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Dacia Maraini: “Bisogna essere capaci di ritornare a riappropriarsi dell’indignazione”

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Il prestigioso complesso borrominiano dell’ex oratorio dei filippini, a Piazza Dell’Orologio, che porta il nome di Casa delle Letteratura, ospita, in una sera di fine febbraio, la scrittrice Dacia Maraini.

Il prestigioso complesso borrominiano dell’ex oratorio dei filippini, a Piazza Dell’Orologio, che porta il nome di Casa delle Letteratura, ospita, in una sera di fine febbraio, la scrittrice Dacia Maraini. Il pubblico, in maggioranza giovane, è seduto, composto e impomatato, nella grande sala. Tra le mani e sulle ginocchia, qua e là, un libro dalla copertina gialla. “La seduzione dell’altrove” (Rizzoli Editore, 2010). Ultima opera della scrittrice dallo sguardo tenero e dal sorriso fresco. Il tempo di focalizzare lo scenario e tutto procede secondo il copione. C’è chi spiega, chi fa domande e chi racconta. Le scene si alternano in una sequenza mai troppo veloce e mai troppo lenta. C’è  ritmo.  Si parla di viaggi e del viaggiare. Di ieri, dell’11 settembre e di oggi. Si parla di globalizzazione, di giovani, dell’Unità d’Italia, e di crisi culturale e sociale. Un fiume in piena. Un antico treno a vapore che caricato il carbone va, instancabile e insaziabile, di stazione in stazione, sbuffando vapore.

L’amore, di Dacia Maraini,  per i viaggi, per l’altrove, è palpabile, è possente, è insaziabile: “a me piace molto Marco Polo perché a lui piaceva viaggiare e viaggiando si impara. Il viaggiare è una avventura dello spirito.  Certo, oggi, è molto difficile viaggiare. Non c’è più nessuna avventura. I viaggi sono confezionati e il viaggiatore viene spostato come un pacco. Tutto è uguale salvo le piccole differenze locali che vengono, comunque, messe in vetrina e quindi non hanno più la bellezza della scoperta.”

 

E a chi chiede se l’innocenza del viaggiare si è persa con l’11 settembre, la scrittrice parla di eventi e fatti collocabili in un tempo anteriore: “io direi un po’ prima dell’11 settembre. Quando viaggiavo con Pier Paolo Pasolini e con Alberto Moravia, negli anni ’70, quindi molto prima dell’11 settembre, si poteva viaggiare con questo spirito di scoperta. Con Pasolini e Moravia ho fatto dei lunghi viaggi in Africa. L’Africa era indubbiamente un paese povero ma oggi è cambiata completamente.  Le cause che hanno reso l’Africa così difficile sono due. Uno è la malattia. Quando noi ci andavamo  ancora non c’era l’aids. Non era così diffuso. Oggi, l’Africa ha dei paesi in cui  il 20% della popolazione è  malata di aids. Una cosa enorme, cioè una persona su 20 è malata di aids. Questa malattia è diffusissima in ogni famiglia e tra i bambini.” E poi, c’è in corso un cambiamento epocale dimostrato da quello che sta succedendo  “in Libia, in Egitto e in Tunisia. Io credo che sono cose importantissime perché finora i grandi movimenti che sono avvenuti nel mondo arabo sono avvenuti in nome della religione, cioè del fanatismo religioso che si opponeva a certi valori: alla democrazia, alla libertà di parola, di stampa e di politica. Finora nei paesi arabi le rivoluzioni sono state fatte in nome della illibertà. E noi non ci siamo accorti che il mondo musulmano stava cambiando in modo galoppante. Oggi, quel mondo lì, si sta rivoltando in nome dei nostri valori. Stanno chiedendo libertà di parola, libertà di pensiero, libertà di avere un parlamento e non un sultano, fine di un regime poliziesco, dignità e lavoro, dignità e democrazia.”

 

E dal mondo arabo all’Italia il passo è breve. E’ la conoscenza il filo conduttore. Conoscere per capire. Conoscere per confrontarsi. Conoscere per andare oltre le apparenze. Disoccultare. La storia di ieri per parlare di oggi. “Secondo me forse c’è stato un errore: il non far conoscere abbastanza la storia, quella quotidiana. Ci sono state migliaia e migliaia di persone che hanno sopportato la prigione, la tortura, accomunati dalla voglia di partecipare, di avere delle idee comuni. Il Risorgimento è stato uno di questi. Ma il Risorgimento non è solo ‘I  mille’. I mille si collocano alla fine di un grande moto che è durato 50 anni. Quello che è bello studiare sono i moti del ‘20, del ‘21, del ‘23, del ‘30, del ‘35, del ‘40, del ‘42 e del ‘48. E non bisogna mai dare per scontato le libertà acquisite.  E’ un errore gravissimo perché quella libertà, quel diritto, lo puoi perdere da un momento all’altro. I diritti si possono perdere.” E il viaggio con Dacia Maraini continua. I giovani in sala propongono il tema della globalizzazione e guardano, cercano confronti e conferme, fuori dai confini europei. Questa volta sui piatti della bilancia viene soppesato l’uso più o meno intelligente di certi strumenti: “internet certamente è un fautore della globalizzazione e non possiamo dire che è un nemico ma è uno strumento che va sfruttato bene e oggi, noi non possiamo fare a meno di questo strumento perché ci siamo dentro ed è inutile mettere la testa sotto la sabbia. Quindi, la globalizzazione è una realtà e se si affronta con intelligenza e si usa con intelligenza va bene; mentre, se questo strumento lo lasciamo diventare un fattore di stupidità come spesso avviene, per esempio, con la televisione allora questo è un male. E noi possiamo giudicare. In questi giorni, invece, nel mondo arabo la globalizzazione della comunicazione è diventata un elemento importantissimo.”

 

E allora, in un mondo dove è possibile, attraverso internet, “visitare” posti lontani stando seduti sul divano di casa propria che senso ha continuare a viaggiare? Dacia Maraini spiega come l’altrove sveste il viaggiatore della sua quotidiana normalità: “il viaggiare aiuta. A volte succede che ci si trova a vivere dentro a un brodo. Succede che diventa normale che vengano fuori questi odori di cotto, di cucinato, di cucina, e che è normale stare dentro un brodo così come è normale che le persone vengano comprate e vendute. E diventa anche normale che certi personaggi cambino casacca da un momento all’altro. Comprati e venduti. E’ normale che delle donne, delle ragazze, appaiano in televisione e siano disposte a fare qualsiasi cosa per apparire. Sono delle cose che ci dovrebbero indignare e invece a volte siamo soli e si perde il senso dell’indignazione che invece è bellissima. Viaggiare allora ti permette di andare in luoghi dove questo non è permesso. Per me il nudo, maschile o femminile, è una cosa bellissima, ma il nudo nel suo luogo e non per ammiccare. Non è dignitoso per tutte le donne, per noi tutte. Quest’uso del corpo è offensivo. Si dovrebbero indignare anche gli uomini e questa indignazione non è moralismo. E viaggiando capisco che la mia indignazione è giusta.” E dell’indignazione ci si riappropria: “bisogna essere capaci di ritornare a riappropriarsi dell’indignazione e ritornare  a dire ma questo mi umilia. La mancanza di giustizia mi umilia. Bisogna recuperare la morale e la morale vuole dire sentimento di giustizia, sentimento di indignazione verso le ingiustizie e verso le prepotenze e verso le violenze. Bisogna seguire il proprio istinto perché l’istinto è molto più profondo di quello che crediamo. L’istinto di disgusto, l’istinto di indignazione, l’istinto di rivolta, l’istinto della voglia di giustizia, l’istinto della voglia di libertà, l’istinto della voglia di armonia e di bellezza.” E come l’antico treno che di stazione in stazione, sbuffando vapore, viaggia incastrato sulla linea dei binari, ora pigro e ora sveglio, l’identità di un popolo è “incastrata” nelle sue radici,  al suo interno e solo la sua conoscenza, intima e carnale, “paga” il biglietto di un nuovo modo di viaggiare.

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