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La fiction: Parenthood ritratto seriale della famiglia americana

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Come scriveva Tolstoj nell’incipit di Anna Karenina "Tutte le famiglie felici si somigliano" e potremmo dire che ogni famiglia televisiva è disgraziata a modo suo.

Come scriveva Tolstoj nell’incipit di Anna Karenina “Tutte le famiglie felici si somigliano” e potremmo dire che ogni famiglia televisiva è disgraziata a modo suo. Compresa la famiglia Braverman, protagonista della serie tv “Parenthood” (Joi Mediaset Premium, giovedì, ore 21,00).

La fiction, prodotta da Image Television, NBC Universal, Network TV e Universal Media Studios, racconta le vicende di Sarah Braverman (Lauren Graham), madre single di due figli con gravi problemi economici, che torna a vivere dai genitori Zeek e Camille. Nella casa ritroverà anche i suoi fratelli: Julia (Erika Christensens), Crosby (Dax Shepard) e Adam (Peter Krause). Un ritorno che permette alla protagonista di immergersi nella vita quotidiana, al tempo stesso corale e coinvolgente, del microcosmo che le ruota attorno osservando, attraverso le storie dei suoi fratelli, gioie e dolori della moderna famiglia americana. Adam, perfetto padre di famiglia, sposato con Kristina (Monica Potter) che deve affrontare le problematiche di un figlio malato di autismo; Julia, avvocato di successo, che cerca invano di conciliare la sua carriera con il suo essere moglie del marito casalingo Joel e mamma di una bimba di 5 anni; e Crosby, il fratello più piccolo che non vuole saperne di impegnarsi in una relazione seria e che andrà in crisi non appena scoprirà di avere un figlio di cinque anni.

Un family drama, fonte di storie familiari agrodolci, dai risvolti sociali rilevanti, che anche qui non mancano: dall’autismo alla difficoltà di essere genitori, dal tradimento alla mancanza di una figura paterna, dall’uomo «casalingo» all’inseminazione artificiale. La serie, tratta dal film “Parenti, amici e tanti guai” di Ron Howard, ne propone una rilettura contemporanea, interessante e sorprendente e dal gusto un po’ retro. Rispetto agli altri family drama, “Parenthood” riesce a essere intensa e divertente senza cadere mai nei cliché o diventare una superficiale soap-opera. Cosa ancora più notevole, riesce a trattare con garbo un insieme di situazioni emotive che tutte le famiglie si trovano a vivere. Una serie familiare che esiste e si attualizza con forza in quanto prende vita attraverso sceneggiature solide, forti consce di canoni regolati e perfettamente plasmati fino a raggiungere qualcosa di nuovo, di originale.

La potremmo definire una serie “a buffet”, “da tavola calda”, che presenta molteplici linee narrative in grado di offrire allo spettatore la possibilità di sceglierne alcune e tralasciare le altre. Una commedia agro-dolce dotata anche di uno specifico, particolare linguaggio. Una tribù che ha un suo modo di parlare, non ha la freschezza a cui molte sceneggiature ci hanno abituato, ma ha anche il suo modo di colpire nel profondo, nel bene e nel male. Si ride con i Braverman, e mai dei Braverman, neanche quando capiamo che potremmo prendere in giro le loro nevrosi, e si piange con loro, con questa umanità che attraversa tranquilla il flusso televisivo senza esibirsi, quieta e non eccessivamente luminosa. Un modello family che è distante da “Brothers and Sisters” e dal suo modo di narrare di segreti creati, continuamente ripetuti e svelati, tipici della soap opera, così come è lontana dal cinismo di “Dirty Sexy Money” e “Desperate Housewives”. Una serie che non è migliore di “Modern Family”, ma diversa: è un prodotto a sé, grazie al suo tatto e alla profondità delle sue caratterizzazioni, all’intensità delle storie raccontate e per l’emozioni trasmesse.

Come ha scritto il Time: “Partendo dal presupposto che di storie familiari ne esistono a bizzeffe, a fare la differenza è la maniera in cui sono raccontate. E Parenthood possiede una voce divertente, affettuosa e originale che vorrete continuare ad ascoltare”.

Un “formato famiglia”, quello americano, che continua a stupire, ad affascinare e porsi come straordinario ed emozionante luogo delle narrazioni contemporanee.

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