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Mario Codrea, o degli oggetti ritrovati

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Vi è mai capitato di smarrire un oggetto, e ritrovarlo poi, dopo giorni di ricerche, nel posto esatto in cui avrebbe dovuto essere, e dove lo avevate cercato più volte? Non vi è di sicuro passato per la testa che l’oggetto abbia semplicemente potuto non esistere nel periodo fra la perdita ed il ritrovamento.

Vi è mai capitato di smarrire un oggetto, e ritrovarlo poi, dopo giorni di ricerche, nel posto esatto in cui avrebbe dovuto essere, e dove lo avevate cercato più volte? Non vi è di sicuro passato per la testa che l’oggetto abbia semplicemente potuto non esistere nel periodo fra la perdita ed il ritrovamento. A volte però, e avete ignorato anche questa idea, l’oggetto ritrovato vi è parso, anche solo per un dettaglio inessenziale, non conforme alle vostre aspettative. Avete, come è ovvio, attribuito il fatto alla vostra cattiva memoria: lo ricordavate di un colore più acceso, un poco più grande, o soltanto meno usurato. A volte gli avete trovato un difetto, un graffio, un piccolo strappo, che non avevate mai notato. Ma avete ogni volta messo da parte qualunque prova, per quanto oggettiva, a favore della convinzione che l’oggetto ritrovato non possa che essere quello perduto.

Mario Codrea, come ognuno di noi, non aveva mai dubitato che un oggetto recuperato potesse non coincidere con il suo corrispondente smarrito, quando ebbe, per un caso accidentale, la fortuna o la disgrazia di trovarsi di fronte la prova di questa anomalia nella persistenza degli oggetti.

Quel giorno sua moglie aveva scavato nella terra in giardino, cercando e ritrovando un anello che aveva perduto. Del ritrovamento non gli aveva detto nulla.

Quello stesso giorno anche lui aveva scavato in giardino, cercando e ritrovando lo stesso anello.

Più tardi, lei gli aveva mostrato il gioiello ritrovato, mentre lui, con la mano nella tasca, stringeva nel pugno quello che riteneva dovesse essere lo stesso oggetto.

La prima cosa che gli venne in mente, fu che solo uno dei due anelli potesse essere l’anello smarrito. L’altro doveva essere per forza un altro anello, finito lì in modo indipendente dal primo. Tuttavia non rivelò a sua moglie la bizzarra situazione, ma le chiese di consegnargli il gioiello con il pretesto di controllarne l’integrità. Procedette quindi ad un confronto fra i due oggetti, ricavandone alcune informazioni singolari. Per prima cosa, i due anelli erano molto simili, ma non identici. Per ultima, entrambi gli anelli potevano essere confusi con quello perduto, ma nessuno dei due era l’originale. Fra le differenze più evidenti notò che nel primo il castone, che ospitava un grosso topazio bruno, era un poco oblungo; nel secondo, una lettera nel nome cesellato all’interno era cancellata, o forse non era mai stata incisa.

Codrea fu capace di intuire la verità che il ritrovamento dei due oggetti gli rivelava. All’improvviso, tutto gli parve ovvio. Immaginare la possibilità che un oggetto perduto potesse essere cercato per giorni e poi ritrovato al suo posto era impossibile. L’unica spiegazione logica era proprio che l’oggetto, fra la perdita ed in ritrovamento, non si trovasse affatto dove lo si cercava. La conseguente deduzione logica era che l’oggetto ritrovato non dovesse coincidere necessariamente con l’oggetto perduto.

Codrea ammise il legame fra ritrovamento e la perdita, ma immaginò che l’elemento che li legava non fosse l’oggetto smarrito, ma piuttosto l’idea dell’oggetto. Comprese le implicazioni che questa rivelazione avrebbe potuto avere nella sua vita.  Dapprima con carattere sperimentale, e poi, via via, in modo sistematico, cominciò a simulare lo smarrimento di oggetti, per raccogliere prove a suffragio della sua teoria.

La tecnica che utilizzò per smarrire gli oggetti fu quella di gettarli o nasconderli in luoghi inaccessibili, e dichiarandone poi la scomparsa. All’iniziò smarrì oggetti che possedeva. Gli oggetti vennero ritrovati al loro posto, dove avrebbero dovuto essere. Un’analisi attenta rivelava quasi sempre alcune differenze con l’originale. Successivamente, cominciò a smarrire gli oggetti che conosceva bene, ma che non possedeva, e che desiderava.

All’inizio smarrì oggetti di piccole dimensioni, una spilla da balia, un bottone, poi, nel tempo, oggetti sempre più grandi. All’inizio smarrì oggetti di scarso valore, una matita, un foglio di carta bianco, una tavoletta di legno. Poi, cominciò a smarrire oggetti via via più preziosi.

Più avanti, smarrì oggetti di cui aveva visto soltanto una fotografia, infine oggetti che non conosceva, o della cui esistenza perfino dubitava. Coinvolse nei ritrovamenti, oltre a sua moglie, i suoi parenti, gli amici, a volte sconosciuti incontrati per caso, che lo aiutarono a ritrovare una chiave, un anello, un portamonete.

Per alcuni ritrovamenti furono sufficienti minuti o ore, per altri mesi o anni.

Non riuscì a comprendere con certezza i meccanismi che consentivano il ritrovamento, ma elaborò molte teorie. All’inizio gli parve che l’elemento comune a tutti i rinvenimenti, fosse soltanto il desiderio degli uomini di trovare gli oggetti. In seguito, immaginò che si trattasse invece del desiderio degli oggetti di essere trovati dagli uomini.

Una volta postulato il principio, che consentiva il ritrovamento di oggetti mai perduti, Codrea fu in grado di ritrovare lui stesso oggetti che non aveva mai perso. La consapevolezza che l’oggetto non fosse stato realmente perduto, non sembrava costituire un ostacolo ai suoi ritrovamenti.

Con la rivelazione arrivò la ricchezza. In una scatola che teneva sotto il letto, la sua domestica ritrovò un diamante grezzo da oltre cinquemila carati, che Codrea le aveva detto di aver smarrito e le aveva chiesto di aiutarlo a cercare, sebbene non l’avesse mai posseduto. Le aveva raccontato, così come disse poi a chiunque gli facesse quella domanda, di averlo trovato in una miniera di carbone abbandonata, in cui si era spinto in una delle sue passeggiate.

E con la rivelazione e la ricchezza, arrivò l’infelicità. Ritrovare gli oggetti che avrebbero potuto essere smarriti diventò la sua ossessione.

Un giorno si svegliò con il dubbio che un oggetto realmente smarrito avrebbe potuto non venire mai ritrovato. Scelse di attribuire questa evenienza ad una specifica volontà dell’oggetto, ad un desiderio di non essere ritrovato, o ad una idiosincrasia verso l’essere posseduto. Ritenne che la possibilità di un capriccio dell’oggetto, non costituisse che una stravaganza dell’ordine cosmico. Infine lo terrorizzò l’evenienza che gli oggetti potessero decidere arbitrariamente di non farsi ritrovare.

La sua ossessione lo portò a sperimentazioni sempre nuove. Immaginò un differente comportamento degli oggetti all’interno di culture differenti. Desiderò di partire, alla ricerca di popoli che fossero in grado di riconoscere, a ciascun oggetto, un’anima. Infine partì.

Non portò nulla con sé, tranne l’anello col topazio. Tutti gli oggetti che gli servivano li avrebbe ritrovati. Rimase lontano da casa per dieci anni. Ritrovò tutto ciò che mai avrebbe potuto desiderare. Di alcuni oggetti divenne amico, mentre ne aborrì alcuni altri.

Poi, all’improvviso, decise di tornare. Solo tornando si accorse di quanto gli era pesato l’esilio da quei luoghi. Seguì il fiume, verso la cima della collina. Poi incrociò la strada bianca che portava alla sua casa. Rivide i filari di pioppi che la costeggiavano, riconobbe ogni segno sui loro tronchi, e riconobbe ognuna delle loro ombre, anche se erano cresciuti durante la sua assenza. Rivide il cancello della sua casa, aperto, come al solito. Entrò, e rivide il suo giardino, con i cespugli di rose gialle che aveva sempre curato con una passione che il loro profumo delicato gli riportò alla mente, e con i glicini, che ricoprivano il basso muro di cinta con i loro fiori violetti, compatti e succulenti come frutti maturi, visitati con ostinazione da sciami di api. Rivide il sentiero di ciottoli, che disegnava strane geografie sul vasto prato di tarassaco e di trifoglio. Poi vide la casa, imbiancata di fresco, e la veranda, con le piccole poltrone di vimini, le stesse che aveva lasciato. Gli sembrò di non essere mai partito. Sostò un poco, respirando quell’aria familiare, con le mani nelle tasche vuote. Solo ora si accorse dell’assenza dell’anello con il topazio e cercò, senza riuscirvi, di ricordare l’ultima volta in cui, infilando una mano, lo aveva cercato.  Gli venne in mente che gli oggetti potessero scomparire con lo stesso meccanismo per cui apparivano, nel momento in cui nessuno ne avesse ricordato l’esistenza.

Poi vide un uomo. Sedeva, con un libro in mano, ed un largo cappello di paglia quasi gli copriva il viso. Poi sentì una voce. Solo ora si accorse che quella voce gli era mancata più di ogni altra cosa. La voce di sua moglie. Sua moglie che lo chiamava. L’uomo si alzò, come rispondendo a quel richiamo. E quando si alzò, lui vide che era forse un poco più basso di lui, aveva i capelli un poco più grigi, e aveva forse delle rughe sul viso che lui non aveva. L’uomo rispose a sua moglie che lo chiamava, sulla veranda della sua casa. L’uomo, un po’ più basso, un po’ più vecchio, un po’ più raggrinzito, era lui. Sua moglie, dopo averlo perduto, doveva averlo ritrovato. In preda all’orrore, o alla disperazione, Codrea scappò, corse. Poi, vagò, per ore, forse per giorni, in quei luoghi di nuovo estranei.

Nessuno ritrovò mai il corpo di un uomo annegato nel fiume, perché nessuno cercava il corpo di Mario Codrea che viveva nella sua casa, con sua moglie.

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