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La fiction: Fermare il male oltre il male. Breaking bad

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Su "La Stampa" di qualche giorno fa mi ha fatto riflettere l’articolo di Andrea Scanzi "I neocattivi cucinano l’anfetamina. Le serie tivù non sono più buone".

Su “La Stampa” di qualche giorno fa mi ha fatto riflettere l’articolo di Andrea Scanzi “I neocattivi cucinano l’anfetamina. Le serie tivù non sono più buone”. Secondo l’autore alla base del successo delle serie televisive contemporanee è dirompente il politically incorrect. Mentre vent’anni fa la morbosità voyeuristica di Twin Peaks rappresentava l’anomalia rispetto alle bolle di sapone colme di amore e bontà, oggi sembra quasi che l’imperativo è disturbare, essere sgradevoli e al tempo stesso creare dipendenza.

L’articolo continua, poi, illustrando le evoluzioni delle serie televisive che hanno scelto la strada del quasi e del neo-cattivismo narrando e focalizzando le vicende sul lato oscuro e misterioso di gente qualunque: casalinghe, dottori. Il buonismo perde ritmo, smalto. Non presenta più quel fascino e quella seduzione che invece ritrova nel male e nella cattiveria.

Ad esempio il Dr. House ha codificato l’antipatia come elemento positivamente distintivo: il protagonista è amato in quanto burbero. Proprio House è la serie più didascalica, tra quelle quasi-cattive. Al punto da essere spesso andata in testacoda, tra svolte narrative improbabili, citazioni stanche di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e persino riferimenti al musical.

Possiamo citare ancora Lost, 24, e altre serie che hanno come unico scopo narrativo quello di non dare punti di riferimenti allo spettatore. Stupendolo di continuo, fino a generare una sorta di cortocircuito dell’appartenenza, che spinge il pubblico a parteggiare per cattivi maestri come gli antieroi della Banda della Magliana. La stessa Boris, (fuori)serie in apparenza ironica e in realtà serissima, rappresenta con rara genialità lo squallore della tivù: registi sciatti, attori cani, stagisti schiavi e direttori della fotografia che si rilassano tirando coca.

Tutto il male che c’è in televisione è da capire senza dubbio. E ce n’è tanto di male televisivo. Un livello ancora più estremo viene toccato dalla nuova serie tv “Breaking Bad”, prodotta dalla AMC e trasmessa in Italia dal canale AXN e da Rai4. Creata da Vince Gilligam, Mark Johnson e vincitrice di due Emmy Awards (uno al protagonista e l’altro come miglior regia nella prima stagione), la serie racconta la storia di un uomo che, da calmo professore di chimica, diventa uno spacciatore di metamfetamine. Come mai? Al professore viene diagnosticato un tumore ai polmoni e sceglie di darsi al crimine per pagarsi le cure mediche e, in caso di fallimento, garantire un tranquillo futuro finanziario alla famiglia, composta dalla moglie incinta, Skyler White (Anna Gunn) e dal figlio Walter White, Jr. (RJ Mitte), disabile a causa di paralisi cerebrale infantile. Come spalla e aiuto, l’intrepido professore chiama un suo ex studente Jesse (Aaron Paul) che intende aprire una sua industria dello spaccio e lo condurrà nell’oscuro mondo dei pusher, ai limiti dell’illegalità, facendolo diventare più intrepido, più grintoso e con una nuova forza.

Una irrefrenabile e vorticosa discesa agli inferi lenta e inesorabile, un patto col diavolo che trova il suo punto culminante e tragico nella regressione della malattia. Il tutto condito da una quantità enorme di sproporzioni: qualche miliardo di cellule impazzite, un clan di spacciatori assassini, una nazione che ne stritola un’altra e l’avvelena e s’avvelena, un figlio che non capisce e non si fa comprendere, una moglie che non ascolta e decide di non vedere, un marito che, zitto, cova frustrazione o mente.

Una serie straordinariamente dark, divertente e amara, infarcita ovunque di humor nero, una “Thelma e Louise” come l’avrebbe scritta e narrata un Dostoevskij moderno e contemporaneo. Da un uomo comune a criminale; dalla morale alla morte con l’unico obiettivo di interrompere il male; di fermare il male attraverso lo sguardo profondamente ambiguo del protagonista. Noi non sappiamo quanto sia sincera la sua tensione verso il sacrificio e quanto invece la sua sia una tardiva ribellione alla maschera da perdente che la vita gli ha imposto o che per viltà si è scelto.

La serie è un’amara riflessione sul risveglio disperato di un uomo sconfitto e il racconto della follia quotidiana di un uomo mite. Servendosi di una scrittura aspra, sobria, asciutta (che ricorda i telefilm anni settanta), in alcuni casi persino grottesca e bizzarra, la serie capovolge e distorce completamente la dimensione del male. Ed è proprio la scrittura che ci introduce sulla strada del male.

Soltanto vedendolo lo possiamo capire.

Semplicemente per scoprire meglio chi siamo, o possiamo essere. E vedere l’effetto che fa, ancora una volta, con altre parole, con altre immagini.

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