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La fiction: Quei bravi ragazzi di Scorsese nella serie tv Boardwalk Empire

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In questa rubrica, nel raccontare le numerose e interessanti narrazioni offerte dalla fiction televisiva, abbiamo più volte sottolineato come negli ultimi anni le serie tv abbiano spesso raggiunto livelli di scrittura e di realizzazione quasi cinematografico

In questa rubrica, nel raccontare le numerose e interessanti narrazioni offerte dalla fiction televisiva, abbiamo più volte sottolineato come negli ultimi anni le serie tv abbiano spesso raggiunto livelli di scrittura e di realizzazione quasi cinematografico facendo risultare il limite tra grande e piccolo schermo artificiale, marginale e superfluo. Una televisione che tocca e sfiora l’estetica del cinema. Cosa che accade, con coerenza e straordinarietà, nella serie tv “Boardwalk Empire – L’impero del crimine” che ha debuttato venerdì scorso su Sky Cinema 1 tratta dal romanzo “Boardwalk Empire: The Birth, High Times, and Corruption of Atlantic City” di Nelson Johnson (pubblicato in Italia da Newton Compton).

La fiction, prodotta dalla Hbo e ideata e sceneggiata da Terence Winter, vede dietro la macchina produttiva l’attore Mark Wahlberg e, soprattutto, Martin Scorsese, anche regista dell’episodio pilota (costato 18 milioni di dollari). Kubrick disse una volta che la tv avrebbe alzato il livello del cinema e l’influenza di Scorsese si vede e si cattura nelle ottime ricostruzioni, spettacolari scenografie e impeccabili costumi.

La vicenda è ambientata ad Atlantic City, negli anni venti, in pieno proibizionismo. Politica e mafia si uniscono in un alleanza indissolubile. Quest’ultima ha preso il controllo del mondo del crimine e ne gestisce gli affari. Sono gli anni dei gangster, dell’illegalità, dei grandi cambiamenti sociali ed economici e di chi insegue il sogno americano con ogni mezzo: sta per nascere Wall Street, tutto è “in vendita”, le donne avranno di lì a poco il diritto di voto; nascono le prime radio e il paese offre grandi opportunità. È , al tempo stesso, un momento di grande rimescolamento sociale, quello che gli studiosi hanno definito del “melting pot”, cioè del crogiuolo che mescola classi sociali e etnie.

Protagonista della storia è Enoch “Nucky” Thompson, interpretato da Steve Buscemi, leader repubblicano corrotto, ipocrita e con un animo malinconico che crede di arricchirsi grazie al commercio di liquore. Attorno a lui svolazzano i fantasmi e le presenze di Al Capone e Lucky Luciano.

Tra gioco d’azzardo e spaccio di liquori, tra prostitute e grandi feste, tra taglieggio e innumerevoli omicidi, si scopre un cast d’eccezione. Come, ad esempio, Michael Shannon, che è l’agente federale a caccia dei trafficanti di alcolici proibiti dalla legge. Michael Pitt è Jimmy Darmody, un giovane intelligente e spietato, veterano della prima guerra mondiale, che per trovare un modo rapido per arricchirsi da fidato autista di “Nucky” entrerà a far parte dell’organizzazione malavitosa. Nemico giurato di ‘Nucky’ diventa Nelson Van Alden (Micheal Shannon), agente speciale dell’Fbi a caccia dei trafficanti di alcolici proibiti dalla legge.

Ascesa e narrazione criminale. Dunque una storia di gangster, di criminalità, di corruzione che non può non ricordare alcuni dei film migliori di Scorsese, da “Casinò” a “Quei bravi ragazzi”. “Scorsese è un regista che continua a provare un amore puro e incondizionato verso la settima arte – ha affermato Michael Pitt – con la stessa passione che aveva a vent’anni. Credo sia una caratteristica rara”.

Straordinarie ricostruzioni, fotografia attenta, ritmi sostenuti, musiche incredibilmente narrative, una buona dose di violenza (mai gratuita) e una critica impietosa alle connivenze tra autorità e malavita organizzata.

Una serie che rivela la sua natura di morality, tipicamente scorsesiana, pulp e violenta, che non ci risparmia nulla. Intensa ed affascinante protagonista è la stessa Atlantic City grazie alle incredibili ricostruzioni sul set, in prima linea ovviamente la spettacolare promenade in legno (boardwalk) che dà il titolo alla serie, e ai tanti elementi che la caratterizzano efficacemente e che ricreano l’atmosfera e le bizzarrie di quegli anni (la boxe tra nani, l’ospedale/ museo dei bambini prematuri).

Un progetto di sicura qualità che ha ricevuto entusiastiche ed ottime recensioni da parte della stampa americana. USA Today lo ha osannato come “la miglior serie tv della stagione”.Variety ha scritto: “una serie che migliora episodio dopo episodio”. Per People è “uno show da non perdere”.

Una televisione, quella americana, che garantisce una libertà produttiva che permette di realizzare cose che al cinema sono difficili da realizzare.

Una nuova possibilità di racconto, di narrazione, con tempi lunghi e sviluppo ed evoluzione dei personaggi, che non esisteva nella tv del passato e che il cinema non riesce più a garantire. E così la televisione si riconosce sempre più come central story telling system del tempo moderno.

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