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Il cinema del dolore

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…Perché se quello che scriviamo ha spesso il potere di renderci migliori, ha anche quello di renderci peggiori" [Da: "Elizabeth Costello" di J. M. Cotzee (2003) – Ed. Einaudi

“…Perché se quello che scriviamo ha spesso il potere di renderci migliori, ha anche quello di renderci peggiori”
[Da: “Elizabeth Costello” di J. M. Cotzee (2003) – Ed. Einaudi; 2004]

Diceva Antonio Pascale ad un incontro omerico di qualche anno fa – [V. su “O”: Lectio Magistralis video: Pascale, Saviano e la questione dello stile
 di Valeria Abate, del 26.02.07] – di quanto sia complesso il ruolo dell’artista nell’accostarsi a temi delicati come la morte e il dolore.

Raccontava, Antonio, di aver sentito dire al critico Morando Morandini, all’uscita da un cinema dove avevano proiettato Kapò, di Gillo Pontecorvo (1959): – Bene ha fatto Jacques Rivette (regista e critico; nei ‘Cahiers du Cinema’, insieme a Truffaut – Ndr) a stroncarlo! Non si ha il  diritto di mostrare la morte in quel modo! (…si riferiva alla lenta carrellata in avanti della macchina da presa sull’internata del lager morta sulla recinzione elettrificata del campo – Ndr)

Racconta ancora, Pascale, di non aver capito bene allora (era giovane!), il senso di quell’affermazione; lui il film l’aveva molto apprezzato…

 

Erano altri tempi… Parliamo degli anni ’60: la giovinezza della nostra generazione. Nelle sale dei primi cineclub – un’invenzione di quegli anni: il Filmstudio a Trastevere apre nel 1967 – si vanno a vedere tutti i film che erano mancati alla nostra formazione provinciale: si scopre, con un bel po’ di ritardo, il neorealismo italiano. Della guerra sapevamo molto poco, in realtà; soprattutto da racconti di famiglia e dai libri (Buio a Mezzogiorno di Arthur Koestler (1940); Niente di nuovo sul fronte occidentale (Eric Maria Remarque, 1929). Ai cineclub ne scopriamo un’altra dimensione: più con i film americani – All’ovest niente di nuovo (Lewis Milestone, 1930); E Johnny prese il fucile (Dalton Trumbo, 1971) – che con La grande guerra di Monicelli (1959) o Tutti a casa di Comencini (1960).

Al cinema era appena cominciato a scorrere il sangue senza dolore dei western all’italiana – il primo spaghetti-western di Sergio Leone (Per un pugno di dollari), è del 1964. Era ancora di là da venire l’invenzione delle ‘ammazzatine’ alla Tarantino, della morte e del sangue così per ridere.

 

Dice ancora Pascale: – Li vorrei vedere, questi ragazzi che ridono per gli schizzi di cervello sparsi per la macchina (il riferimento è a Pulp fiction di Tarantino – Ndr)… Chissà se riderebbero ancora, se incontrassero Pepp’ u’ stuort’ (uno dei suoi personaggi – Ndr), che gli sgrugna i denti e neanche dice loro perché…

Per dire: …C’è una bella differenza tra la (pulp) finzione e la realtà…

 

Facciamo, con Pascale, un’altra digressione/citazione…

Elizabeth Costello è il titolo di un libro, e un personaggio (una scrittrice australiana) di John Maxwell Coetzee (premio Nobel per la letteratura, 2003 – Ndr), che entra nel merito della rappresentazione del Male prendendo la parola in una delle sue conferenze… Elisabeth, ad ogni apparizione pubblica, affronta argomenti inquietanti; racconta storie che raramente i presenti vogliono ascoltare. Per esempio cita lo scritto di uno storico che per rendere più pregnante la cronaca dell’eccidio seguito al (fallito) attentato a Hitler del 20 luglio 1944, descrive minuziosamente i fatti – che in nessun modo egli avrebbe potuto conoscere – avvenuti nella ‘camera della morte’, dove i dodici responsabili dell’attentato furono torturati, e infine strangolati, con particolare sadismo.

Sfidando un auditorio ostile, Elizabeth si dice fieramente in disaccordo con quella rappresentazione del Male:

“…nel rappresentare le azioni del male, lo scrittore non potrebbe involontariamente averlo reso attraente, ottenendo con questo l’effetto opposto a quello voluto?”

Ci sono molte cose cui assomiglia il raccontare. Una di queste è la bottiglia che contiene il genio. Quando il narratore apre la bottiglia, il genio esce nel mondo, e rimandarlo indietro non è uno scherzo. (…) …Questa è la posizione (di Elizabeth) al crepuscolo della vita: tutto considerato, meglio che il genio rimanga nella bottiglia”.

…Non è più così convinta che la gente venga sempre migliorata da quello che legge. Inoltre non è convinta che gli scrittori che si avventurano nei più oscuri territori dell’anima ne escano sempre incolumi”

[Da: “Elizabeth Costello” di J. M. Coetzee (2003)]

 

Da sempre l’arte ha messo in scena degli stati d’animo drammatici, perché di sicura presa, coinvolgenti, universali  – …pensiamo solo alla tragedia greca! – per tentarne una analisi e, a volte, il superamento. Da sempre è in scena la Morte, che di tutti i rovelli dell’uomo è certo il più irriducibile; ma poiché essa è per sua natura non comprensibile, né assoggettabile a compromessi, viene scandagliato il suo corrispettivo umano: il Dolore.

In che modo? Questo è il punto, ed è qui che ritornano la questione del ‘controllo dello stile’ di Pascale e gli interrogativi etici di Margareth Costello (con J. M. Coetzee dietro di lei): il ‘come’ è di fondamentale importanza.

Perché in relazione al modo di trattare un argomento così delicato, lo spettatore è sottoposto ad un coinvolgimento che varia lungo una scala graduata dove il limite – Enough! Basta così – viene stabilito in modo del tutto arbitrario e individuale. Ciò sta anche al gusto e alla sensibilità dell’Autore; all’atmosfera stessa in cui le immagini e la storia sono calati.

 

Ciascuno potrebbe/dovrebbe preparare una sua propria antologia – tagliata su criteri e gusti personali – di film incentrati sulla morte e sul dolore, e provare a trarne un comune denominatore.

In una galleria più che sintetica di film su questi temi, citerei tre film non troppo recenti, memorabili a distanza di anni; e a seguire, una breve rassegna di film più attuali, nelle sale in questi ultimi mesi…

Uno dei film più belli, per sensibilità e delicatezza, sul dolore, trovo che sia Film Blu (Trois couleurs: Bleu – Krzysztof Kieślowski; 1993). Nel progetto originale dell’Autore, che voleva illustrare alla sua maniera i tre colori della bandiera francese (Liberté – Egalité – Fraternité), il blu corrisponde alla libertà, ovvero all’affrancamento dal dolore.

Il film racconta della faticosa risalita dal fondo del pozzo, di Julie – una bella e brava Juliette Binoche -, dopo che un incidente le ha portato via il marito e la figlia. Un dolore tanto grande da non potersi dire. Da non potersi neanche mostrare, secondo Kieślowski, tanto che diverse volte, nel corso del film, quando un richiamo, un particolare, fanno precipitare Julie nel ricordo di quel che è accaduto, lo schermo sfuma al nero.

Analoga leggerezza di tocco – stavolta di mano femminile – nel film La mia vita senza me (di Isabel Coixet, regista spagnola ‘del giro’ di Almodovar; 2003) in cui pure la storia è delle più drammatiche. Ispirato da un libro di Nancy Kincaid, narra della scoperta da parte di Ann (Sara Polley), 23 anni, un marito e due figlie, di aver un tumore incurabile e pochi mesi di vita. Senza dirlo a nessuno Ann stila una lista di cose che vuole fare prima di morire e incide dei nastri per le sue bambine e altre persone care.

Un terzo film vorrei riportare, in questa mia personale antologia del ‘dolore sostenibile’. Si tratta de Le invasioni barbariche (Denys Arcand; 2003 – Premio Oscar 2004 quale miglior film straniero). Anche qui sono di scena la morte e il dolore, raccontati attraverso gli ultimi mesi di vita di Remy, un cinquantenne che ha vissuto da disincantato gaudente e ora si trova ad affrontare il momento cruciale insieme alle persone (figlio, amici, ex moglie, ex amanti) che intorno a lui si sono radunate. Una situazione comune per quanto straordinaria: durezze e consolazioni descritte con grazia e la ricerca di ogni soluzione possibile, per rendere meno amaro il distacco.

 

Ma allora, della morte e del dolore si può parlare o no?

Ricordo quanto mi colpì la prima lettura della morte (per arsenico) di Emma (Madame Bovary – Gustave Flaubert, 1856-57): una descrizione obbiettiva e quasi neutrale, tanto da consigliarla come la più perfetta descrizione del quadro clinico da avvelenamento da questa sostanza.

La morte è dura e senza speranza, ma può essere descritta in letteratura e mostrata al cinema in modo lieve. Cosa che non sempre accade, se Lev Tolstoj (1828-1910) in Guerra e Pace  impiega non meno di trenta pagine per descrivere la morte del principe Andrej, in seguito all’infezione di una ferita di guerra. Attraverso le sue pagine non un lamento, non l’orribile odore della gangrena, vengono risparmiate al lettore.

Contro questa ‘connivenza’ con la morte e con il dolore, insorse da medico – oltre che da scrittore – il contemporaneo Anton Čechov (1860-1904). In una famosa polemica con Tolstoj, egli denunciò come ‘morboso’ tale compiacimento descrittivo, affermando che lui, Andrej avrebbe saputo curarlo, e salvargli la vita.

D’altra parte… Quale racconto, o libro o filmato potranno mai sostituire l’impressione che si trae dal visitare di persona il campo di concentramento di Auschwitz (Oswiecim), oggi museo dell’Olocausto e (non a caso) luogo ‘patrimonio dell’umanità’?

Quel che propongo non è quindi uno scotoma totale sull’argomento, ma un giusto mezzo, tra la necessità di prendere atto dell’immanenza del dolore e della morte, e la comprensibile resistenza ad un tema non gradevole. Una questione di modi e di stile, appunto.

 

Dal dolore non ci si può difendere, ma neanche dai film sul dolore! Mi

riferisco all’invasione delle nostre sale di film che trattano questo tema: di una intensità e con una ricorrenza non eludibili con una semplice battuta. Di qualcuno di questi certo risentiremo parlare alla prossima notte degli Oscar.

Poco prima di Natale giunge nelle sale un film già premiato al Festival del Cinema di Roma e candidato all’Oscar quale miglior film straniero per la Danimarca.

Film di Susanne Bier, già aderente al gruppo DOGMA 95 di Lars Van Trier, da cui poi si è resa autonoma, conosciuta per altri suoi film in cui ha scandagliato i meccanismi del dolore e le profondità oscure dell’animo umano [Non desiderare la donna d’altri (2004); Dopo il matrimonio (2006); Noi due sconosciuti (2007) e questo recentissimo [V. su “O”: Hævnen-In a better world di Susanne Bier. Etica di un mondo migliore. 
Scritto da Valentina Gentile il 10.11.10].

Una frase, detta dal protagonista di questo film intenso e coinvolgente – “La contiguità con la morte (propria o altrui) concede agli uomini rare epifanie, momenti di luce che squarciano all’improvviso un velo, che si ricompone poco dopo” – sembra in diretta corrispondenza con un altro film, comparso nelle sale poco dopo le Feste.

Ci si riferisce all’ultima, apprezzata fatica di Clint Eastwood sul tema della morte e dell’aldilà: V. su “O”: Hereafter. Di quell’incerto confine 
del 12.01.11.

 

Ci siamo ripresi appena dal doppio colpo alla nostra capacità di resistenza, che un altro film ci  colpisce, e questa volta ci stende al tappeto. Anche se bisognava aspettarselo dal regista già noto per quella spettacolarizzazione del dolore che erano stati i suoi precedenti Amores perros (2000), 21 grammi (2003) e Babel (2006): film noti come la ‘death trilogy’, con molti estimatori e detrattori, ma non passati senza lasciar traccia.

In questo suo film più recente – [V. su “O“: Biutiful di Alejandro Gonzalez Iñárritu di Francesca Trapè del 16.02.11] – pur senza il suo fido sceneggiatore ed epigono Guillermo Arriaga, il regista messicano costruisce una storia tanto densa di temi, e con una tale moltiplicazione di eventi dolorosi, da poterne riempire cinque, di film…

Ancora altre declinazioni del dolore umano in questo film franco-canadese già premiato al Toronto Film Festival e proposto per gli Oscar 2011 come miglior film straniero [V. su “O”: La donna che canta, di Denis Villeneuve
 di Francesca Trapè il 02.02.11]. Di sentimenti forti – amore odio vendetta – il film letteralmente gronda, concentrati su una sola persona che esperimenta su di sé dolore di popolo, dolore di donna, di madre, d’amante; eppure capaci di risolversi in catarsi e perdono.

Un ultimo film, in ordine di uscita, per chiudere: Rabbit hole, del regista John Cameron Mitchell – già noto per film trasgressivi a tema porno e (trans)sessuale – dal testo teatrale di David Lindsay-Abaire, vincitore del premio Pulitzer 2007, anche sceneggiatore del film.

Un bell’esempio di cinema di sentimenti, trattenuti eppur vibranti, attraverso la vicenda di una coppia – Nicole Kidman e Aaron Eckhart – che ha perduto il figlioletto di quattro anni per un incidente di macchina.

Recitato benissimo, per niente consolatorio, è un film che non dà soluzioni – e come potrebbe? – ma capace di fotografare con precisione l’essenza del dramma della perdita. Dove “…il dolore è un peso – come un mattone – che uno si porta sempre in tasca; insopportabile all’inizio, diventa con il tempo più leggero e si impara a conviverci. Ogni tanto lo si stringe e ci si sente come sollevati: non è quello che avremmo scelto, ma è l’unica cosa che ci rimane”.

Singolare come la critica si sia dissociata, su questo film, apprezzandone la sobrietà e allo stesso tempo accusandolo di non essere capace di coinvolgere lo spettatore.

Curioso anche l’impiego, in molti di questi film, di modalità ricorrenti per rappresentare il dolore. Abbiamo detto dello schermo nero, in Kieślowski; registriamo anche la frequente dissociazione tra le immagini e il sonoro. A volte il regista si trattiene dal far sentire le grida e i pianti che seguono ad un grande dolore; penso alla Susanne Bier di Noi due sconosciuti e anche a Rabbit hole. Altri registi invece, se ne servono a piene mani; Iñárritu è uno di questi (come in Babel). In questo senso non vanno sottovalutate le emozioni che lo spettatore immette di suo nella storia; il fascino dell’opera sarà anche nella capacità del regista di incanalare e/o lasciare lo spazio per tali intrusioni.

 

Saremo ora capaci di stabilire delle preferenze sul modo in cui vogliamo essere spaventati, addolorati o angosciati al cinema? Qual è la nostra soglia di ‘dolore sostenibile’ e quanto essa dipende dalla ‘questione dello stile’?

Somiglia, la proliferazione e il successo di tanti film sul dolore, alla richiesta di favole, quelle piene di orchi e  streghe che i bambini vogliono ascoltare prima di dormire [V. su “O”:  Giardini di mostri. Una guida per riconoscere i propri Mostri 
del 25.10.09]. Per esserne spaventati e deliziati; rassicurati anche, per l’esorcismo di un evento temuto e per l’effetto liberatorio della sua rappresentazione.

Forse, bambini e adulti, consolati dal tesoro di una speranza, una piccola luce – di umanità, bellezza, partecipazione – che possa farci compagnia nel buio.

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