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Il film: La donna che canta di Denis Villeneuve

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Un testamento anomalo quello che Nawal Marwan (Lubna Azabal) redige per i suoi figli gemelli Jeanne e Simon (Mélissa Désormeaux-Poulin e Maxim Gaudette).

Un testamento anomalo quello che Nawal Marwan (Lubna Azabal) redige per i suoi figli gemelli Jeanne e Simon (Mélissa Désormeaux-Poulin e Maxim Gaudette). Non si tratta, infatti, di un patrimonio da spartire ma soltanto di due buste chiuse che i due giovani dovranno far recapitare rispettivamente ad un padre e ad un fratello mai conosciuti. Prima di avvenuta consegna, la donna dispone di essere seppellita con il viso rivolto verso terra, non protetta da alcuna lapide e non identificata da alcun nome perché – come specifica lei stessa nella lettera testamentaria – “non deve esistere epitaffio per coloro che non mantengono le proprie promesse”.

 

È da Le sang des promesses piéce di successo del drammaturgo Wajdi Mouawad – che il regista franco-canadese Denis Villeneuve trae la linfa creativa per la sua ultima pellicola, La donna che canta, ingaggiando una complessa azione di smantellamento/ricostruzione dell’opera teatrale.

 

Già insignito del premio come miglior film canadese al Toronto Film Festival e in lizza per gli Oscar 2011 come miglior film straniero, il lungometraggio si impone quale straziante manifesto, non solo di un Medio Oriente marchiato a sangue dai dissidi religiosi ma, soprattutto, di una famiglia marchiata a sangue da un segreto insopportabile. Così come l’abbandono del Libano trentacinque anni prima non ha permesso a Nawal di esorcizzare gli spettri della sua giovinezza, ora neanche la morte l’ha liberata da quel “coltello piantato in gola”. Spetterà, quindi, a Jeanne e Simon, con l’aiuto del fedele notaio Lebel (Rémy Girard), assolvere l’ingrato compito di estrarlo. Unica guida nella tortuosa Odissea dal Canada al Medio Oriente  (tragitto opposto a quello compiuto dalla madre) è una foto sbiadita di Nawal, che si rivelerà determinante per la risoluzione della contorta sciaràda. Villeneuve – attraverso flashback che legano indissolubilmente il presente due fratelli al passato della madre –  scandisce il viaggio in capitoli, ognuno dei quali arricchirà di un’ulteriore nuance, il ritratto di una donna per troppo tempo rimasto incolore. Tappe progressive che svelano, in un crescendo emotivo, l’amore per un rifugiato palestinese, la perdita di un figlio abbandonato in orfanotrofio, l’omicidio del leader della destra cristiana e i successivi sedici anni di prigionia in cui il canto diventa il solo espediente per dissimulare il dolore inflitto dagli stupri ripetuti. Dotato di ineccepibili soluzioni narrative, La donna che canta – che incede con il ritmo di un noir che si fonde alla tragedia greca – smaschera il suo primario intento poetico in cui eventi agghiaccianti e scenari di guerre fratricide, si coniugano all’inscindibile legame madre-figli che prevarica sulla più ottusa ferocia. I due percorsi paralleli, che giungono alla fine alla medesima verità, risultano in alcuni punti lievemente forzati per la volontà del regista di adattare lo script alla rigorosa struttura di un’equazione matematica. E così le coincidenze, che sicuramente hanno ben poco di realistico, suggerirebbero proprio l’impossibilità di rintracciare ad ogni costo la razionalità in un contesto così assurdo in cui perfino l’addizione “1+1” può essere stravolta. Attraverso lo sdoppiamento della sua identità, Nawal è, nelle sue lettere arrivate al destinatario, nello stesso tempo sia “la prigioniera numero 72” che “una madre che perdona”.  Non volendo tramandare la catena d’odio alle successive generazioni, decide di spezzarla tramite il perdono. “Niente è più bello dell’essere finalmente insieme” – scrive la donna – nobilitando il male con un gesto eroico e catartico.

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