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Un mondo nuovo

di

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Il cazzo del mio uomo c’ha le facce. Occhi, orecchie, naso, bocca. E ogni volta che fa cucù dalle mutande viene fuori con una faccia diversa. Come le marionette del teatro dei pupi.

Il cazzo del mio uomo c’ha le facce. Occhi, orecchie, naso, bocca. E ogni volta che fa cucù dalle mutande viene fuori con una faccia diversa. Come le marionette del teatro dei pupi. La prima volta eravamo appena usciti dal cinema e il mio desiderio era cresciuto a dismisura durante la proiezione del film. Quel gran porco era stato a palpeggiarmi tutto il tempo e io mi ero dapprima accalorata e poi, dopo l’incendio, inumidita di quell’umido che non spegne il fuoco ma lo attizza. E allora nel primo vicolo che mi era capitato sotto mano avevo strizzato il suo attrezzo attraverso i jeans e, con furore crescente, smanettando intorno alla patta, avevo aperto la zip, avevo cercato e trovato una fessura nei boxer.

Avevo preso il suo uccello in una mano con l’intenzione, certo, di non stare lì a contemplarlo. Insomma dico, in fondo un cazzo è un cazzo. Qualcuno è un po’ più smilzo, qualche altro più vigoroso, taluni più alti, altri più bassi. Ma passato il tempo delle stronzate romantiche del “t’amerò per sempre”, de “il cazzo del mio uomo è l’unico che mi tira”, passate le stronzate idealistiche, un cazzo è qualcosa di solido, duro per meglio dire, con cui fare attrito. Uno spettacolo per niente memorabile. Ma quella sera … altro che …  Alla luce fioca del lampione, il luccichio di due occhietti neri appena sopra il prepuzio mi apparve come una visione. O’ miracolo, avrebbero detto al mio paese. E che cazzo di miracolo!

Due occhi neri come olive, luccicanti di malinconia e mistero e ciglia folte. Un ciuffetto di capelli crespi, sempre neri, il naso a pagnotta e la bocca carnosa. E un orecchino al lobo dell’orecchio sinistro. L’incendio si spense e l’umido si trasformò in arsura. Effetto dello stupore. I miei occhi lo guardarono con sguardo interrogativo. L’uomo intendo, perché  guardare il cazzo negli occhi mi faceva un certo effetto, non lo nego, e per tutta la sera ne evitai lo sguardo.

Lui mi disse:
– Sono fatto così. Ho il membro animato.

Eh, chiamalo animato…. Un membro animato è quello che ti sbatte bene e a lungo e alla tua passera gli fa venire il cinguettio.  Questo più che animato è … iconico. Figurativo. Istrionico, avrei scoperto dopo. Ma il gran porco non si profuse in spiegazioni e ricominciò il palpeggiamento. In modo così convincente che dopo un paio di minuti ero di nuovo bella che abbrustolita e pronta ad accogliere la prima visita nel mio avvolgente tunnel dell’amore del membro animato. Questo fu il primo incontro intimo con una faccia del cazzo che si era mostrata per la prima volta con la freschezza latina di uno scugnizzo mediterraneo.

Ogni volta fu una scoperta. Ogni volta una faccia nuova: l’uomo brizzolato con lo sguardo in carriera, lo studente col volto angelico, il musicista con i sensi persi in una fuga. Ogni volta furono sensazioni da schianto, ogni volta scopate memorabili. Anche perché lo scoprii essere dotato di una minuscola lingua che faceva roteare con sapiente maestria e poi, rallentando il ritmo, ritornare all’attacco con toccatine leggere e stuzzicanti, come pennellate di un pittore naif.

Credevo di conoscere bene il mio lato vacca, ma la profondità e la versatilità delle mie perversioni furono brillantemente esaltate da questa situazione.

Una volta venne fuori un cazzo a tre teste, tre gemelli, intorno ai trent’anni, eterozigoti, ma tutti ricci e castani, con lo sguardo acuto e curioso. Fu una specie di orgia satolla e inebriante. Tre teste e, soprattutto, tre lingue che si prendevano cura di labbra grandi e piccine e delle pareti interne del mio appartamento …

Poi fu la volta dell’emersione del mio lato lesbico. Fu un vero e proprio shock la prima volta. Liberato l’uccello del mio uomo da lacci e lacciuoli di biancheria mi ritrovai a fare i conti con una cinquantenne di classe, fresca di parrucchiere, tipo signora bene piena di quattrini. Una specie di moglie di primario, tutta in tiro, senza neppure un capello fuori posto. All’inizio mi fermai, imbarazzata. Ma il gran porco mi disse:
– Che ti frega? Facciamole vedere come ci si lascia andare. E se poi si scandalizza, cazzi suoi!

E fu. Una scopata vigorosa, rude ed essenziale, a tratti muscolare. Roba che nemmeno un camionista. Quando venne fuori i capelli non sembravano aver tenuto benissimo. Pazienza. Con tutti quei soldi non le ci vorrà molto a rifarsi una messa in piega!

Altre volte, lo ammetto, la particolarità delle situazioni avevano portato il mio orgoglio erotico a uno stato di esaltazione, autoreferenzialità, supereroismo tali da avvicinarmi a una psicopatologia da empireo sessuale. Come quando tra me e me mi ripetevo che la pornostar, quella tanto famosa, quella che è andata pure al Parlamento, non ha proprio niente da insegnarmi. E’ una dilettante quella, coi suoi spettacolini. Ne ho fatte di cose ben più strane io. E gli animali: roba da principianti il suo stupido serpente. Ci provi lei a farsi penetrare da uno schnauzer inferocito che alla vista della fica comincia  a ringhiare. O da un riccio cicciardo con gli aculei in fase d’attacco. Lo devi lubrificare molto bene per renderlo innocuo. Gli devi fare prima una succhiatina rilassante, ma così rilassante: dai amico, è tutto tranquillo, aghi bassi e testa alta che comincia la giostra!

Andava così la mia vita col mio uomo. Almeno tre sere a settimana ci si dava dentro alla grande e ogni sera con una faccia di cazzo diversa, con nuove sensazioni ad appagarmi i sensi e nuove perversioni ad affiorare. Tutte nate già soddisfatte, che non mi lasciavano nessuna percezione di incompiuto, nessuno spazio vuoto. Ero completamente placata e compiaciuta. La mia vita andava uno sballo.

Poi, due mesi fa, ci fu un ritardo. Sono sempre stata un orologio, io. Le mie cose mi vengono perfette: giorno e ora. Non minuto, certo. Ma un ragionevole arco di tempo, cinque sei ore, che rappresenta l’unico margine di incertezza. Il giorno stabilito, entro il lasso di tempo delle cinque sei ore previste, mi arriva il ciclo e mi accompagna per tre giorni e mezzo al mese. Ma due mesi fa il lasso di tempo delle cinque sei ore passò senza che accadesse niente. Poi passò un giorno. Poi due. Poi tre. Mi decisi ad andare dal dottore. Mi chiese. Gli spiegai.

– Dottore, ho un ritardo. Credo di essere incinta.
– E’ una scelta?
– No, è capitato, se è capitato.
– Non usate precauzioni col suo compagno? Il preservativo?
– Eh no, quello proprio no: soffocherebbero.
– Beh, vediamo. Facciamo un’ecografia.

Mi mise sul lettino, mi spalmò di gel e prese la sonda. Cominciò a passarmela su e giù sulla pancia e verso il pube. Poi a destra e sinistra. Rimase in silenzio per qualche minuto. Poi ancora in silenzio. E in silenzio. Finché gli dissi:

– Allora?
– Sì, in effetti è incinta.
– Lo sapevo.
– Ma non è un bambino – continuò – è un mondo. Lei aspetta un mondo.
– Mi spieghi meglio.
– Guardi: questa è una città, il cielo, il sole, un piccolo lago e un grande fiume. Nella piazza ci sono crocchi di persone, ragazzi, adulti e anziani. Uomini e donne. E animali, ci sono pure animali. Cani, gatti, uccelli. Un riccio, vedo pure un riccio.
– Come funziona? –  gli chiesi.
– Come una normale gestazione. Può decidere di tenerlo o di abortire. Entro la dodicesima settimana, s’intende.
– E se decido di tenerlo, cosa viene fuori?
– Gliel’ho detto, un mondo. Il suo mondo, il vostro mondo. Una specie di grande Lego.
– Devo parlarne col mio uomo. Ci rivediamo la settimana prossima.

Me ne tornai a casa confusa ed eccitata, senza il minimo dubbio sul da farsi. Avremmo tenuto il nostro mondo e lo avremmo fatto venire su forte e armonico.

Appena lo vidi gli urlai

– Sono incinta! Non è un bambino è …
–  … Un mondo – aggiunse lui.
– Sì – gli dissi, con l’aria di una a cui hanno appena fatto a pezzi la sorpresa.
– Ma non prendevi la pillola?
– Il primo mese sì, ma poi …
– Poi cosa? Merda!
– Poi ho creduto che ci avrebbero pensato loro.
– Loro chi? E’ un cazzo, porca puttana, un fottutissimo cazzo. Mica sono persone? E’ solo un cazzo con le facce, ma sempre un cazzo rimane. E si comporta da cazzo. Quando viene sputa fuori una legione di semini arrapati, hai presente?, gli spermatozoi? Ricordi le lezioni di biologia a scuola? Un normalissimo cazzo, niente di più.

Eh sì, chiamalo normalissimo cazzo … Sentii il dolore arrossarmi le guance, un tumulto di lacrime bussare alle palpebre, ma riuscii a mantenere un discreto contegno.

– Come facevi a sapere che aspettavo un mondo? Ti è successo altre volte?
– Sì.
– E cosa ne hai fatto.
– Non l’ho voluto.
– E adesso lo vuoi?
– No. No che non lo voglio. Certo che non lo voglio. Erano solo scopate. Discrete scopate, ma niente di più. Il mio mondo voglio metterlo su con la donna giusta. E non credo che tu lo sia.
– Va bene, provvedo – dissi uscendo dal suo appartamento, dopo aver poggiato con un gesto discreto il mio mazzo di chiavi sul tavolo come a dire “finisce qui”.

Sono tre mesi che è nato il mio mondo. E’ un mondo privato che conosco a menadito. Gli ho preparato una stanza e passo le ore a guardarlo. E’ così vero! Da quando c’è lui anche il lavoro mi pesa di meno. Ogni tanto penso al mio uomo, ma è solo un’immagine lontana e sbiadita. Il mio mondo, nonostante le premesse, non è un mondo del cazzo: c’è sempre il sole e tutto fila alla perfezione.

I miei ragazzi hanno superato il creatore: a turno, tutti i giorni, qualcuno di loro lascia il villaggio diretto giusto al centro delle mie cosce. Lo chiamano “ritorno alle origini”. Io mi siedo per terra, allargo le gambe e lascio che i volontari, una piccola squadra operativa, soddisfi tutte le mie voglie. A volte impartisco precise istruzioni e pare che i miei gemiti li spingano a fare sempre meglio. Altre volte la loro fantasia supera ogni mio desiderio. Sono serena e soddisfatta. Guardando quello che ho messo in piedi, tutto da sola, faccio una gran fatica a non sentirmi Dio. Solo qualche volta, all’imbrunire, quando il sole nel mondo fuori comincia a calare e lascia quell’atmosfera malinconica d’addio, mi viene da piangere. Lacrime per un dolore incomprensibile ed eterno. Allora mi allontano dalla finestra e me ne vado di là, a guardare il mio piccolo mondo. Che gira senza intoppi. Che è sempre illuminato. Che è solido e armonico. Che è una consolante illusione. Che dico illusione? E’ una consolante realtà. Consolante. Realtà.

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