Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il romanzo: La lettrice di Shelley. La rinascita di una donna in un Israele moderno

di

Data

"Non ricordo quando ho detto di no alla vita, quando ho deciso di chiudere definitivamente ed ermeticamente la porta di ferro dello scantinato nel quale vivo e dal quale spio la terra con un periscopio".

“Non ricordo quando ho detto di no alla vita, quando ho deciso di chiudere definitivamente ed ermeticamente la porta di ferro dello scantinato nel quale vivo e dal quale spio la terra con un periscopio”. Così parla la trentatréenne Susanna Rabin che – solo dopo l’incontro con Naor, un enigmatico cugino americano – potrà sciogliere il morboso legame che la incatena alla madre e fuggire, così, da una vita claustrofobica. Con il romanzo La lettrice di Shelley – l’ex attrice di origine ucraina, Alona Kimhi – intende privare la letteratura di ogni intento politico per dar voce a un eccentrico personaggio che da solo è in grado di incarnare in chiave satirica le tragedie del popolo ebraico.

 

Di Susanna sappiamo subito che “non è parente di” (di Yitzhak Rabin, ex capo dello stato israeliano, assassinato da un colono ebreo estremista nel 1995), che odia qualsiasi cosa  riguardi la corporeità e che ha compiuto da tempo una scelta per lei confortante, quella dell’ “autoesclusione” dal mondo. Assiste allo svolgimento della vita altrui come fosse un film di cui lei è spettatrice passiva, non trovando (o non volendo trovare) elementi di condivisione con il prossimo. Per poter assaporare sensazioni positive e gratificanti, sebbene momentanee, coltiva attività solitarie quali la lettura, il disegno e la creazione di piccole sculture, mantenendosi ai margini, rinunciando al lavoro, alle amicizie e alla vita sentimentale. Come nel Medioevo, a Bisanzio, il precetto artistico è la “conservazione dell’esistente” – che porta i pittori a rimanere fedeli ai loro predecessori ritenendo che dopo Gesù non vi è che degenerazione – così Susanna Rabin mira alla conservazione della propria esistenza, inconsapevole di quando e di come si sia formato in lei “il feto della rinuncia”.

 

Ma, un giorno, sulla porta di casa sua ecco che – con lunghi capelli e scuri, il profilo arrogante e pretenzioso della bocca, la fronte bianco latte, la mascella infantile leggermente sporgente in avanti e avvolto da un alone di indolenza e tristezza – appare Percy Bysshe Shelley, il poeta che ha il potere di farla sempre piangere. In realtà non è Shelley ma Naor, giovane cugino in visita a Ramat Gan per ambigui affari che ruotano attorno al commercio di icone bizantine. All’inizio l’invasione degli spazi casalinghi di Susanna da parte del cugino – che lei designa con il poco intimo appellativo “l’ospite” – non sarà gradevole. Fin quando un sentimento, fino ad ora sconosciuto, non si impossesserà di lei tanto da renderla pronta a qualsiasi rinuncia per difenderlo. Un sentimento che, seppur devastante, servirà a tagliare “il cordone ombelicale che continuava a condurre una vita segreta” e a convogliarla verso il sentiero che realmente le appartiene. “La mia utopia è quella di narrare di persone capaci di cambiare pelle e di cambiare vita – sostiene la scrittrice Alona Kimhi -, voglio trovare nuove maniere di parlare della Shoàh, come del femminismo”.

 

Solo brevi cenni al tragico passato ebraico a cui sono sfuggite sia Ada, la madre di Susanna, sia la sua amica Nehama, sopravvissuta a Cracovia al plotone d’esecuzione rimanendo distesa per giorni  sotto i cadaveri dei suoi cari. Mentre la madre si dispera per la sconfitta dei laburisti alle elezioni del 1996, critica gli spot elettorali in stile americano di Benjamin Netanyahu (leader del partito conservatore Likud ed esponente dell’ala nazionalistica), loda le scelte dell’ex primo ministro Shimon Peres, Susanna si disinteressa totalmente di politica.

 

La lettrice di Shelley vuole essere l’indagine di un Israele che, a più di cinquant’anni dalla sua fondazione, si allontana dal dramma collettivo della Shoàh facendosi ugualmente portavoce dell’identità nazionale tramite il percorso privato di una ragazza sui generis. Con una prosa aspra e serrata, la Kimhi tratteggia il percorso della rinascita di Susanna, facendola parlare in prima persona, senza timore di tralasciare o travestire gli aspetti più sconvenienti della sua personalità. Un ritmo incalzante e crudo al quale si associa il tono irriverente di chi possiede l’ironia di sdrammatizzare e la capacità di farsi beffa delle proprie psicosi.

 

Titolo originale: Susannah ha-bochiah
Autore: Alona Kimhi
Genere: Letteratura straniera
Anno: 2010
Lingua originale: Ebraico
Editore: Guanda
Pagine: 339
Traduzione: Elena Loewenthal – Elisa Carandina

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'