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Aereoporto del Cairo ore 3.05 del mattino

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Il pavimento di marmo rosa egiziano è freddo e duro, cerco di trovare una posizione, ma la cucitura dei pantaloni mi fa male, sono una sardina...

Il pavimento di marmo rosa egiziano è freddo e duro, cerco di trovare una posizione, ma la cucitura dei pantaloni mi fa male, sono una sardina tra mio marito e mio figlio, provo a mettermi di coltello, ho più spazio, ma la spalla mi fa male, allora provo a mettermi di schiena, devo scivolare un po più giù sennò non entro, chiudo gli occhi, metto una sciarpa sulla faccia, finalmente scivolo dal mio stato comatoso verso uno stato di quasi sonno. Sono due giorni che non dormo da quando le proteste sono arrivate al quartiere di Maadi dove abito.

Ieri notte ho sentito il caos di una moltitudine di gente risalire la strada accanto alla mia, lanciando slogan all’unisono, le ronde formate da cittadini a difesa dei quartieri si sono riunite brevemente sotto il mio portone per discutere il dafarsi. Alcuni sono armati di spranghe di ferro, altri con mazze da golf che le signore bene usavano nell’esclusivo club di Khatameia. Hanno bloccato ogni strada con massi di detriti, non capisco cosa vogliono bloccare visto che i manifestanti sono a piedi. Una mia amica mi chiama, pare che dal carcere, che sta dietro casa, siano fuggiti 3000 detenuti. Guardo il portachiavi che oscilla dalla mia serratura yale, una volta avevo dimenticato la chiave e mio figlio è riuscito ad aprire la porta, penso che la tattica migliore sia di spalancare la porta senza opporre resistenza.

Sento gente urlare, mi affaccio, dietro gli alberi, tra le foglie, vedo pezzettini di gente che si confronta, le ronde cedono non ce la fanno la folla avanza. Poi dal fondo della strada arriva un forte rumore di ferraglia, un carrarmato avanza, va verso la folla che indietregga, sparisce dietro un edificio. Quasi silenzio, dovrei dormire tranquilla. Ma la folla si sposta, cerca un altro varco. Ho paura, non so di cosa, i manifestanti non sembrano pericolosi, ma sono tanti, troppi, la città è troppa, 20 milioni di abitanti abitano i miei incubi. Tremila detenuti sguinzagliati. La notte la passo tra il balcone ed il divano. Abbiamo deciso, partiamo. L’alba rischiara la falce di luna e la sua stella, i pappagallini verdi sulle palme iniziano a cantare. Forse ci sbagliamo, forse va tutto bene. Volo egyptair delle ore 14.00 una amica ci ha fatto i biglietti dall’italia, un bagaglio a mano per uno e abbandoniamo il nostro appartamento. Il buon Yosrin, ci aspetta solerte alla guida della nostra auto, gli diciamo che ci deve portare all’aereoporto, lui ci guarda poi si scusa in nome dell’Egitto, degli egiziani, il buon Yosrin, persona eccezionale. Solerte scende a spostare i detriti, fa gli slalom tra i carriarmati. Guida veloce verso l’aereoporto, gli dico di andare più piano, non è il momento buono per chiamare ambulanze.

Ore 9.15 arriviamo all’aereoporto, facciamo fila per il checkin, ore 10 30 arriviamo al bancone, tutto fila liscio abbiamo pure 5 posti vicini. Passano le 12 e le 13 e arrivano le 14 sul pannello gate non annunciato. Deleyed, cancelled, panico. Inizio a guardare meglio le sagome di persone distese a dormire sui divanetti, sulle sedie, nel piccolo recinto dell’area gioco dei bambini.

Ore 16.00 il volo è ancora là, ma non è nè cancellato né in ritardo ma neanche ha il gate, il coprifuoco è ormai scattato, non si entra e non si esce più dal terminal. I miei figli hanno fame, guardo la lunga coda per un triangolino di pizza, è l’unico cibo che c’è a parte tutta la cioccolatistica che riempie intere pareti di scaffali. Attesa stressante, pare che probabilmente dobbiamo passare qui la notte, bisogna trovarsi uno spazio, ciascuno si deve ritagliare delle mattonelle. Compro un piccolo tappeto per 70 euri, lo stendo sul marmo egiziano, non ci staremo tutti e cinque, apro le valigie tiro fuori golf e giacche, un letto eccezionale. This place is mine mi dice un uomo, come è tuo gli faccio, yes I slept here three days, vabbè e gli indico il materasso improvvisato, lui allora dice ok ok e se ne va.

Ore 21.00 davanti a noi c’è una donna con le sue figlie, anche loro aspettano il volo per Roma. La figlia più piccola è buttata sulle mattonelle fredde e cerca di dormire, mi fanno pena, offro un pezzo del mio tappetino magico, siamo in otto ed il tappetino è di 1,50 x 60 cm prolungo con tre sciarpette , ci entriamo, o quasi, io vengo espulsa, con moto naturale i corpi si adattano si plasmano sul pavimento ed io un po’ più periferica vengo espulsa. Mi alzo, vado a fare il mio pellegrinaggio al tabellone delle partenza, deleyed, tutti i voli deleyed, quello per Roma è totalmente scomparso, non esiste più, forse non è mai esistito. Torno dai miei, cerco uno spicchio dove incunearmi, ma è matematicamente impossibile, allora prendo il computer e scrivo. Alle 10.00 c’è un volo che parte, inscallah, ma non abbiamo il biglietto, ma andremo con tutti gli altri passeggeri del volo sparito alle otto, e cercheremo di imporci, tanto i passeggeri di quel volo verranno solo dopo le nove, fino alle otto c’è il coprifuoco. È guerra, la nostra guerra.

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