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Telaio 58

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Labbra carnose, capelli crespi, occhi orientali, mi ha sorriso ed è svanita arrotolata nel rullo anteriore. Inizialmente non ho dato peso a quello che ho visto, forse dovuto alla stanchezza dei turni di notte, ma adesso mentre mi fermo nel piazzale della fabbrica,

Labbra carnose, capelli crespi, occhi orientali, mi ha sorriso ed è svanita arrotolata nel rullo anteriore.
Inizialmente non ho dato peso a quello che ho visto, forse dovuto alla stanchezza dei turni di notte, ma adesso mentre mi fermo nel piazzale della fabbrica, tra i vapori di questa terra d’erba avvelenata dal colorificio, l’immagine di quel viso che esce tra le lame d’acciaio, si tesse davanti ai miei occhi, vero, vivo.

Parcheggio la macchina, raccolgo un sasso da terra, sembra un ciottolo di mare, lo metto in tasca senza pensarci troppo. Con passo lento entro nella sala della tessitura che mi ospiterà per tutta la notte. 150 telai disposti in fila per 10. 800 battute al minuto che ti bruciano le orecchie e sembrano gridarti la loro sofferenza nel picchiarsi addosso senza respiro; l’inferno, tra la polvere del cotone che vola come soffioni di primavera e i telai che sembrano marciare su stessi, a creare strade che si arrotolano nelle loro pance, strade che andranno in giro a vestire il mondo.

Il rumore è assordante e la mascherina trattiene a fatica la polvere che cerca di entrarti dentro senza chiederti il permesso. L’umidità forzata al 70% permette ai fili di cotone di andare contro natura e di essere pettinati dall’acciaio senza spezzarsi. Il telaio 58 è quello più lontano, è l’ultimo della fila di destra, che chiude la lunga sequenza degli intrecci che mi accolgono. Scambio due parole con chi ne ha curato la sua giornata prima di me, il suo motore è fermo da ieri notte e non ha voluto saperne di ripartire. Mi muovo tra i telai. Li accarezzo uno per volta, controllandone il tessuto leggermente colloso. Vado verso l’unica luce rossa che mi segnala che qualcuno di loro si è fermato e non sta partorendo come dovrebbe.

Il telaio 58 è in silenzio. Mi avvicino, spingo il pulsante di avvio, stranamente il motore parte senza indugiare e inizia a battere colpi, a soffiare spire di cotone come se aspettasse il mio tocco, la mia mano. La tagliola di lame inizia a tirare come un pettine quei capelli e a ogni battere, con un doloroso pressare, comprime l’intreccio e ne fa uscire un quadro compatto. Come un setaccio raffina e sceglie cosa si imprimerà nella stoffa, tutto quello che passa senza spezzare viene immortalato tra la trama e l’ordito a contaminarlo. Insetti, peli, grumi di grasso. Decido di continuare il mio giro ma appena tolgo le mani dal telaio per lasciarlo lavorare, un profumo intenso mi ferma e mi porta a guardare la tela bianca su cui iniziano a comparire dei segni che formano quel viso così bello.

Cerco di fermare il telaio per poterla vedere meglio, ma non ci riesco. La giovane scompare così arrotolata nel mucchio di stoffa. Resto ad aspettare qualche istante ed eccola ricomparire nuovamente, questa volta ne vedo anche il corpo piccolo ed esile. Piange e mi guarda con i suoi occhi scuri, le sue lacrime cadono a terra vicino ai miei piedi. Provo a toccarle. Ci riesco, le assaporo, sono salate come il mare. La donna mi porge le mani facendomi vedere dei sassi, vorrei mi parlasse per capire cosa accade. In tasca sento un calore improvviso che mi ricorda del ciottolo che avevo raccolto. Infilo la mano destra, lo tiro fuori e lo guardo. E’ uguale ai suoi ma il mio è leggermente più piccolo, lo giro tra le dita e scorgo disegnato su di esso la sagoma di una bambina. Sudo come se avessi 40 di febbre, gli aspiratori sulla mia testa mi asciugano mentre brividi freddi mi drizzano i peli delle braccia. Mi accorgo di non vedere più oltre il telaio e tutto intorno rimane sfocato.

Mi avvicino alla sua bocca per provare a baciarla ma assaporo soltanto la colla del tessuto che tradisce le mie aspettative. Cerco di spingere il sasso verso le sue mani ma cade continuamente a terra. Rabbioso tiro la stoffa, la piego, mi ci aggrappo, per cercare di tirarla fuori da lì ma senza riuscirci, mentre le sue lacrime continuano a bagnare il pavimento.

La scena lentamente cambia, la donna inizia a scivolare via e le sue braccia continuano a protrarsi verso di me. Mi guardo intorno per cercare aiuto ma la polvere bianca è così fitta che sembra di stare in una tormenta di neve dove mi muovo a fatica. Pochi attimi e lei scomparirà. Vado dietro il telaio dove i fili sono ancora tali e mi allungo in mezzo a loro per tentare di raggiungerla, di sfiorarla. Mi avvicino alle lame che battono lucenti e ci passo in mezzo con le mani, dimenticando che potrei spezzarmi sotto i loro colpi.

Infilo le braccia, dovrei tagliarmi e sprizzare sangue gridando per il dolore, invece sento l’acciaio penetrarmi, dividermi. Cado in avanti lentamente senza forza, le mie dita sono adesso una miriade di fili di colore diverso, il telaio mi risucchia le mani, le braccia, la testa, le gambe. Sono accanto alla donna e quasi riesco a toccarla ma così immortalato non posso muovermi e soltanto per qualche minuto faccio parte del suo stesso quadro. Improvvisamente dopo qualche istante mi sento sbattere a terra davanti al telaio come vomitato ritrovando la pesantezza della mia carne.

Lei è ancora lì che piange.

Guardo il sasso tra le mie mani e ricordo cosa è accaduto.

Voglio baciarla e starle accanto, dargli quel ciottolo che forse la calmerà, così corro e mi tuffo nuovamente tra le lame per raggiungerla. Riesco questa volta a stamparmi con il sasso sulla sua mano, la donna sorride e quel ciottolo di mare è adesso una bambina tra le sue braccia.

Sono ore o forse giorni che vedo la mia pelle trasformarsi in fili.

Sono mille i tentativi che ho fatto e fino ad adesso sono riuscito soltanto a unire la mia gamba con la sua gamba, il mio petto con la sua faccia, non sono riuscito ancora a baciarla.

A ogni prova qualche filo di me si spezza lasciando sul cotone grumi di carne e sangue, strappandomi pezzi di pelle dal corpo.

Consumato e privo di energie mi rialzo ogni volta facendo forza sui miei resti e con movimenti scoordinati continuo a lanciarmi nel telaio per calmare il mio dolore.

I miei occhi lacerati vedono con fatica mentre le mie labbra sfilacciate riescono ancora a sorridere tra le lame, in una trama fuori dalla quale non riesco più a vivere.

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