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Andrea G. Colombo: “Ho assistito a delle Messe di Liberazione, ma solo dopo aver ideato la storia”

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Durante un rituale vero e proprio, non usano mai la formula dell’esorcismo breve di Leone XIII, ma in casi come quello era utile vedere se suscitavano reazioni nell’interlocutore.

Durante un rituale vero e proprio, non usano mai la formula dell’esorcismo breve di Leone XIII, ma in casi come quello era utile vedere se suscitavano reazioni nell’interlocutore. Era la loro gallina nera”. Il brano è tratto da “Il Diacono” (Edizioni Gargoyle Books, 2010) di Andrea G. Colombo, suo primo romanzo. L’autore è stato direttore della rivista Horror Mania. La casa editrice Mondadori ha pubblicato nella collana Segretissimo numerosi suoi racconti. Il suo romanzo d’esordio: un’opera di “confine”, un varco, tra il Bene e il Male. E l’umanità, nella sua quotidianità,  sospesa  e avvinghiata ai fili di un equilibrio precario, annaspa nell’attesa dell’arrivo dei Celati, 33 monaci esorcisti.  Il Diacono è l’uomo senza memoria e senza identità, il più pericoloso e temuto esorcista che sia mai apparso sulla Terra dopo Gesù Cristo, è forte dei suoi poteri ed è fragile al compimento dei suoi servigi. In un gioco di chiaroscuri, di giorni e notti, di luci e ombre, il messaggio cesella tracce che vanno dritto dallo scritto all’anima del lettore: “la parte difficile è distinguere se si tratti del disegno Divino o di quello perverso del suo Avversario”. E la storia, pagina dopo pagina, sfoglia, in una corsa contro il tempo, scenari di nubi dense e nere e di corpi appiattiti contro i muri delle grandi città.

 

Andrea, secondo te, la Chiesa, la religione, i religiosi, i monaci, hanno veramente nelle loro mani la “formula” per salvare l’umanità dal “male dilagante”?

 

La risposta dovrebbe essere assai lunga e articolata, quindi dovrò per forza essere molto evasivo e superficiale. Ho visto e sentito cose che mi hanno fatto molto riflettere e hanno fatto sorgere molti dubbi, ma per natura, sono una persona che non si pone alcun limite né impone limiti alla realtà che lo circonda. Io credo che la Chiesa, quella ufficiale, abbia un po’ perso il bandolo della matassa, impelagata com’è con politica e affari, ma so (perché alcuni li ho conosciuti di persona) che nelle sue fila ci sono persone eccezionali e altre che mi fanno davvero venire i brividi. Siamo tutti quanti solo esseri umani, e a nessuno di noi è dato conoscere e sapere. Il Male è dentro di noi. Perché, vedi, è difficile distinguere il bene dal male, a volte…

 

Scrivere un’opera come “Il Diacono” ti ha impegnato molto dal punto di vista tempo-ricerca-ricostruzione dei fatti?

Il lavoro di preparazione per il romanzo è durato circa sei mesi, un periodo durante il quale ho accumulato idee e spunti, senza davvero mettermi a scrivere. Ho letto libri sull’argomento, fatto ricerche e sopralluoghi. Diciamo che mi sono progressivamente immerso nella storia, con un processo lento ma costante. Ho messo mano alla tastiera solo quando avevo accumulato così tanto, che avrei rischiato di soccombere sotto al peso di tutte quelle informazioni che continuavano a frullarmi in testa. E’ quello che sto facendo anche adesso, che il seguito del Diacono sta prendendo vita. Creo spunti, storie diverse che poi collego, le lascio sedimentare, leggo, prendo appunti, cambio direzioni, smonto e rimonto. Inizierò a scrivere solo quando tutto questo sarà maturo e potrò iniziare a scatenare la bestia.

Come è nata l’idea di una storia come questa? Hai mai avuto modo di vedere in azione degli esorcisti?

Ho assistito a delle Messe di Liberazione, ma solo dopo aver ideato la storia. Ci sono andato perché volevo immergermi in quell’atmosfera, sentire cosa si prova davvero durante un sacramentale simile, vedere coi miei occhi cosa accade davvero. Sono cose impressionanti. L’idea, invece, è molto vecchia e risale a quel periodo in cui inventavo mondi senza avere bene in testa cosa significasse scrivere. E’ una storia che col tempo è maturata e sentivo che non avrei mai potuto scriverla quando avevo solo vent’anni. Ho avuto la pazienza di aspettare di poter davvero gestire tutto il materiale narrativo che avevo per le mani.

Esiste un legame tra la storia che racconti  e la tua quotidianità?

Se mi stai chiedendo se di notte indosso un saio nero con una catena alla vita e vago per i vicoli della città in cerca di gente con gli occhi gialli e brillanti, la mia risposta è no. In realtà, l’unico legame è la mia passione per il genere e per la narrazione, e non è poco, perché è una parte davvero importante della mia vita, anche se poi la banalità della quotidianità ti porta a fare lavori e scelte per nulla epiche!

 

Come e quando nasce la tua passione per la scrittura?

L’amore per la scrittura segue quello per la creazione di storie. Scrivere ne è solo una conseguenza, è l’effetto, non la causa. Non ho memoria di un momento in cui non passassi il mio tempo a inventare mondi fantastici ed epici. Dapprima costruendo con i mattoncini LEGO, poi disegnando.

 

Che cosa ti ha fatto capire che le tue storie potevano essere scritte?

 

Fu solo dopo la lettura di “Misery”, di Stephen King, che capii come in realtà io volessi raccontare storie e che le storie che volevo raccontare si potevano definire con un genere ben preciso. Anzi, diciamo che compresi la natura del mio bisogno: comprendere la necessità che avevo di raccontare storie attraverso la scrittura, fu per me una rivelazione. Fino ad allora non mi ero mai visto come scrittore, ma quando mi resi conto che potevo continuare davvero, anche in età adulta, a inventare – grazie alla scrittura – fui colto da una specie di febbre dalla quale non sono più guarito.

A che età risale la tua “febbre”?

Ho iniziato quando avevo diciott’anni circa e non ho più smesso, anche se solo verso i 27/28 anni mi è venuto in mente che forse potevo far leggere a qualcuno quello che scrivevo. In effetti non è indispensabile che altri leggano le tue storie, se quello che scrivi dà sfogo al bisogno che senti dentro,  in fondo, non è così importante.

Quali sono le letture preferite di Andrea G. Colombo?

Horror e thriller, un po’ tutto quello che mi capita per le mani, e ogni tanto saggi che si occupano di storia delle religioni e astrofisica. Ho il pallino dell’astronomia e dell’astrofisica. Se c’è un settore in cui scienza e religione arrivano a toccarsi davvero, è proprio questo.

Qual è l’opera che hai letto e che invece avresti voluto scrivere?

Nessuna, in verità, perché un libro è una cosa così personale che è difficile per me immaginare di scrivere la stessa storia. Mi hanno emozionato molti libri che ho letto e mi sono esaltato leggendo molte delle pagine di diversi autori. Ne ho ammirato lo stile e l’immaginazione. Sai, ho così tanto storie che mi affollano la testa che prima di volerne raccontare di altri, vorrei esaurire prima le mie.

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