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Sri Lanka: Cena & Gossip con Candace Bushnell e Jay McInerney (seconda parte)

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La serata "Sex in a Sarong" con Candace Bushnell e Jay McInerney è appena iniziata e tra gli ospiti che entrano nel salone della mitica casa sulla Taprobane Island spiccano decisamente...

Leggi la prima parte su “O” del 09.02.11: Sri Lanka: glamour al Galle Literary Festival con Candace Bushnell e Jay McInerney

La serata “Sex in a Sarong” con Candace Bushnell e Jay McInerney   è appena iniziata  e tra gli ospiti che entrano nel salone  della mitica casa sulla Taprobane Island spiccano decisamente le presenze  femminili: un piccolo gruppo di signore singalesi ‘bene’, vestite da Odel (negozio super trendy di Colombo) arrivano in tutta fretta, lanciando  gridolini di gioia.

Molto eccitate siedono  vicino a noi, unico gruppo italico della serata altrimenti anglo-singalese e mentre si sistemano i capelli inumiditi dalla traversata in mare  lanciano occhiate interessate al nostro tavolo, dove la presenza maschile – quattro uomini per due donne – è prevalente.

Ultimamente gli italiani sono guardati con una certa curiosità da queste parti, anche se per motivi di cui non andare particolarmente orgogliosi.

Capita anche che all’arrivo in aeroporto, quando mostriamo il passaporto italiano al funzionario dell’immigrazione egli dica, ridendo sotto i baffi (se li ha): “Italiano….  Berlusconi… Bunga-bunga…

O che un gioielliere locale si sia ispirato alle recentissime  vicende italiane  per dare un nome al suo negozio

I nostri uomini indossano il sarong d’ordinanza e, anche se non di primo pelo, non sono affatto da buttare; però non parlano una parola d’inglese e ricambiano le occhiate languide delle signore bene di Colombo – che hanno un colorito nero pallido a forza di usare creme schiarenti –  con sguardi da conquistadores. Qui hanno veramente buon gioco  perché, tra i tavoli degli espatriati che tutto sanno degli altri bianchi, si mormora che il padrone di casa, e molti dei suoi conoscenti presenti alla serata, non siano troppo interessati al genere femminile.

Negli ultimi anni i costumi sessuali in Sri Lanka si sono molto evoluti: capita spesso di veder entrare giovani coppie nelle piccole pensioncine del villaggio dove abitiamo, per consumare in santa pace i loro giovanili ardori. Anni addietro non si spingevano oltre lo stare seduti in prossimità del mare, riparati dal sole cocente e dagli  sguardi indiscreti da un semplice ombrello per la pioggia.

Noi intanto, pur avendo bevuto  il secondo Mojito,  siamo ancora perfettamente sobri – segno che nelle bibite c’è tanto ghiaccio e poca sostanza –  così optiamo per un più sincero vinello bianco di California ben ghiacciato.

Ancora incerti  su come abbordare i due romanzieri per scambiarci due parole, continuiamo a girar loro intorno quando, dal nostro tavolo, si alza deciso l’amico più elegante – ha aggiunto un blazer scuro al sarong e un camicia in tinta – che punta diritto verso la signora Bushnell.   Iniziati i convenevoli e arrancando  con l’inglese ci  fa cenno di raggiungerlo: vinta ogni timidezza riusciamo finalmente ad abbordare  la bionda  ed altera Candace.

Confessata la nostra  passione per la serie televisiva tratta dal suo primo romanzo “Sex and the City“, inizialmente pubblicato a puntate su un quotidiano newyorkese – le chiediamo notizie di prima mano delle nostre eroine,  Carrie Bradshow,  giornalista e vero  alter ego  di Candace e delle sue amiche: Samantha (una PR ninfomane), Miranda (avvocato un po’ algido) e Charlotte (che sogna solo di metter su famiglia ).  Le vicende delle quattro ormai ex-ragazze – dall’inizio della serie (1998) sono passati anni e Samantha,  nell’ultimo, bruttissimo film uscito l’anno passato è in preda ai fastidi della menopausa – lette nel romanzo della Bushnell  non ci hanno convinto: prevale un cinismo e una durezza, nelle pagine scritte, che non abbiamo mai notato prima nei telefilm della HBO, dei quali, ci dice  Candace, ha collaborato alla sceneggiatura solo per la prima serie.  Sembra infastidita dalla nostra curiosità per la serie televisiva, quasi fosse a disagio, quando, parlando appunto  dei due Sex and the City usciti nelle sale – che ci hanno profondamente deluso –  ci spiega che l’unica cosa che la riguarda sono i diritti d’autore e il fatto che, terminato un film, con i proventi può comperare un’altra proprietà.

Per riguadagnare qualche punto e il suo interesse, le chiediamo perché abbia scelto di raccontare le avventure di Carrie in terza persona; un poco rianimata ci spiega che i suoi genitori sono tradizionalisti e non voleva traumatizzarli rendendo esplicito il fatto che Carrie è proprio lei e che molte delle storie narrate le ha vissute in prima persona.

Con l’interprete della serie, l’attrice Sarah Jessica Parker, dice di intendersi a meraviglia e forse, a parte la somiglianza fisica, le due donne condividono un eguale destino nell’essere indissolubilmente legate alla grande fortuna del personaggio creato dall’una e interpretato dall’altra, una vera e propria icona che le mette entrambe un po’ in ombra.

A conferma di quanto appena detto, forse stufa del nostro inglese maccheronico e del nostro entusiasmo un po’ infantile per le eroine della serie, ci fa cenno di avvicinarci e ci dice, con una voce nuova, un po’ roca, quasi  cattiva: “Devo confessarvi un segreto: le mie amiche di New York sono tutte Samantha (la mangiatrice d’ uomini ). A Manhattan non ci sono altre donne  but  Samantha…

E poi aggiunge: “Lo sapete che Sex and the City non è il mio miglior romanzo?” – e per come lo dice capiamo che è un vero commiato. Ci dice un sorry e subito dopo ci volta le spalle con la scusa di  prendersi un drink.

La imitiamo, servendoci un vino rosso stavolta e  in tandem con l’amico in blazer abbordiamo Jay McInerney che staziona  vicino al bar. In T-shirt verde pallido e sarong a quadretti ci accoglie con un bel sorriso quando gli porgiamo per la dedica la copia dell’ultimo romanzo pubblicato (2006) “The Good Life“.  Ci racconta di essere appena stato a Jaipur (India) per un altro festival letterario (21-25 gennaio 2011 organizzato dallo scrittore William Darlymple) ed è entusiasta sia dell’India che dello Sri Lanka. Ha un bel viso aperto, sorridente,  ci chiede chi siamo e cosa facciamo nello Sri Lanka con sincero interesse. Quando gli confessiamo che una pagina del suo primo romanzo, Bright Lights Big City ci si è impressa nel cuore e nella mente (quando il protagonista va a trovare la mamma che sta per morire e in quel momento di sosta dalla dissoluta  frenesia della sua vita newyorkese  capisce che il tempo tra lui e sua madre è finito e pensa a tutto quello che non potrà più dirle, a quello che lei non potrà più dirgli) il suo viso si illumina di puro piacere. È un piccolo istante di condivisione che ci risarcisce pienamente della delusione provata poc’anzi e con il cuore più lieto, insieme all’amico in blazer, raggiungiamo gli amici del gruppo italico nel terrazzo dove è stato allestito il buffet.

Dopo esserci serviti abbondantemente dei piatti offerti sul terrazzo illuminato da torce, riguadagniamo il nostro tavolo, situato strategicamente in posizione centrale nel salone: due porte chiuse si affacciano nella sala e qualcuno ci dice che quelle sono le stanze da letto che ospitano al momento i due romanzieri.

L’amico con il sarong più spiritoso (ornato di cerbiatti e papere su fondo nero) torna dal bar con un bottino di due bottiglie di vino, mentre dal tavolo vicino una delle signora bene di Colombo rompe ogni indugio e in un fruscio di organza chiede all’amico delle papere se dopo cena vuole fare il bagno con lei.

Nel frattempo i due romanzieri tornano dal buffet e prendono posto nel tavolo tra noi e le signore bene di Colombo, proprio di fronte ad una delle camere da letto.

Dopo le tante emozioni della serata cominciamo a sentire gli effetti del mix di bevande alcoliche trangugiate:un po’ per vincere l’emozione, un po’ perché incluse nel prezzo.

La testa ci comincia a girare, la vista si appanna, siamo forse ubriachi  ma ci sembra di vedere un via vai di coppie che si infilano nella camera da letto; tra loro anche la bionda scrittrice seguita da un aitante giovanotto in bermuda. Passati solo dieci minuti la porta si riapre e ciascuno riguadagna il proprio tavolo.

Non c’è dubbio, le tante puntate di Sex and the City , viste e riviste nel corso degli anni, ci hanno fatto intendere fischi per fiaschi. Per convincerci ulteriormente ci basta  guardare questa istantanea, presa durante la serata sull’isola.

Decisamente avevamo bevuto un po’ troppo.

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