite: erano così gli stessi malati, sebbene vegliati dal medico, ad azionarle e quindi a uccidersi. Il dottore non aveva così nessuna responsabilità legale per questa dolce morte, sebbene gli venne confiscata la licenza medica. Condannato a 25 anni per omicidio di secondo grado, viene poi rilasciato per buona condotta e per le sue precarie condizioni di salute.

La sua vicenda è stata raccontata in film per la tv trasmesso da Sky Cinema la scorsa settimana dal titolo «You don’t know Jack», prodotto dalla prestigiosa Hbo. Ad interpretare il controverso personaggio troviamo Al Pacino che ha dichiarato: “Jack Kevorkian è una persona che tutti credono di conoscere. Ma alla fine, vi ritroverete a dire: è così diverso da come pensavo”. Di altissimo livello anche il resto del cast con, tra gli altri, Susan Sarandon, John Goodman e Brenda Vaccaro. Il regista Barry Levinson, parlando del punto di vista scelto dagli sceneggiatori, ha dichiarato: “Credo che molti abbiano una visone distorta di Jack Kevorkian. Si conosce più il medico attraverso l’eco dei media, mentre pochi conoscono l’uomo, la sua vita privata, i suoi rapporti personali”.

Medico eccentrico, artista macabro, fratello affezionato, deputato soggetto a scatti d’ira: Pacino non ne riproduce soltanto le fattezze, i movimenti, il carattere ma ne trasmette in modo impeccabile l’anima. Da vita ad un personaggio memorabile, basso, magro e con degli occhiali enormi, talmente sofferente da trasformare in ossessione l’idea di alleviare il dolore altrui.

La fiction permette una riflessione serena, lontana dagli stereotipi e dalle generalizzazioni ed affronta con dignità e distacco la tematica attraverso una scrittura attenta e asciutta ed una ricostruzione documentaria dei fatti. Attraverso ricerche, interviste, filmati d’epoca conosciamo più a fondo un uomo, la sua vita privata, i suoi rapporti personali, la sua scelta professionale. Su cui, ovviamente, ognuno è libero di formarsi le proprie opinioni.

Crudo e livido, “You don’t know Jack” non lascia quasi nulla all’immaginazione. Con delicatezza e sensibilità il tv movie mette in scena un onesto ritratto dell’uomo, facendo luce sui suoi punti deboli, i suoi difetti ma anche i suoi punti di forza.

E sia coloro che hanno posizioni ben radicate che coloro che non hanno ancora una propria idea al riguardo avvertono l’esigenza di mettersi in discussione e ascoltare i molteplici punti di vista che attraversano la vicenda. Come quando Janet Adkins, affetta dal morbo di Alzheimer, si dirige senza alcuna incertezza verso il camioncino nascosto tra gli alberi, dove Jack le “somministrerà” la morte. Bacia il marito, quasi appassionatamente. Si sdraia. Chiede la morte perché ama la vita. Perché chi, costretto a letto o su una sedia a rotelle da una malattia degenerativa, si sente morire dentro, giorno dopo giorno, in una vita vissuta a metà.

E ognuno ha il diritto di agire sulla propria vita. Se è vero che la vita non appartiene a noi è anche vero che la morte è inevitabile. Vita e morte sono unite e indivisibili, come lo sono fiume e mare. Rientra però nel potere umano rendere la morte quanto meno dolorosa possibile. La più grande conquista di un Occidente civile, di una società laica e democratica consiste nell’impedire che qualcuno decida per un altro: né medici, né familiari, né governo o Stato. La sfera della propria vita e della propria morte è talmente privata da dover essere lasciata alla meditazione e alla decisione del singolo essere umano.

Se praticare l’eutanasia vorrebbe dire sostituirsi a Dio, cosa vorrebbe dire ignorare le richieste d’aiuto di esseri umani che vorrebbero interrompere e mettere fine alle sofferenze?

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