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Io e le Patamacchine (…questa volta niente Osvaldo) – Foto di Mariagrazia Veneziano

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Quando sono nervoso e un po’ triste faccio sempre lunghe passeggiate, da solo, senza meta.

Quando sono nervoso e un po’ triste faccio sempre lunghe passeggiate, da solo, senza meta. Mi aiuta a sciogliere il malumore che in quel momento mi accompagna, e quasi sempre funziona. Scelgo senza criteri precisi una zona, con l’auto la raggiungo, parcheggio e inizio a camminare.

Oggi sono nervoso e un po’ triste perchè, per la prima volta, ho litigato con Caterina.

Oggi, ho scelto di fare un giro all’Auditorium.

 

E’ sabato pomeriggio. C’è molta gente. La pista di pattinaggio è piena di bambini e ragazzi. Alcuni genitori, da fuori, urlano ai figli di non correre troppo con i pattini e di tenere gli occhi aperti. Anche la libreria, dall’altra parte del marciapiede, è stracolma di gente. Sto valutando se entarci o no, quando la mia attenzione viene rapita da uno stand in fondo al viale. Davanti l’ingresso c’è un gruppetto di persone in fila che attendono di entrare. Mi avvicino e leggo la locandina attaccata alla porta d’ingresso: “Le Patamacchine, ovvero, come accadde che telefonando a Gigi gli toccai un brufolo”. Mi scappa un sorriso. Lo faccio. Poi proseguo con la lettura: “Le patamacchine che vedrete in questo stand sono state ideate e realizzate presso il Salone dei Rifiutati, un’officina in cui la creatività sfida la logica dell’usa e getta e diventa l’elemento intorno al quale le persone si incontrano e costruiscono percorsi di condivisione. Il Salone dei Rifiutati è uno spazio voluto e gestito dall’Associazione Culturale La luna al guinzaglio di Potenza. L’ingresso alla mostra è gratuito.  

Bastano queste poche righe di presentazione per intrigarmi. Cosa diavolo saranno mai queste patamacchine?, mi chiedo. Provo a guardare oltre le pareti trasparenti dello stand ma non si vede molto. Poi mi viene in mente il mio amico Osvaldo. Lui di certo sa cos’è sta roba. Valuto se chiamarlo o no. No, decido mettendomi in fila. Questa volta no! Questa volta niente Osvaldo.

 

Nello stand ci sono un sacco di bizzarre, simpatiche, creazioni. Dislocate senza ordine preciso.

– Ecco le patamacchine – appuro divertito, abbassando gli occhi sul foglio che mi ha dato la  ragazza all’entrata; probabilmente una delle organizzatrici.

Sopra c’è scritto quello che voglio sapere: che le patamacchine sono invenzioni che si ispirano ai principi della Patafisica di un certo Alfred Jarry (scrittore americano) e alle Macchine Inutili di Jean Tinguely (scultore svizzero); che come quest’ultime hanno le sembianze di oggetti meccanici veri, compiuti, ma che in realtà intendono creare degli spostamenti percettivi in grado di incuriosire, divertire, e far riflettere chi le osserva; che in un certo senso sono invenzioni in continuo movimento; che hanno ragione di esistere solo se interagiscono con l’uomo; che sono tutte creazioni realizzate con materiali di scarto, in particolare con i R.A.E.E. (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche).

E poi il messaggio più importante. L’obiettivo principale dell’iniziativa. Ciò che avevo intuito leggendo la locandina all’entrata. E’ scritto in grassetto, al centro dell’opuscolo:

“Le patamacchine dell’Associazione La luna al Guinzaglio di Potenza sono ambasciatrici di un messaggio semplice e profondo: il futuro del nostro ambiente è legato al modo in cui lo viviamo e alla dimensione ecologica che riusciremo a costruire. 

– Bello! – dico mentre inizio a muovermi.

 

La prima patamacchina in cui mi imbatto è il “Il Pacificaphone. La macchina in grado di cancellare i litigi”.

Inutile dirvi a chi ho pensato subito.

Leggo il resto della spiegazione sulla locandina posta di fianco: il Pacificaphone nasce per riavvicinare due persone sentimentalmente, e momentaneamente, distanti.

Strabuzzo gli occhi.

Quell’aggeggio sembra fare proprio al caso mio.

Si compone di due telefoni analogici poggiati su una scatola in legno contenente un radio lettore cd; e sui tasti degli apparecchi, invece dei numeri, ci sono alcune lettere dell’alfabeto. Le istruzioni d’uso dicono che bisogna inserire in ciascun telefono i nomi delle persone interessate, poi alzare le cornette e rimetterle giù, però sull’apparecchio opposto. Fatto questo la riappacificazione avverrà in un attimo, puntulamente segnalata da una voce guida. Del nome Caterina ci sono solo le prime tre lettere. Del mio le prime due. Digito prima quelle di lei. Passo all’altro telefono e compongo le mie. Alzo le cornette, inverto e aspetto.

La voce guida arriva dopo alcuni secondi.

Pace fatta.

– Eh pacificaphone…magari fosse così semplice – sussurro a quel punto sconsolato; poi però, proprio mentre mi sto per girare, diretto verso un’altra patamacchina, ecco che mi squilla il cellulare.

Un messaggio.

Caterina.

Facciamo la pace?, scrive.

– Non è possibile! – mugugno incredulo, rigirandomi verso il pacificaphone.

 

Esco da lì all’istante, col cuore a mille. Penso di chiamarla. Desisto, preferendo mille volte di più andare diretto a casa sua. Sto per iniziare a correre, ma poi mi fermo. Rientro nello stand.

– Grazie Pacificaphone – gli dico inginocchiandomi e baciando tutte e due le cornette.

Le persone intorno mi guardano esterrefatte. Non importa. Esco fuori e comincio a correre davvero. Nella mia testa un turbinio di pensieri. Uno di questi (chissà poi per quale strana associazione di cose) va ancora al mio amico Osvaldo. Rivaluto l’ipotesi di chiamarlo. Ma ho già detto di no! Questa volta no! Questa volta niente Osvaldo!

© Mariagrazia Veneziano
© Mariagrazia Veneziano
© Mariagrazia Veneziano

L’aiutante poetico (tu poggia l’orecchio vicino l’asciugacapelli, e lui, ti reciterà una poesia…sul vento caldo naturalmente

© Mariagrazia Veneziano

L’Antiveglia (hai voluto una bicicletta per riposare e ritrovare i tuoi spazi incontaminati? E mo’ pedala!)

© Mariagrazia Veneziano

Il mitico…PACIFICAPHONE!!!!

© Mariagrazia Veneziano

Sono onesto! Di questa patamacchina non ricordo né il nome, né la funzione!

© Mariagrazia Veneziano

Potenziatore di Autostima (Porta un bocchettone del tubo dell’aspirapolvere alla bocca. L’altro all’orecchio. Ora fatti un complimento e aspetta che quest’ultimo faccia il giro del tubo e ti ritorni all’orecchio. Vedrai, l’auto encomio ti sembrerà molto più convincente!  C’è solo un problema: considera che quei tubolari prima di te hanno conosciuto tante altre graziose bocche!

 

E POI TANTE, TANTE ALTRE PATAMACCHINE ANCORA…

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