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La fiction: Quando c’era solo Saranno Famosi! La talentizzazione delle serie tv

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«La vita quotidiana è una questione di spettacolo e lo scopo della vita moderna è quello di vedere ed essere visti».

«La vita quotidiana è una questione di spettacolo e lo scopo della vita moderna è quello di vedere ed essere visti». Questo quello che affermavano i due mediologi Abercrombie e Longhurst sottolineando la progressiva protagonizzazione dell’audience. E nell’osservare e analizzare il mondo della narrativa televisiva emerge un aspetto, che in maniera curiosa, accomuna la maggior parte delle serie televisive a carattere adolescenziale in onda in questo periodo: la tendenza a raggiungere il successo, o quantomeno una gratificazione personale, attraverso una rappresentazione scenica e finzionale. Protagonisti delle vicende sono infatti dei comuni ragazzi a cui, più che nell’ambito scolastico, vengono riconosciuti meriti nel campo della recitazione, del canto o del ballo, con exploit di musical, esibizioni e prove finali; contemporaneamente sullo sfondo si diramano avventure sentimentali, storie di amicizia e rapporti conflittuali con la famiglia, tutti elementi narrativi che mettono in moto il processo di fidelizzazione nel telespettatore.

Siamo in presenza della talentizzazione della fiction?

Facciamo qualche esempio. Primo fra tutti “Glee” che, trasmesso per la prima volta il 19 maggio 2009 negli Stati Uniti, ha ottenuto enorme successo di pubblico e critica mixando in modo perfetto comedy, drama e musical, appunto. La serie è stata esportata in oltre 30 paesi, tra cui Australia, Giappone, Sudafrica e buona parte dell’Asia e del Sudamerica. Le due stagioni finora prodotte comprendono ognuna 22 episodi, per un totale di 44. In Italia viene tradotta e trasmessa in anteprima dal canale Fox, ma molti dei brani inediti che accompagnano i musical nel corso della vicenda vengono lasciati in lingua originale, una scelta che i fan premiano acquistando le compilation in commercio. Poi abbiamo “Il mondo di Patty”, telenovela prodotta nel 2007 in Argentina, che racconta le vicende di Patricia Castro che, arrivata in un nuovo college, riesce a stringere nuove amicizie grazie alle sue doti canore e ad entrare a far parte del gruppo delle “Popolari”, corpo di ballo che si contrappone a quello delle cosiddette “Divine”, formato dalle ragazze più trendy della scuola. O ancora la nuova serie “Victorious”, prodotta dall’americana Nickelodeon Television, che narra la storia di Tori la cui fortuna è quella di sostituire l’impossibilitata sorella Trina in occasione di un provino per entrare a far parte della rinomata Hollywood Arts High School. Qui stupisce tutti, sbalordisce la commissione che decide di offrirle un posto nella scuola.

E tanti altri esempi potrei fare che muovono nella direzione di una serialità che induce i giovani a mettersi in mostra, ad indirizzarli verso un interesse che li valorizzi e che possa renderli popolari e, soprattutto, famosi. Per carità, lungi da me qualsiasi tentativo di morale o di accusa. Si tratta di riconoscere con attenzione quel complesso processo di vetrinizzazione sociale che attraversa oggi non solo i programmi d’intrattenimento ma anche i mondi paralleli della narrativa televisiva; e nel momento in cui la quotidianità risulta essere banale, povera, precaria, l’unico talento riconosciuto è quello musicale. Ed ecco che si affaccia la generazione T (talent). Mentre chi non si vede rimane ai margini, viene ignorato, dimenticato, e una prima responsabilità è da attribuire ai mass media che continuamente presentano il mondo come uno spettacolo a cui assistere, spingendolo verso una crescente confusione tra reale e immaginario. Gli stessi sceneggiatori hanno, poi, la loro colpa cavalcando l’onda di una moda spremendo fino all’osso queste suggestioni narrative.

La realtà si sta massicciamente trasferendo dentro lo schermo e tende a confondersi con la sua rappresentazione. Come analizzato da Debord, si vengono sempre più a ridurre le discrepanze tra vita reale e spettacolare e la società si fa spettacolo. O meglio ancora sembra che l’unico talento narrabile sia quello musicale che porta al successo nel mondo dello spettacolo. E il desiderio di ambizione spinge i ragazzi alla ricerca del successo attraverso perfomance di vario genere.

Alla base di questo processo vi è, senza dubbio, il narcisismo che stimola e induce i soggetti ad agire come se fossero costantemente osservati e che certifica la loro esistenza unicamente attraverso lo sguardo altrui; il narcisismo attende da altri la conferma della sua autostima e non può vivere senza dipendere da un pubblico di ammiratori. Le persone si presentano agli altri e, nel fare ciò, immaginano come gli altri li vedranno, per dirlo con le parole di Abercrombie e Longhurst, mettono in atto performance per un’audience immaginaria. E poi l’idea che si è qualcuno solo se si canta. Si balla. E l’unico talento da coltivare è quello dello spettacolo. Oltre il “sogno americano” (a prescindere dallo status sociale chiunque poteva diventare qualcuno) rimane solo il sogno. Glamour. Patinato. Superficiale. Dove tutti credono di poter cantare e di avere successo con estrema facilità. Perché non tornare ai tempi in cui c’era solo “Saranno Famosi”?!?!

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