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Adolescenti “stregati” da Niccolò Ammaniti

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"Se un libro ci piace allora andiamo in risonanza con quello che scrive lo scrittore. Ci si apre una porta improvvisamente dentro la nostra casa, dentro la nostra stanza, e ci tuffiamo nelle vite degli altri.

“Se un libro ci piace allora andiamo in risonanza con quello che scrive lo scrittore. Ci si apre una porta improvvisamente dentro la nostra casa, dentro la nostra stanza, e ci tuffiamo nelle vite degli altri. Chi ha la passione per la lettura si vive una seconda vita”. E’ Niccolò Ammaniti che in occasione dell’inaugurazione della nuova edizione, la quarta, di “Un anno stregato”, ha colloquiato con gli studenti degli istituti superiori romani, incontrati all’Auditorium dell’Ara Pacis. I giovani, con le loro domande si sono dimostrati  curiosi di sapere del suo nuovo libro, “Io e Te” (Einaudi Editore, 2010), del suo essere scrittore e della sua adolescenza.

 

L’evento, “Un anno stregato”, nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, l’Assessorato alle Politiche Culturali di Roma Capitale e Casa delle Letterature. E ha lo scopo di promuovere la lettura e di presentare, attraverso gli autori, le opere che concorreranno all’assegnazione del Premio Strega.

 

Ai blocchi di partenza, quindi,  per un 2011 stregato dal fascino della letteratura, Niccolò Ammaniti che con una manciata di “ingredienti” ha costruito un racconto sull’adolescenza e il mistero più imperscrutabile: diventare grandi. “Una cantina, una bugia innocente, un’idea strampalata di una settimana bianca nelle viscere del proprio palazzo e l’arrivo di una sconosciuta” e l’opera è “servita”. Gli studenti entusiasti hanno gradito sia il servizio che la “pietanza”: “avevo l’idea di un ragazzo che si chiudeva. Doveva trovare il modo per scappare da una sorta di omologazione che sentiva negli altri e che lo avrebbe fatto diventare come tutti. Accettando le regole di tutti sarebbe in qualche modo stato accettato dagli altri. Sentiva, invece, che questo non gli apparteneva. Mi piaceva l’idea di una settimana da solo in questa cantina e capivo che era una storia che non poteva essere molto lunga. I protagonisti sono sostanzialmente lui, Lorenzo, e poi improvvisamente arriva questa sorella”.

 

E’ così che a conti fatti Niccolò Ammaniti, felice del successo di questo suo ultimo lavoro e del fatto che i lettori provino emozioni nel leggerlo, racconta al pubblico come “l’arte dello scrittore” permette di “costruire delle immagini che risuonano nelle menti dei lettori. I libri si fanno al 50%.  Nei libri, le facce le inventiamo noi (lettori), e possono essere quelle dei nostri vicini o di una persona che abbiamo appena incontrato. Quando lo scrittore ci descrive una montagna, è la montagna che ci descrive lui ma è anche la montagna che abbiamo visto noi lettori. Una montagna che ci ha particolarmente colpito.”  Ed ecco, che nell’asserire che le esperienze sono fondamentali nella vita artistica di una scrittore, Ammaniti, racconta di “una specie di scatola nella quale metto le mie storie e poi ne uso una, ne uso due. Sono situazioni che mi hanno colpito nella vita e per le quali si è formata una trama, leggera. Sta lì e dico che questa prima o poi la tirerò fuori. Per anni e anni ho riempito questa scatola di storie che mi piacevano senza utilizzarle e  ancora adesso continuo a raccontarle.” Ma sono soprattutto le storie dei giovani, degli adolescenti che vivono una “fase” di cambiamenti “complicati”,  l’ingrediente principale dei romanzi di Ammaniti: “non è che scrivo dei libri per delle età o per delle persone in maniera particolare. Scrivo i libri che vorrei leggere. Sostanzialmente quindi li scrivo quasi come se fossi io il lettore dei miei libri”  e “da sempre ho scritto di ragazzi che vanno dagli 11 ai 15 anni, più o meno. Sono degli anni fondamentali che ti trasformano completamente e credo che l’adolescenza, la crescita, in questa fase sia un momento importante perché ci sono tanti aspetti che cambiano”. Alla fine, quando lo scrittore viene sollecitato dai ragazzi sulla questione “dell’assenza di un  happy ending”, di un finale lieto nei suoi romanzi con sorriso sornione risponde: “l’happy ending mi esce con difficoltà e anche quando c’è un happy ending non c’è nulla per essere contenti. A me piace, comunque, raccontare le storie che iniziano come storie normali e poi si trasformano in qualcos’altro e si va a dei finali che a volte sono chiusi. In questo ultimo libro da una parte ci sta la morte della sorella, dall’altra lui. Sappiamo che lui va a trovare questa sorella. Sappiamo, quindi, che in qualche modo lui da quella cantina è uscito. Ha avuto la forza di andare a trovare la sorella. Allora, da una parte c’è un finale che “ci fa male” e dall’altro sappiamo anche che questo incontro è stato importante per il protagonista, Lorenzo. Questa è una cosa che mi viene naturale.”

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