Il concerto: Massimo Volume

di

Data

È la terza volta, in tre mesi: la prima a Roma, la seconda a Firenze. Stavolta a Colle val d’ Elsa. Fanno sempre la stessa scaletta, riproducendo...

È la terza volta, in tre mesi: la prima a Roma, la seconda a Firenze. Stavolta a Colle val d’ Elsa. Fanno sempre la stessa scaletta, riproducendo come fosse un concept album la scaletta del disco uscito di recente, “Cattive abitudini”. Sono le cattive abitudini, quasi sempre appagate, come dicono loro, che mi portano qui quindici anni dopo la prima volta con loro.

 

Escono: stasera Mimì non è in camicia, ha una maglia con una scritta giapponese, il locale è piccolo e si può, volendolo, ascoltare la musica direttamente dalle spie dei chitarristi. Alla fin fine, sono loro che ti sconvolgono di più, Egle e Stefano che lavorano sulle corde, professionali, intenti, trascinanti. E al centro, tatuato, concentrato, bellissimo, Mimì, pronto a declamare i suoi versi.

 

E così vengono avanti, simili in tutto a quelli di ieri (così dicono nelle loro Ore contate) eppure diversi, i segni del tempo li nobilitano, simili piuttosto a statue.

 

Fare una recensione completa sarebbe troppo lungo. Mi soffermo solo emblematicamente su tre canzoni, consecutive. La prima è Coney Island (ovvio il rinvio solo testuale a Tom Waits). La canzone ha un andamento rilassato basato sul suono (il testo dice tra l’altro “lo senti questo suono? È il lamento del tempo”) e su un riff di quelli un po’ compositi alla Egle. Infatti il bello non è nelle strofe, nella chitarra suonata con l’archetto, nel bottleneck di Stefano: il bello dal vivo di questa canzone è quando, finite le parole, i quattro si sogguardano, ghignanti e potenti, e poi sotto sotto si dicono, “va bene, facciamolo” e poi, proprio come nel disco, partono con un pezzo strumentale che dimostra che sono loro, ancora, malgrado le stempiature e le zampe di gallina attorno agli occhi, la più potente band di post rock italiana. Le chitarre cantano sui due lati, e Mimì si ritrova a suo agio a fare solo il bassista.

 

Segue Le ore contate: e qui basta che riferisca il verso “io non ti cerco, io non ti aspetto, ma non ti dimentico” spruzzato nel microfono, nell’ululio delle chitarrre, gli schizzi del grido potente di Mimì contro le luci che lo illuminano dalle spalle.

 

E poi Litio, il pezzo più vivace del nuovo disco. Qui Mimì lascia il basso a Stefano per cantare soltanto. All’inizio, indimenticabile fermo immagine di Egle chinato su una enorme piattaforma di effetti, a lavorare sui volumi del campione. Poi il pezzo parte, prima solo voce chitarra e batteria, poi entra il basso; poi, dopo la foga di “parlami di Mengele, parlami degli Hovitz, parlami di Waterloo e Mogadiscio, di Oyama e San Paolo”, di nuovo i quattro si guardano, e poi partono per una breve quanto intensa cavalcata strumentale, ad accordi aperti, finalmente, mostrando di essere anche il miglior gruppo rock in circolazione, sempre malgrado le rughe.

 

Dopo il concerto, dopo un po’ di discoteca rock, vedo Vittoria, la batterista, al bancone del bar. Mi avvicino, vedo che ha preso un whisky. Mi avvicino ancora, lei ha occhi molto intensi, i capelli corti, qualche striatura bianca.

 

“Ti voglio bene” le dico.

 

Lei mi toglie dall’imbarazzo, con un caldo abbraccio.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'